
Trasparenza
Etica editoriale
Che cosa potete pretendere da noi
Le pagine di etica editoriale si somigliano tutte, perché dichiarare accuratezza e indipendenza non costa niente e non impegna nessuno. Chi arriva fin qui, però, ci arriva quasi sempre con una ragione precisa: un errore trovato in un articolo, un titolo che non torna, il bisogno di sapere chi decide e a chi rivolgersi. Questa pagina è scritta per quelle persone.
Ultimo aggiornamento
A domande di quel tipo una dichiarazione di principio non risponde, e per questo qui sotto non troverete buone intenzioni ma le regole che la redazione applica, ciascuna accompagnata dalla ragione per cui la applica. Le abbiamo scritte nella forma più verificabile che siamo riusciti a darle, perché una regola abbastanza precisa da poter essere smentita è l’unica che valga la pena di leggere.
Le fonti e i limiti della verifica#
La verifica è il lavoro che viene prima di tutto il resto ed è anche quello di cui si parla con maggiore imprecisione, perché verificare non vuol dire certificare. Nessuna redazione, per quanto scrupolosa, può garantire che un fatto sia vero in senso assoluto, e chi lo lascia intendere sta promettendo una cosa che non è in condizione di mantenere. Quello che una redazione può fare, e che noi cerchiamo di fare con metodo, è dichiarare da dove viene ciò che scrive, quanto è solido il terreno su cui la notizia poggia e quanta parte di essa è ancora provvisoria.
Nella pratica quotidiana questo significa che:
- le fonti sono identificabili, autorevoli e pertinenti rispetto a ciò di cui trattano, oppure viene spiegato perché in quel caso non possono esserlo;
- si distingue sempre fra fonte primaria, fonte secondaria, dichiarazione pubblica, documento ufficiale e ricostruzione giornalistica, perché hanno pesi diversi e il lettore ha diritto di saperlo;
- i dati e le citazioni che non abbiamo potuto verificare direttamente vengono attribuiti a chi li ha prodotti, e l’attribuzione compare nel testo e non in una nota di coda;
- quando una notizia è ancora incerta, l’incertezza viene scritta nell’articolo invece di essere lasciata intuire da una formula prudente;
- titoli, immagini e didascalie devono reggere il contenuto che introducono.
L’ultima di queste regole è quella che ci costa di più, perché il titolo è il punto in cui la tentazione di dire una cosa in più è più forte e in cui nessuno, di solito, va a controllare. Un titolo che promette più di quanto l’articolo mantenga non è una licenza giornalistica: è un errore, e viene trattato come tale.
Fatti, analisi e opinioni#
Tre parole che nel linguaggio comune si usano quasi come sinonimi indicano, nel lavoro giornalistico, tre operazioni diverse con tre statuti di verità diversi. Un fatto si verifica, e un documento può smentirlo. Un’analisi si argomenta, e si giudica dalla tenuta del ragionamento più che dalle conclusioni a cui arriva. Un’opinione si dichiara, e chiede soltanto di essere riconosciuta per quello che è.
Tenerle distinte non significa smorzare il tono o rinunciare a prendere posizione. Un’interpretazione può essere netta e anche scomoda, purché sia riconoscibile come interpretazione e porti con sé le ragioni che la sostengono, così che il lettore possa seguirle e, volendo, respingerle. Quello che non facciamo è presentare come indiscutibile ciò che appartiene al campo dell’opinione, perché è il modo più efficace per far perdere al lettore la capacità di distinguere, e quella capacità è esattamente ciò che un giornale dovrebbe contribuire a costruire.
Indipendenza e conflitti di interesse#
Nessuna redazione lavora nel vuoto. Una testata sta dentro un tessuto di relazioni politiche, economiche, associative e personali, e sostenere il contrario sarebbe la prima affermazione poco credibile di questa pagina. L’indipendenza, quindi, non la intendiamo come assenza di rapporti, che è una finzione, ma come la loro dichiarazione nel momento in cui quei rapporti possono incidere su ciò che stiamo scrivendo.
