Italia: politica, istituzioni e società

Zohran Mamdani o dell’ennesima infatuazione adolescenziale del PD

Non riuscendo ad avere un’idea propria, o forse non avendola mai avuta, il Partito Democratico sembra affittare la propria identità dall’esterno. L’ultimo eroe è il sindaco di New York, Zohran Mamdani, di cui fino a tre mesi fa nel PD nessuno parlava. Non c’è elezione estera

Alfonso LanzieriAlfonso Lanzieri06/11/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura669 parole
Prima Pagina

Non riuscendo ad avere un’idea propria, o forse non avendola mai avuta, il Partito Democratico sembra affittare la propria identità dall’esterno. L’ultimo eroe è il sindaco di New York, Zohran Mamdani, di cui fino a tre mesi fa nel PD nessuno parlava.

Non c’è elezione estera – nazionale o locale – in cui il PD non trasformi un leader di sinistra straniero, dotato di un qualche seguito elettorale, in modello da imitare, faro da seguire, ispirazione improvvisa.

Nulla di male, ovviamente, nel guardare oltre confine: anzi, studiare idee, pratiche, linguaggi e simboli che funzionano sulla scena internazionale è doveroso. Il problema è la velocità con cui i modelli vengono consumati, e la loro molteplicità.

Si passa dall’uno all’altro con la stessa voracità con cui il PD ha bruciato i propri segretari.

Sembra quasi che, non contento di cambiare continuamente la guida interna, pur di saziare la propria autofagia, il partito cerchi bocconi da assimilare e poi inghiottire anche oltre confine.

E non serve guardare solo all’estero. Dopo l’innamoramento per Giuseppe Conte – una cotta adolescenziale che una parte del PD non dimenticherà mai del tutto, proprio perché l’unione ardentemente desiderata non è stata consumata – è arrivata Elly Schlein: con lei finalmente il PD avrebbe agguantato il destino.

Dopo poco tempo, però, già si intravedono nuovi corteggiamenti, nuove suggestioni: guardare a Genova, per esempio. Nel frattempo, nel grande album delle infatuazioni internazionali, si è passati da Barack Obama ad Alexandria Ocasio-Cortez, fino allo stesso Mamdani. In Europa, da Alexis Tsipras a Jean-Luc Mélenchon, mentre Pedro Sánchez rimane il poster appeso in camera: sempre bello e impossibile, tipo Kevin dei Backstreet Boys per le adolescenti della mia generazione.

In fondo di questo si tratta: di un’adolescenza politica che non passa.

Proprio come un adolescente, il partito cerca continuamente fuori di sé un riferimento per sapere chi vuole diventare; nel mentre, per differenziarsi e affermare la propria autonomia, protesta a prescindere, simpatizza per gli estremismi più strampalati, rifiuta in tronco ciò che i genitori gli hanno trasmesso con fatica (nel caso del PD, il patrimonio del liberalismo occidentale), ragion per cui accetta acriticamente tutto ciò che percepisce alternativo al proprio mondo.

Nella vita di una persona, però, l’adolescenza, a un certo punto, finisce.

Il tumulto matura in identità adulta, che ha integrato nuovi valori (magari dissonanti da quelli ereditati), in continuità con le proprie radici: forte di questo nuovo equilibrio, l’adulto cammina nel mondo con un profilo più o meno riconoscibile.

Smette di protestare sempre, soppesa le novità con senso critico, ha fatto pace con la propria storia riconoscendo le cose negative ma valorizzando quelle positive, è pronto a prendersi cura di altri, avendo una propria relativa stabilità emotiva e intellettiva.

Altrimenti il destino è quello dell’eterna incompiutezza: persone che non sanno scegliere, che saltano da uno slogan all’altro, che preferiscono l’utopia al lavoro concreto, che sfarfalleggiano da una filosofia all’altra, che cercano riconoscimento senza essere disposti a darlo, che incolpano sempre altri dei loro insuccessi, e quindi non incidono davvero sul pezzo di mondo in cui vivono.

“Come sembra meno magica la vita fuori dagli schemi, addosso a chi comincia ad invecchiare”, canta Giovanni Truppi.

Ecco: il PD ha compiuto diciotto anni da poco. Tecnicamente è diventato adulto. Servirebbe una identità propria, non un collage di suggestioni, non un eterno pendolo tra radicalismi.

Inizia tutto a essere meno magico e più patetico.

Magari non si vince al centro, va bene, ma neppure nei centri sociali. Forse non si vince al centro, d’accordo, ma sicuramente non si vince senza un centro di gravità.

Intanto la democrazia italiana aspetta un’alternativa di governo seria: sarebbe utile per la salute dell’intero sistema, indipendentemente dai gusti politici di ciascuno.

Ma l’adolescenza continua.


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