Democrazie e sistemi politici
De Gregori, Springsteen e la libertà di essere artisti
Le parole di De Gregori su Springsteen aprono una questione meno semplice della polemica di giornata: il diritto degli artisti a parlare, tacere, schierarsi o sottrarsi. La libertà artistica vale davvero solo se non diventa un obbligo, né al silenzio né alla militanza. Devo iniziare questo


Le parole di De Gregori su Springsteen aprono una questione meno semplice della polemica di giornata: il diritto degli artisti a parlare, tacere, schierarsi o sottrarsi. La libertà artistica vale davvero solo se non diventa un obbligo, né al silenzio né alla militanza.
Devo iniziare questo articolo con una confessione: la mia prima reazione alle parole di Francesco De Gregori su Bruce Springsteen è stata viscerale,”di pancia”. Ho letto l’intervista, ho alzato gli occhi al cielo, e ho pensato che il”Principe” avesse torto marcio.
Ho deciso quasi subito che avrei scritto qualcosa al riguardo, e quindi ho iniziato a riflettere più approfonditamente sulla questione. È a questo punto che la faccenda si è complicata, diventando anche più interessante.
Bisognerebbe partire dal contesto: De Gregori ha rilasciato quelle dichiarazioni in un momento particolarmente infuocato del dibattito pubblico, in Italia, su una presunta”responsabilità civile” degli artisti.
Sullo sfondo c’erano le polemiche su Erri De Luca — scrittore, ex operaio, voce da sempre schierata su questioni controverse — e il consueto rumore di fondo che in Italia accompagna sempre chi si azzarda a prendere posizione su qualcosa che vada oltre lo specifico della propria opera.
Così, quando un giornalista intervenuto alla conferenza stampa per Nevergreen, il nuovo progetto artistico di De Gregori, gli ha chiesto il suo pensiero sul tour di Springsteen così esplicitamente contro l’amministrazione Trump, De Gregori è apparso infastidito dalla domanda (a mio avviso giustamente) e ha risposto con due domande retoriche diventate subito virali:”C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump?” e”Che titoli ha per farlo?”.
Sono andato a cercare un resoconto completo della conferenza di De Gregori per farmi un’idea precisa di cosa abbia detto e come. Credo che proprio quelle due domande siano illuminanti per ragionare su cosa sia giusto e cosa sia profondamente sbagliato nel dibattito che è subito seguito sui mezzi di informazione e sui social.
Per capire meglio non solo De Gregori, ma anche Springsteen che, in ultima analisi, è probabilmente la persona sbagliata cui indirizzare le critiche invero legittime del Principe. In un dibattito molto”italiano” sia nella forma che nella sostanza.
Il giusto fastidio e la scorretta generalizzazione
Come dimostra il caso De Luca cui abbiamo accennato, il dibattito italiano sull’engagement politico degli artisti è particolarmente avvelenato: da una parte chi esige che ogni artista prenda posizione su tutto, pena l’accusa di complicità o vigliaccheria; dall’altra chi, come De Gregori, si è stufato di questa logica del”o con noi o contro di noi” e reagisce con insofferenza crescente.
Il caso De Luca, in questo contesto, fa, secondo me, un po’ da catalizzatore. Non perché venga citato nell’intervista, ma perché il conseguente dibattito ha esasperato esattamente quella dinamica che De Gregori mostra di non sopportare: l’artista identificato come tribuno, atteso al varco su ogni questione, costretto a pronunciarsi, a schierarsi, a firmare appelli.
È in questo clima che arriva la domanda su Springsteen, ed è in questo clima che De Gregori risponde, con quella che a mio avviso, più che una riflessione ponderata, pare una reazione di stanchezza.
Il problema è che la stanchezza, per quanto comprensibile, porta a generalizzare, finendo per mettere nello stesso calderone cose molto diverse tra loro.
Critica ragionata del pensiero di De Gregori
“C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump?” È una domanda legittima, se la si intende nel senso giusto. Se vuol dire: un artista non è obbligato a prendere posizione, nessuno ha il dovere di trasformare ogni concerto in un comizio, e chi sceglie di restare nel perimetro della propria opera fa una scelta altrettanto rispettabile.
Nulla da ridire: De Gregori ha ragione. Piena e incontestabile.
La posizione di chi, come lui, preferisce che la propria arte parli senza bisogno di dichiarazioni d’intento esplicite è non solo legittima, ma ha una tradizione nobilissima di cui De Gregori è indubbiamente un protagonista. Si identifica così e per questo va rispettato.
Nel passaggio successivo, però, il ragionamento si inceppa.”Che titoli ha Springsteen per farlo?” è una domanda diversa: non riguarda più la scelta personale dell’artista, ma la legittimità stessa dell’atto.
E su questo non esiste una risposta condivisibile, perché la domanda è maliziosa. I titoli per esprimere la propria opinione politica in pubblico non si guadagnano: si esercitano, oppure no. Sicuramente non si misurano, se non in termini di coerenza per chi sceglie di esprimersi in tal senso.
