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In morte di Robert Duvall, l’uomo che sussurrava al Padrino
Per me Robert Duvall è e resterà Tom Hagen, il Consigliori della famiglia Corleone ne Il Padrino, con quell’aria da uomo normale che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Mentre gli esplodono intorno passioni, vendette, giuramenti, lui resta lì, misurato, asciutto, tranquillo. È il


Per me Robert Duvall è e resterà Tom Hagen, il Consigliori della famiglia Corleone ne Il Padrino, con quell’aria da uomo normale che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Mentre gli esplodono intorno passioni, vendette, giuramenti, lui resta lì, misurato, asciutto, tranquillo. È il potere senza enfasi. Anzi, non è il potere: è la sua architettura. È la stanza in cui il potere prende forma. È la lealtà che non ha bisogno di dichiararsi. Se il film è una tragedia, Tom Hagen è la sua ragione fredda.
E poi c’è il colonnello Kilgore di Apocalypse Now. Il cappello inclinato, lo sguardo limpido, quegli elicotteri wagneriani. Il personaggio grazie al quale mezzo mondo scoprì il napalm. Quella frase immortale la dice con un mezzo sorriso, come se stesse parlando di un maritozzo con la panna. Senza cercare complicità, senza ammiccare. È questo che resta: la serenità con cui pronuncia l’inaccettabile. Non c’è enfasi, non c’è follia esibita.

E poi c’è Bull Meechum ne Il grande Santini. Un padre che cammina in casa come fosse una pista di decollo, come se ogni stanza fosse una prova da superare. La voce dura, le regole, il bisogno quasi fisico di essere rispettato. Ma sotto la scorza militare si intravede una fragilità quasi infantile, un timore di non essere più necessario. Qui Duvall non domina: combatte. Non contro un nemico esterno, ma contro l’erosione lenta dell’autorità di un padre di famiglia. È un ruolo che brucia piano, senza frasi memorabili, senza elicotteri, senza scenografie epiche. E proprio per questo resta addosso. Perché assomiglia a qualcosa che abbiamo visto, forse anche vissuto.


Tre uomini, tre temperature morali. La compostezza, l’eccesso, la rigidità che nasconde paura. Tre modi diversi di stare in piedi davanti al mondo. Non c’è un filo evidente che li unisca, se non la capacità di Duvall di sparire dentro ciascuno di loro. Non si portava dietro un marchio riconoscibile, un tic rassicurante, un gesto replicabile. Ogni volta era un altro. Ogni volta sembrava che quella frase fosse davvero sua.
E forse è per questo che ognuno ha il suo Duvall.

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