Italia: politica, istituzioni e società

Il qualunquismo italiano da Guglielmo Giannini al Movimento 5Stelle

Dal Fronte dell’Uomo Qualunque al Movimento 5Stelle, il qualunquismo attraversa la storia italiana alimentandosi della sfiducia verso i partiti e la classe politica. Ma la figura di Guglielmo Giannini, spesso liquidata come semplice espressione dell’antipolitica, rivela una cultura e un pensiero più complessi, vicini a un

Michele MagnoMichele Magno17/08/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.250 parole
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Dal Fronte dell’Uomo Qualunque al Movimento 5Stelle, il qualunquismo attraversa la storia italiana alimentandosi della sfiducia verso i partiti e la classe politica. Ma la figura di Guglielmo Giannini, spesso liquidata come semplice espressione dell’antipolitica, rivela una cultura e un pensiero più complessi, vicini a un liberalismo plebeo e populista.


Beppe Grillo ha ragione a polemizzare duramente con Giuseppe Conte, perché della sua rivoluzione non è rimasto nulla, solo macerie fumanti. Però ha anche torto, perché la sua rivoluzione era aria fritta, tant’è che voleva abolire i partiti per sostituirli con portavoce robot manovrati dai burattinai della piattaforma Rousseau.

Una rivoluzione populista e tecnocratica che nasceva dalla furia creativa di un comico visionario e di un informatico, Gianroberto Casaleggio, che si atteggiava a profeta.

Due vecchi amici che avevano colto l’eterna insoddisfazione della”gente” e avevano pensato di sfruttare la sua rabbia per”aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. In questo senso, si può ben dire che Grillo e Casaleggio sono stati tra gli eredi più genuini dell’atavico qualunquismo italico, definito da Silvio Lanaro”[…] come supremazia dei ghiribizzi del gusto sui sudori dell’intelletto, come libertà di pensiero disancorata da categorie culturali troppo impegnative ed esigenti, come indisciplina sociale screanzata e popolaresca, come assimilazione delle fandonie del passato alle frottole del presente, come nostalgia di un senso comune spazzato via dall’invadenza delle visioni del mondo” (Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, 2001).

Il qualunquismo, termine derivato dal settimanale”Uomo Qualunque”, che diede il nome al movimento politico fondato da Guglielmo Giannini nel 1945, non ha mai goduto di buona stampa. Nella sua accezione negativa, esso rinvia a vizi antichi della società italiana, all’uomo del”particulare” che Francesco De Sanctis, attento lettore di Francesco Guicciardini, ha stigmatizzato in pagine famose.

Scriveva Norberto Bobbio nel 1945, alludendo a Giannini e ai suoi seguaci:”Mentre la critica dei partiti è stimolatrice di riforme e di miglioramenti all’interno dei partiti e quindi è feconda, la critica della politica di partito […] rende più compatta e quindi più opaca la grande moltitudine degli indifferenti che genereranno di nuovo quel pantano in cui finirà per impaludarsi lo sforzo di rinnovamento democratico dello Stato italiano”.

Si tratta di una condanna senza appello che non si trova solo negli esponenti della sinistra azionista ma anche in quelli dell’estrema destra neofascista. Non poco emblematico è quanto si legge sulla rivista”La Rivolta ideale” (8 agosto 1946):”La formula basilare del qualunquismo – come è noto – è ‘non ci rompete i…’. L’insegna del ‘dolce far niente’. Gli eroi del qualunquismo sono Pulcinella e Sciosciammocca. La parola d’ordine, il ‘chi t’o fa ffa?’, è quella dell’atavico agnosticismo imbelle e anarcoide, insofferente di ogni disciplina, che discende dai servili qualunquisti del Medio Evo che invocavano ‘Franza o Allemagna purché se magna’”.

Ma, si è chiesto Dino Cofrancesco in un saggio di cui sono debitrici queste note, meritava l’Uomo Qualunque tante colate di fango? Aveva davvero spalancato gli armadi della cultura politica nazionale e mostrato quanti disgustosi scheletri vi fossero nascosti? (Antipolitica. E se mettessimo al bando la parola?, Pannunzio Magazine, marzo 2020).