Insomma, in quel”che titoli ha” c’è un retrogusto di moralismo che stona con la libertà che De Gregori giustamente rivendica per sé. Se quella libertà include il diritto di tacere, non può a priori anche escludere il diritto di parlare. Non si può affermare una cosa e negare l’altra senza cadere nella stessa logica coercitiva che si sta criticando.
Perché sia davvero libertà artistica
Veniamo al punto che mi preme di più, e che vorrei esprimere con la maggiore chiarezza possibile. Anche nei confronti di chi, come me, ha inizialmente reagito alle parole di De Gregori con irritazione.
Non credo possa esistere un”giusto o sbagliato” assoluto su questo: se un artista vuole prendere posizione su un tema politico, per qualsiasi ragione, deve essere libero di farlo. Non può essere questione di”bisogno” o di”titoli”.
Si tratta di una scelta, che il pubblico è libero di condividere, criticare, ignorare. E chi, come De Gregori, sceglie di non farlo esercita una libertà altrettanto piena e altrettanto rispettabile.
Le critiche più dure che ho letto in questi giorni contro il Principe mi sembrano specularmente sbagliate rispetto alle sue parole su Springsteen: entrambe partono dall’idea che ci sia un comportamento”corretto” che l’artista dovrebbe tenere.
Non può essere così. La libertà artistica, se è vera, vale in entrambe le direzioni. E un dibattito su questo tema che diventa ennesima occasione per dividere il mondo in buoni e cattivi, con De Gregori nel ruolo del traditore e Springsteen in quello dell’eroe, o viceversa, non fa che riprodurre esattamente quella logica manichea che, in Italia, avvelena sempre ogni conversazione pubblica.
Springsteen, un tour oltre la politica
Tutto ciò premesso, vale la pena capire cosa abbia veramente fatto Springsteen. Perché c’è un distinguo che De Gregori avrebbe potuto fare, ma non ha fatto.
Il Land of Hope and Dreams American Tour, conclusosi sabato sera a Philadelphia (la data era stata spostata dall’8 maggio causa playoff delle squadre di basket e hockey su ghiaccio, con un finale quindi involontariamente poetico nella città della Liberty Bell), non è semplicemente un tour politico nel senso ordinario del termine.
Non è Springsteen che sale su un palco per fare campagna elettorale, come fece nel 2004 con il Vote for Change Tour. È qualcosa di più complesso, e con radici più antiche.
Si tratta di un progetto nato d’impulso.”Non avevamo programmato questo tour”, ripete Springsteen ogni sera.”Siamo qui perché abbiamo bisogno di sentire la vostra speranza e la vostra forza. E vogliamo portare speranza e forza a tutti voi.”
La scintilla è stata l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti da parte degli agenti ICE a Minneapolis in gennaio, che aveva spinto il cantautore americano a scrivere la canzone Streets of Minneapolis e poi a organizzare l’intero tour.
Quello che ne è uscito non è un comizio con della musica intorno. Le recensioni — da Variety a Rolling Stone, dal Boston Globe allo Star-Ledger — descrivono qualcosa di più vicino a un rito civile che a un rally politico: tre ore in cui i discorsi politici occupano una frazione minima del tempo, mentre il resto è musica — potente, generosa, costruita su cinquant’anni di canzoni che parlano di lavoratori, di strade, di sogno americano.
Come ha osservato Variety recensendo il concerto di Los Angeles, il tour riesce a tenere insieme due anime apparentemente inconciliabili: il grido di delusione e rabbia contro gli abusi dell’amministrazione Trump, e la promessa (mantenuta) di una serata memorabile di rock and roll.
La reazione del pubblico è stata straordinaria. Chi è uscito da questi concerti non descrive l’esperienza come un raduno di militanti o un comizio politico. Descrive qualcosa di più simile a un rifornimento di energia, a una riscoperta del senso di comunità.
Billboard, in un lungo pezzo pubblicato questa settimana, sostiene che questo sia il tour più importante della carriera di Springsteen, non tanto per i numeri (comunque notevoli), ma per ciò che rappresenta: una testimonianza del potere dell’arte di muovere cuori e menti.
Non”indottrinare”. Di quello Springsteen non ha nessun bisogno, e sarebbe ingenuo credere il contrario, sia da una parte che dall’altra dello schieramento politico USA.
Le moltitudini di Whitman, la speranza di Havel
Tra le parole pronunciate da Springsteen ogni sera, vale la pena riportare quanto diceva come introduzione all’ultima canzone in scaletta, quella Chimes of Freedom di Bob Dylan che caratterizzò, per il Boss e il suo pubblico, quell’evento abbastanza unico che fu lo Human Rights Now! Tour del 1988 a celebrazione dei quarant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
L’atmosfera era tanto euforica in quegli anni, che avrebbero portato alla caduta della cortina di ferro e dei regimi comunisti nell’Est Europa, quanto è tetra oggi, con l’internazionale sovranista a creare scompiglio e il movimento MAGA negli USA a togliere certezze a chi ancora crede a un’America diversa da quella di Donald Trump.