Ne discende una conseguenza pratica sulla quale non transigiamo: quando esiste un rapporto rilevante fra la testata, o chi firma, e l’oggetto di un contenuto, quel rapporto viene dichiarato dentro l’articolo, nel punto in cui il lettore ne ha bisogno per giudicare quello che sta leggendo. Non in fondo alla pagina, non in una sezione di servizio che nessuno apre. Una trasparenza collocata dove non serve è una forma elegante di opacità.
Gli errori e il modo di correggerli#
Una testata affidabile non è una testata che non sbaglia, perché una testata che non sbaglia non esiste e chi si presenta così sta solo dicendo che i propri errori non li ha ancora contati. È affidabile una testata che, quando sbaglia, lo scrive.
Gli errori materiali che ci vengono segnalati, o che rileviamo da soli, vengono corretti con un intervento proporzionato alla loro rilevanza. Quando la correzione tocca un elemento sostanziale del contenuto, nell’articolo resta una nota che dice che cosa è stato corretto e quando, perché un testo che cambia in silenzio dopo la pubblicazione è un secondo errore sovrapposto al primo, e il lettore che lo aveva già letto ha diritto di sapere che non sta leggendo la stessa cosa. Come si segnala un errore, con quali criteri lo valutiamo e che cosa succede dopo è descritto nella pagina Feedback, errori e rettifiche.
Intelligenza artificiale#
La domanda che i lettori pongono oggi a una testata non è se usi strumenti di intelligenza artificiale, perché li usano tutti e chi dice di no quasi sempre non ha guardato bene dentro i propri strumenti. La domanda vera è a che cosa li usi, e che cosa continui a fare un essere umano.
La distinzione che seguiamo è fra il lavoro che sta intorno al giornalismo e il giornalismo stesso. Trascrivere un’intervista, tradurre un documento, cercare un atto dentro un archivio, controllare una forma linguistica sono operazioni in cui uno strumento automatico fa meglio e più in fretta di noi, e non ci sono ragioni di principio per rinunciarvi. Decidere che cosa è vero, che cosa merita di essere pubblicato e in quale forma raccontarlo non è un’operazione dello stesso tipo, perché richiede qualcuno che ne risponda, e uno strumento non risponde di niente.
Da questa distinzione discendono due regole senza eccezioni. Nessun contenuto prodotto o assistito da strumenti automatici viene pubblicato senza revisione umana. E quando l’intelligenza artificiale ha avuto un ruolo sostanziale nella produzione di un contenuto informativo, l’articolo lo dichiara al lettore, perché sapere come è stato fatto un testo fa parte di ciò che serve per valutarlo.
Il rispetto delle persone#
La critica, anche dura, è parte del confronto pubblico, e una testata che si spaventa davanti a un giudizio severo ha sbagliato mestiere. Il disprezzo, però, non è una forma di critica: è ciò che resta quando l’argomento è venuto a mancare e si sceglie di colpire la persona invece della sua posizione.
Per questo non pubblichiamo attacchi personali gratuiti, incitamento all’odio, contenuti discriminatori o rappresentazioni degradanti di persone e di gruppi. Il metro con cui valutiamo non è la durezza del giudizio, che non ci spaventa, ma l’esistenza di un interesse pubblico che lo giustifichi: fuori da quell’interesse, il danno che si fa a una persona non ha nessuna contropartita per chi legge.
Chi risponde#
Di tutto ciò che si legge su questo sito risponde il direttore responsabile, insieme agli autori che firmano i singoli contenuti. Non è una formalità di legge da esibire in fondo a una pagina: è la ragione per cui le regole scritte qui sopra hanno un senso, perché una regola che non ha nessuno che ne risponda è un proposito. I nomi, gli incarichi e i recapiti sono nella pagina Redazione e autori.
Questa pagina viene aggiornata quando cambia il modo in cui lavoriamo, non quando cambia il modo di raccontarlo.
Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2026.