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Guerra ibrida e disinformazione

Propaganda, operazioni di influenza, attacchi cyber e manipolazione dell’informazione come armi

Non tutte le guerre si combattono con gli eserciti: campagne di disinformazione, reti di account coordinati, attacchi informatici e pressioni economiche colpiscono le società aperte senza mai dichiararsi. Qui si smontano i meccanismi, si nominano gli attori e si misurano gli effetti.

Una griglia regolare di punti in cui un blocco, in rosso, è stato spostato fuori posto.

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La guerra ibrida non si dichiara e non ha un fronte: si combatte nei flussi di informazione, nelle piazze che si riempiono al momento giusto, nei bot che amplificano una notizia falsa finché diventa senso comune. Questa categoria la tratta per quello che è, cioè una forma di conflitto e non un incidente della comunicazione, e ne segue gli strumenti uno per uno: le operazioni di influenza del Cremlino e dei suoi registi, da Surkov in poi, i finanziamenti opachi, le reti che saldano propaganda filorussa, iraniana e islamista, la disinformazione energetica, le fake news costruite per diventare virali. Il metodo è quello della smontatura: prendere una menzogna, ricostruire chi l’ha prodotta, come ha viaggiato e a chi è servita. Non basta dire che una notizia è falsa, perché la smentita arriva sempre dopo e raggiunge meno persone; serve mostrare il meccanismo, in modo che il lettore lo riconosca la volta successiva. In una democrazia aperta è questa la difesa più solida, e anche la meno spettacolare.