
Identità
Manifesto editoriale
Perché un altro giornale
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Il mondo non aveva bisogno di un altro giornale, e un manifesto editoriale dovrebbe cominciare rispondendo a questa obiezione invece di aggirarla. Inoltre nasce perché la parte scoperta dell’informazione non è più la notizia, che arriva da sola e da mille direzioni contemporaneamente, ma tutto quello che viene dopo: da dove nasce un fatto, dove porta, che cosa cambia davvero.
Le notizie non scarseggiano. Ne circolano più di quante se ne possano leggere, arrivano prima ancora di essere cercate e si moltiplicano in versioni leggermente diverse che nessuno ha il tempo di confrontare. Quello che scarseggia è il passaggio successivo, cioè il lavoro di mettere insieme i pezzi, riconoscere le cause, distinguere ciò che è nuovo da ciò che sembra nuovo perché lo abbiamo dimenticato. È un lavoro lento in un ambiente costruito per premiare la velocità, e proprio per questo qualcuno deve continuare a farlo.
Il nome è un avverbio#
Inoltre non è un sostantivo e non descrive una cosa. È la parola che si usa quando un discorso sembrava concluso e invece continua: aggiunge, prolunga, riapre ciò che stava per chiudersi. Dice che non abbiamo ancora finito.
La scelta di quel nome è la dichiarazione più precisa che possiamo fare sul lavoro che intendiamo fare. Non arriviamo per primi su una notizia e raramente ci proviamo, perché il primo posto in una gara di velocità non dice nulla sulla qualità di ciò che si è capito. Arriviamo dopo, quando i fatti hanno smesso di muoversi abbastanza da poter essere guardati, e portiamo la parte che quasi sempre manca: il contesto, la memoria di ciò che è già successo, le conseguenze che nessuno aveva calcolato.
Che cosa scegliamo di raccontare#
Ci occupiamo di politica, società, relazioni internazionali, cultura ed economia pubblica. È un perimetro largo, e lo restringiamo con un criterio invece che con un elenco: seguiamo le vicende in cui una decisione, un conflitto o una trasformazione producono effetti che vanno oltre il momento in cui si manifestano.
Questo significa dare più spazio ai nessi che ai singoli episodi. Il legame fra una dinamica internazionale e una conseguenza nazionale, fra una trasformazione sociale e la politica che la insegue con anni di ritardo, fra il modo in cui si parla di un problema e la possibilità concreta di affrontarlo. Sono connessioni che raramente entrano in una notizia da sole, perché richiedono più di una fonte e più di un giorno, e sono esattamente il motivo per cui questo giornale esiste.
Che cosa non inseguiamo#
Non inseguiamo il tempo reale, perché su quel terreno la scelta è fra pubblicare prima di aver capito e non pubblicare, e chi la affronta ogni giorno finisce per pubblicare prima di aver capito. Non inseguiamo il consenso immediato, che si ottiene confermando a ciascun lettore quello che già pensa e che ha come effetto collaterale la trasformazione di un giornale nello specchio del proprio pubblico. Non inseguiamo il conflitto costruito, cioè l’abitudine di ridurre ogni questione a due fronti contrapposti perché due fronti si raccontano meglio di sei posizioni articolate.
Sono tre rinunce che hanno un costo misurabile in lettori e in visibilità, e le facciamo consapevolmente. Un giornale che le evitasse tutte e tre otterrebbe risultati migliori nel breve periodo e non avrebbe ragione di esistere nel lungo.
Comprendere non significa essere equidistanti#
Qui va tolto di mezzo un equivoco che accompagna quasi sempre le dichiarazioni di questo tipo. Rifiutare la semplificazione ideologica non significa collocarsi a metà strada fra due posizioni e chiamare quella posizione equilibrio. L’equidistanza per principio è una forma di pigrizia, perché consente di non scegliere presentando la rinuncia come una virtù, e produce testi che non dicono niente a nessuno.
Inoltre prende posizione quando i fatti la sostengono, e la prende in modo riconoscibile, mostrando il ragionamento che ci ha portati fin lì. Quello che non facciamo è prendere posizione prima di aver guardato, o adattare ciò che vediamo a una appartenenza decisa in anticipo. La differenza fra un giornale con una linea e un giornale schierato non sta nell’avere opinioni, che è inevitabile, ma nell’ordine in cui arrivano i fatti e le conclusioni.
Che cosa chiediamo a chi legge#
Un manifesto che contenga soltanto promesse è già a metà un documento pubblicitario, perché descrive un rapporto in cui una parte offre e l’altra riceve. Il giornalismo che ci interessa funziona diversamente e presuppone un lettore che accetti alcune condizioni.
Chiediamo tempo, perché i nostri pezzi sono più lunghi della media e non esiste un modo onesto di spiegare una cosa complicata in novanta secondi. Chiediamo disponibilità a leggere anche ciò che contraddice quello che si pensava, che è la sola ragione per cui vale la pena leggere qualcosa invece di scorrerlo. E chiediamo di segnalarci gli errori quando ci sono, perché la correzione è parte del metodo e non un incidente: come farlo è descritto nella pagina Feedback, errori e rettifiche.
Come siamo fatti#
Inoltre è una testata giornalistica registrata, diretta da un direttore responsabile che risponde di quello che viene pubblicato, ed è espressione di un ente del Terzo Settore. Non è un dettaglio burocratico da relegare in fondo: la forma giuridica di un editore dice a chi deve rendere conto una redazione, e questa è una delle prime informazioni che un lettore dovrebbe pretendere da qualunque giornale.
I dati dell’editore, i riferimenti di registrazione e i recapiti sono nella pagina Impressum. Le persone che fanno il giornale, con i rispettivi incarichi, sono nella pagina Redazione e autori. Le regole con cui lavoriamo, che questo manifesto non ripete perché meritano una pagina propria, sono in Etica editoriale e nella Linea editoriale sulla diversità dei contenuti.
Questo manifesto dice che cosa vogliamo fare. Se ci riusciamo si vede altrove, negli articoli, ed è lì che va verificato.
Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2026.