Israele

Criticare Israele non è antisemitismo. Parlare di genocidio sì

Ha tenuto banco la polemica sullo “Stop al genocidio” gridato da Ghali al Festival di Sanremo. Ecco vorrei precisare che chi ritiene che l’accusa di genocidio mossa ad Israele sia collegata a quanto sta accadendo a Gaza in questi ultimi mesi, commette un errore. Di “genocidio

Filippo PipernoFilippo Piperno14/02/2024Aggiornato 14/02/20242 min lettura283 parole

Ha tenuto banco la polemica sullo “Stop al genocidio” gridato da Ghali al Festival di Sanremo. Ecco vorrei precisare che chi ritiene che l’accusa di genocidio mossa ad Israele sia collegata a quanto sta accadendo a Gaza in questi ultimi mesi, commette un errore. Di “genocidio palestinese” si parla già da oltre 40 anni. Vi porto un esempio che è del 2015, irrilevante l’autore: “Il sionismo è nazismo, i metodi di violenza efferata utilizzati dagli israeliani contro i palestinesi ricordano quelli che portarono alla morte di quattro milioni di ebrei. Mai avremmo pensato però che la follia sionista potesse costruire da sola i ponti di questa continuità. Siete dei porci, accecati dall’odio, negazionisti e traditori anche della vostra stessa tragedia. Che schifo.” Notare, tra l’altro, oltre al garbo dello stile la riduzione arbitraria delle vittime della Shoah. Anche le oramai conclamate connivenze dell’Onu e dei suoi organismi territoriali con i partiti armati palestinesi ricalcano una storia che è oramai antica. Quasi 50 anni fa, il 10 novembre 1975, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva adottato la Risoluzione n. 3379, nella quale si affermava che il Sionismo era una forma di razzismo. (Successivamente, il documento venne revocato nel 1991, dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 86). Far notare a quelli che oggi usano la parola genocidio (che io considero una provocazione antisemita) senza mai citare il massacro del 7 ottobre o gli ostaggi israeliani è un esercizio lodevole ma inutile. Per una certa opinione pubblica il giudizio su Israele è già scritto da almeno mezzo secolo. È un “comune sentire” permeato di odio antiebraico che nulla ha a che vedere con una critica severa, legittima e fondata nei confronti della politica dello Stato d’Israele. Ed è proprio la scelta delle parole a rivelarlo.

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