Ecco le parole di Springsteen:
“La parte più difficile, per me, è stata sentire quella distanza dal prossimo, dai propri concittadini. Quella distanza, se glielo permetti, può oscurarti l’anima. Dall’inizio, l’America è nata dal disaccordo. È stata costruita sulla differenza d’opinione, sulla disputa, su come avremmo potuto discutere quale direzione il Paese dovesse prendere, ma riconoscendo al tempo stesso la nostra umanità comune, la nostra dignità e, sì, la nostra unità.”
La distanza di cui parla Springsteen non è solo un problema americano, e il dibattito italiano sulle parole di De Gregori ne è un’ennesima dimostrazione.
Questo modo di polarizzare portando a divisioni che paiono insanabili è uno dei virus iniettati in tutto l’Occidente da quella che Anne Applebaum ha brillantemente ribattezzato la”Multinazionale dell’Autoritarismo”.
Un esercizio che personalmente cerco di fare ultimamente è provare ad andare deliberatamente nella direzione opposta, e l’invito di Springsteen a fare altrettanto è soltanto una conferma di quanto genuino sia stato il suo approccio per questo tour.
E allora voglio fare questo esercizio anche per colmare il solco che De Gregori, con le sue dichiarazioni, sembra aver tracciato tra sé e Bruce Springsteen.
Il Principe infatti cita Whitman (“I contain multitudes”) come riferimento per il proprio”pensiero non totalitario”, per quella visione della cultura che non si divide in fazioni, che contiene le contraddizioni invece di risolverle. Ma quelle semplici parole di Whitman sono anche un potente manifesto a favore del Land of Hope and Dreams Tour di Springsteen e della E Street Band.
Nella canzone che dà il nome alla tournée, Springsteen costruisce un’immagine che è pura moltitudine whitmaniana: c’è un treno, e su quel treno sono benvenuti santi e peccatori, perdenti e vincitori, anime sperdute e vagabondi, folli e re. This train carries saints and sinners / This train carries losers and winners / This train carries lost souls and ramblers.
Non è un treno di militanti: è il treno delle moltitudini di Whitman, quello che non lascia nessuno indietro, e non lo fa per buonismo ma per convinzione democratica profonda — la stessa che animava il poeta quando nelle sue lunghe, strabordanti liste di umanità varia e contraddittoria cercava di cantare tutta l’America, nessuno escluso.
E nel titolo della canzone possiamo trovare una dichiarazione di intenti che integra il ruolo di Springsteen come dissidente nel contesto attuale e promotore di quell’ideale di America in cui tanti ancora non hanno intenzione di smettere di credere: Hope, la speranza come la intendeva Václav Havel, non facile ottimismo ma scelta morale che non dipende dall’esito, certezza che valga la pena mettersi in gioco indipendentemente da come andrà a finire; Dreams, i sogni che rimandano a Whitman, ovvero quella democrazia americana sempre incompiuta, sempre da difendere, sempre proiettata in avanti.
De Gregori, a modo suo, conosce benissimo quelle moltitudini. Le sue canzoni migliori abitano esattamente quello spazio: contraddicono, non risolvono, lasciano aperto. La differenza con Springsteen non è di sostanza poetica ma più di metodo.
Springsteen immagina quel treno, sceglie di salirci e invita gli altri a fare altrettanto. De Gregori, nella realtà italiana che è radicalmente diversa, non può vedere le cose allo stesso modo. E proprio per questo quella domanda”che titoli ha per farlo?” finisce inevitabilmente per suonare stonata.
I”titoli” appaiono evidenti e indiscutibili partecipando a quello show, anche solo ascoltandolo in una delle registrazioni disponibili sul sito ufficiale (consiglio non richiesto: ne vale assolutamente la pena, a prescindere da come la si pensi).
Salire sul treno
Nel 2026, anno in cui gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni dalla nascita, Springsteen ha dimostrato, concerto dopo concerto, da Minneapolis a Philadelphia, che un’America diversa da quella MAGA esiste ancora, che è viva, che sa cantare e scaldarsi intorno a qualcosa di comune.
Lo ha fatto con gli strumenti che conosce meglio, con un bagaglio di cinquant’anni di canzoni. Non era obbligato: ha scelto di farlo. E quella scelta merita rispetto, esattamente come lo merita chi, come De Gregori, sceglie diversamente.
Il problema non è la scelta, ma quella polarizzazione tra guelfi e ghibellini, tra traditori ed eroi che in Italia accompagna puntualmente chiunque provi a dire qualcosa che esca dal recinto del proprio mestiere.
È un virus che abbiamo lasciato proliferare, e che fa male a tutti, indipendentemente da dove ci si colloca. Springsteen lo ha detto a modo suo, con un treno carico di moltitudini. Forse varrebbe la pena salirci, su quel treno. Almeno per il tempo di un concerto.
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