In realtà, la figura di Guglielmo Giannini è molto più complessa di quanto non si creda. Che fosse un uomo di teatro, un cineasta, uno scrittore di gialli, un canzonettista, è certo. Ma era proprio così digiuno di politica e così incolto come si è spesso sostenuto? Nato nel 1891 in una famiglia di media borghesia napoletana – il padre, Federico, era un giornalista abbastanza noto – Giannini non aveva alle spalle grandi studi ma indubbiamente era molto interessato alla vita nazionale e locale e non poco attratto dal mondo del giornalismo politico.

Tra il febbraio e il marzo 1919, sul nittiano”Giornale della Sera” di Napoli fu il primo”a lanciare l’idea di un partito del lavoro, comprendente non solo operai, ma media e piccola borghesia”. Con l’avvento del fascismo, Giannini si dedica esclusivamente all’attività letteraria e allo spettacolo, teatro e cinema. Il rientro nella politica avviene – prima ancora che nella Resistenza romana, tra le file del partito repubblicano – solo nel 1942, quando l’amatissimo figlio Mario perde la vita in guerra.

Su un fondo di mai sopito risentimento personale si innesta così una riflessione in cui il tema della”classe politica” viene ritrascritto in termini plebei e piccolo-borghesi, come distinzione quasi razziale tra”uomini e caporali”; i lutti della storia vengono riportati alla nequizia degli”upp” che hanno trasformato le semplici funzioni amministrative, che erano state loro affidate, in risorse di potere e in privilegiate rendite di posizione grazie alla spremitura (non solo fiscale) degli”uomini qualunque”; la società civile viene percepita come un’arena non conflittuale in cui è l’interesse bene inteso a consigliare il rispetto dei patti e delle regole, anche grazie all’esperienza di tutti i giorni che, per adoperare una metafora cara a Giannini (ed ai liberali), ci mostra quanto sia conveniente dare le precedenze agli incroci e fermarsi al semaforo rosso.

È a questa”folla” bistrattata, non inquadrata in stabili classi sociali, in sezioni protette della comunità nazionale, in subculture solidaristiche – per motivi religiosi o professionali -, priva della sicurezza conferita dal vivere nelle regioni caratterizzate da elevato senso civico, che Giannini vuol dare la parola.

E questa”umile Italia” lo ricambia, costringendolo nel febbraio del 1946 a fondare un partito con lo stesso simbolo del periodico, il torchietto fiscale che spreme un omino atterrito dalle cui tasche escono alcune monete. Il programma è quello delle Conclusioni e proposte di qualche anno prima, in cui si citano – a riprova del fatto che Giannini era molto meno ignorante di quanto pensassero gli avversari – Montesquieu e Rousseau, Proudhon e Sorel, Bryce e Tocqueville (non erano molti allora i leader politici che avessero letto la Democrazia in America o i Ricordi del 1848-1849), Sombart e Spengler.

A differenza di Croce e degli altri liberali che tentò invano di coinvolgere nell’impresa, Giannini avrebbe potuto condividere la critica anti-aristocratica che, nel volume Italia scombinata (pubblicato postumo nel 1959), Gaetano Salvemini rivolse ai partitini laici:”niente poi è più infantile che il pavoneggiarsi, come fanno alcuni ‘laici’, con la soddisfazione di non militare in partiti di massa, ma in partiti di gente ‘scelta’. Un partito che – in regime di suffragio universale maschile e femminile – rinunzia a diventare partito di massa può chiudere bottega: vada in un convento e si faccia monaco”.

È innegabile, tuttavia, che nel pensiero di Giannini manca o si appanna uno dei pilastri del liberalismo, ovvero l’idea dell’importanza del conflitto nella fisiologia della democrazia. Ciononostante,”si dovrebbe forse essere più indulgenti col qualunquismo, un liberalismo plebeo rivestito di abiti populisti ma consapevole, a differenza dei liberali aristocratici, del mutamento sociale in atto e della correlata necessità di ripensare radicalmente i modi di far politica” [Cofrancesco].


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