
Trasparenza
Diversità dei contenuti
Perché questa pagina non parla di quote
La parola diversità, applicata a un giornale, evoca subito un adempimento: un elenco di buone intenzioni scritto per essere esibito. Qui significa un’altra cosa, molto più concreta e molto più scomoda da rispettare. Significa impedire che il racconto del mondo si restringa sempre agli stessi temi, alle stesse fonti, agli stessi punti di osservazione e agli stessi automatismi di interpretazione.
Ultimo aggiornamento
È un problema che riguarda tutte le redazioni e che nasce dal modo stesso in cui si lavora: si torna dove si è già stati, si richiama chi ha già risposto al telefono, si sceglie l’angolo che l’ultima volta ha funzionato. Nessuno decide di diventare monotono, lo si diventa per accumulo di scelte ragionevoli prese una alla volta. Per questo la diversità dei contenuti la trattiamo come un criterio redazionale e non come un valore da dichiarare.
Gli ambiti in cui la misuriamo#
La parola resterebbe vaga se non dicessimo rispetto a che cosa. Sono cinque ambiti distinti, che non si sostituiscono a vicenda:
- i temi, con attenzione a politica, società, relazioni internazionali, cultura, economia pubblica e trasformazioni del dibattito democratico, evitando che uno di questi assorba stabilmente lo spazio degli altri;
- le fonti, distinguendo e alternando fonti istituzionali, accademiche, giornalistiche, documentali, testimoniali e associative, perché un giornale che cita sempre lo stesso tipo di interlocutore finisce per adottarne il punto di vista senza accorgersene;
- le competenze, cioè i percorsi professionali e disciplinari di chi scrive, che determinano quali domande vengono poste a un fatto prima ancora delle risposte;
- le prospettive geografiche e culturali, evitando la lettura esclusivamente nazionale di fenomeni che nazionali non sono;
- le opinioni, nei limiti posti dalla correttezza editoriale, dalla dignità delle persone e dal rifiuto della disinformazione.
L’ultimo ambito è quello su cui vale la pena essere espliciti, perché è anche quello più facilmente frainteso.
Pluralismo non significa equivalenza#
Ospitare posizioni diverse non comporta trattarle come se avessero tutte lo stesso fondamento. Il pluralismo è un metodo per non impoverire il dibattito, non un dispositivo che sospende il giudizio su ciò che viene pubblicato: una redazione che mettesse sullo stesso piano una ricostruzione documentata e una ricostruzione inventata non starebbe esercitando il pluralismo, starebbe rinunciando a fare il proprio lavoro.
Manteniamo quindi il diritto e il dovere di valutare fondatezza, pertinenza, qualità argomentativa e interesse pubblico di ogni contributo, comprese le opinioni che condividiamo. La differenza fra un’opinione che merita spazio e una che non lo merita non passa dalla sua distanza dalla nostra, ma dalla sua tenuta.
I criteri che applichiamo#
Dalla premessa discendono alcune regole di lavoro che riguardano la costruzione quotidiana del giornale:
- favorire il confronto fra prospettive differenti senza trasformarlo in polarizzazione artificiale, cioè senza costruire due fronti dove il disaccordo reale è più articolato;
- evitare stereotipi, generalizzazioni improprie e rappresentazioni degradanti di gruppi o di persone;
- distinguere fra critica politica, analisi culturale e delegittimazione identitaria, che sono tre operazioni diverse e vengono spesso confuse;
- prestare attenzione particolare alla qualità delle fonti sui temi in cui l’errore costa di più: conflitti, minoranze, religioni, identità e contesti internazionali;
- riesaminare periodicamente l’equilibrio complessivo dei temi trattati e delle voci ospitate.
L’ultimo criterio è l’unico che produce una verifica invece di un proposito, ed è per questo che vale più degli altri quattro messi insieme.
Come ce ne accorgiamo#
Una linea editoriale sulla diversità che non preveda un momento in cui qualcuno guarda indietro è destinata a restare una pagina. Ogni sei mesi la direzione riesamina che cosa è stato pubblicato nel periodo precedente, guardando la distribuzione dei temi, la ricorrenza delle fonti e la provenienza delle firme, e ne ricava le correzioni da applicare al lavoro dei mesi successivi.
Non pubblichiamo i risultati di quell’esame sotto forma di rapporto, perché diventerebbe l’ennesimo documento scritto per essere mostrato. Se ne vedono le conseguenze nel giornale, che è il posto in cui un lettore può verificarle davvero.
Che cosa questa pagina non è#
Non è un impegno a rappresentare in modo proporzionale ogni gruppo sociale, perché un giornale non è un campione statistico e pretendere il contrario porterebbe a costruire equilibri artificiali sulle singole pagine. Non è nemmeno una promessa di neutralità: questo giornale ha una linea editoriale e continuerà ad averla.
È l’impegno a non lasciare che quella linea si restringa fino a diventare un automatismo, e a controllare periodicamente se sta succedendo.
Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2026.