Società, cultura, storia e idee

L’agnosticismo di Bertrand Russell

"Perché non sono cristiano" di Bertrand Russell è un saggio del 1927. Tornò alla ribalta delle cronache internazionali nel 1941, quando dalla California dove insegnava, l'autore di"The Analysis of Mind" fu chiamato alla cattedra di filosofia del City College di New York. Il contratto offerto a

Michele MagnoMichele Magno15/05/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura809 parole

“Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell è un saggio del 1927. Tornò alla ribalta delle cronache internazionali nel 1941, quando dalla California dove insegnava, l’autore di”The Analysis of Mind” fu chiamato alla cattedra di filosofia del City College di New York. Il contratto offerto a Russell per l’anno accademico 1941-1942 comprendeva tre corsi di logica, matematica e scienza, materie che avevano poco a che vedere con le sue idee anticonformiste in fatto di religione e di morale.

Ma il vescovo protestante Manning sollevò un pandemonio contro la sua chiamata a New York e orchestrò una campagna contro il filosofo, bollato come immorale, libertino e persino filocomunista, nonostante fosse notoria l’avversione di Russell contro il regime sovietico. Alla fine il tribunale di New York annullò la nomina del College considerandola offensiva verso la moralità della nazione e, soprattutto, verso le anime eventualmente devote dei contribuenti. Russell ripiegò su Harvard e nel 1950 fu insignito del Nobel per la letteratura”quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si leva in alto a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero”.

Russell si definiva agnostico, nel senso in cui il termine era stato coniato nell’Ottocento da Thomas Henry Huxley e adottato da Charles Darwin. Il suo agnosticismo si fonda sul concetto di”integrità intellettuale”. In uno scritto del 1954 per un giornale svedese, intitolato”Può la religione lenire i nostri affanni?”, Russell definisce come integrità intellettuale”la consuetudine di risolvere le questioni più dibattute alla luce dell’evidenza, e di lasciarle insolute se l’evidenza non ci soccorre”.

La consuetudine di dare per certe soltanto le questioni evidenti era secondo lui manomessa dalla religione, che prescrive di credere rinunciando alla libertà di indagine; e, anzi, talvolta di credere contro ogni evidenza.”Credo quia absurdum”, appunto, come recita la locuzione latina attribuita all’apologeta del II secolo Tertulliano.Søren Kierkegaard, dal canto suo, sosteneva che la fede fosse un paradosso, uno scandalo (“Timore e tremore”, 1843).

Russell era convinto il fenomeno religioso nascesse dalla paura dell’ignoto e della morte, e spiegava che tale paura può essere rimossa soltanto dalla libertà della ricerca scientifica, non a caso oggetto di anatema da parte dell’oscurantismo religioso. L’agnosticismo di Russell, tuttavia, ammette che alcuni precetti religiosi fossero socialmente utili, almeno in uno stadio iniziale del processo di civilizzazione. Per esempio, riconosce la funzione sociale del comandamento che proibisce di rubare e la articola in una catena di argomentazioni tutte giustificabili in termini di autonoma evidenza empirica:

a) il rispetto della proprietà altrui è utile per una convivenza ordinata; (b) però in una società dove nessuno rubi, la maggiore convenienza individuale sarebbe di essere l’unico ladro; c) è quindi necessario anteporre alla convenienza individuale l’utilità sociale, penalizzando legalmente il furto; d) ma polizie, tribunali, carceri possono non bastare alla dissuasione; e) perciò il divieto del furto deve essere radicato nell’interdizione morale, esprimendolo in forma di comandamento religioso; f) con il progresso della civilizzazione l’utilità sociale del comandamento religioso potrà gradualmente decrescere.

La catena argomentativa di Russell fa appello, in conclusione, al relativismo storico. E sul versante storico-sociale il suo giudizio si sposta sulla Chiesa. Nello scritto del 1927 la accusa di una incessante intolleranza, mitigata soltanto dai liberi pensatori che dal Rinascimento in poi”hanno provocato nei cristiani un senso di sana vergogna per molti dei loro tradizionali pregiudizi”.

Nel 1954, riprende la questione negli stessi termini:”dal Concilio di Trento ai nostri giorni, qualsiasi miglioramento avvenuto nella Chiesa è da ascriversi a merito dei suoi nemici”. E  ancora:”il cristianesimo, debbo ammetterlo, procura minor danno che nel passato; ma ciò dipende dal fatto che ora si crede con meno fervore nei suoi articoli di fede”.

All’agnosticismo di Russell (“non sono cristiano perché non credo in Dio e nell’immortalità”) si contrappose Benedetto Croce col suo celebre”Perché non possiamo non dirci cristiani” (concepito nel 1942). In due articoli sulla Civiltà Cattolica apparsi nel 2008, intitolati”La religiosità di Croce”(gennaio) e”L’ultimo Croce”(giugno), il padre gesuita Giandomenico Mucci riconosce che lo scritto del 1942 deve molto al timore che la barbarie nazista prevalesse in Europa, e che oppone a quella barbarie”una nobile apologia dello svolgimento storico della religiosità cristiana”.

Gli rende quindi l’onore delle armi, riconoscendo che il filosofo restò”fedele alla sua filosofia fino alla morte”. Fedele cioè ad una spiritualità che esclude la trascendenza; considera i misteri della fede nient’altro che negazioni del pensiero; rinuncia alla mitologia dei dogmi e dei riti per ancorare l’individuo alla libertà della propria coscienza, a quel”dio che è in noi” senza ancoraggi soprannaturali.


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