Israele
Proviamo a parlare del futuro d’Israele
Proviamo a parlare del futuro d’Israele, senza lasciarci condizionare per un attimo da quelli che lo vorrebbero vedere cancellato dalle mappe. Dimentichiamo per qualche istante il pregiudizio antiebraico che alimenta una gran parte del cosiddetto antisionismo. Queste persone accendono la nostra rabbia ma non ci portano

Proviamo a parlare del futuro d’Israele, senza lasciarci condizionare per un attimo da quelli che lo vorrebbero vedere cancellato dalle mappe. Dimentichiamo per qualche istante il pregiudizio antiebraico che alimenta una gran parte del cosiddetto antisionismo. Queste persone accendono la nostra rabbia ma non ci portano da nessuna parte. La contrapposizione ideologica sarà anche appassionante e in talune circostanze doverosa a patto di non perdere di vista il piano di realtà.
Lo dichiaro subito: non intendo mettere in discussione la risposta d’Israele al pogrom del 7 ottobre. Ci sarebbe molto da dire ma ho sempre ritenuto, lontano come sono da quelle terre, che Israele abbia il diritto a provvedere alla propria difesa e a maggior ragione dopo quello cui si è assistito il 7 ottobre. Il ragionamento è semplice. Se ci sono quelli che ritengono che i palestinesi abbiano il diritto di attaccare Israele, ci sono anche quelli che ritengono che Israele abbia il diritto di difendersi. Oggi non intendo discutere di proporzionalità, sentenze, lasciti testamentari sulle terre, numero di vittime o se sia nato prima l’uovo o la gallina. Ognuno sia libero di pensarla come crede. A me interessa concentrarmi su quanto sta avvenendo hic et nunc.
Il 7 ottobre è stata la peggiore calamità nella storia di Israele. Per la prima volta dalla guerra del Kippur del 1973, gli israeliani hanno provato davvero paura di venire sopraffatti da forze che hanno dichiarato e dimostrato la loro intenzione genocidaria. Il 7 ottobre il mondo ha assistito ad una prova generale di quello che Hamas intende per “dal fiume al mare”. Come ha scritto Aluf Benn, redattore capo di Haaretz, “è un punto di svolta nazionale e personale per chiunque viva nel Paese o sia associato ad esso. Non essendo riuscita a fermare l’attacco di Hamas, l’IDF ha risposto con una forza schiacciante, uccidendo migliaia di palestinesi e radendo al suolo interi quartieri di Gaza”. La reazione d’Israele aggrava e non cancella il fatto che il governo di Netanyahu si sia rivelato incapace di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini, che è il principale motivo dell’esistenza dello stato ebraico. Si tratta di un’ignominia incancellabile sulla testa di Netanyahu. I bisnonni, i nonni e i genitori delle persone massacrate il 7 ottobre si erano rifugiati in Israele proprio per trovare un porto sicuro e il governo di Netanyahu, l’intelligence e l’esercito di quel governo hanno fallito proprio lì dove era inimmaginabile e inaccettabile potessero fallire.
Con quella mancata difesa preventiva dei confini e degli abitanti, il ricatto cercato da Hamas che, come ha detto il suo capo politico Ismail Haniyeh, voleva martiri e la condanna mondiale d’Israele, non si sarebbe realizzato. Migliaia di vittime innocenti si sarebbero risparmiate. Considero Netanyahu un uomo politico che ha cercato soprattutto di mantenere il proprio potere, alleandosi di volta in volta con partiti sempre più estremisti e del tutto disinteressati a risolvere in modo realistico la convivenza con i palestinesi, derubricata a problema di ordine pubblico. Netanyahu ha condiviso la visione di chi ritiene non realistica una soluzione pacifica e sostenibile della convivenza con i palestinesi e l’ha trasformata in una strategia politica. Coerentemente ha lavorato per delegittimare la già delegittimata Autorità Nazionale Palestinese e trasformare Hamas nell’unica controparte palestinese visibile. Una controparte con cui, con tutta evidenza, era impossibile aprire un dialogo. La perfetta situazione per chi non ha mai manifestato alcuna inclinazione a progettare un futuro sostenibile (gli accordi d’Abramo escludevano di fatto i palestinesi) ovvero a lavorare sul piano della realtà perché in quel fazzoletto di terra vivono gli israeliani e qualche milione di palestinesi.
Su questo è onesto da parte mia chiarire che non ho un’idea precisa su quale sia la soluzione concreta per una convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi. Ogni possibile scenario si porta dietro questioni che mi sembrano di complicatissima soluzione. Ma di una cosa sono certo: dal lato d’Israele, Netanyahu e i suoi governi questo problema non se lo sono mai posto, dal lato di Hamas la soluzione, espressa a più riprese, è stata quella della cancellazione dello Stato d’Israele “dal fiume al mare” ovvero l’unico serio “progetto di genocidio” conclamato. Un progetto, per inciso, che è stato singolarmente ignorato da coloro che dalle nostre parti odiano la stella di David. Hanno preferito inventarsene uno e attribuirlo ad Israele. Per quello che riguarda l’ANP, non è pervenuta da anni.
La contrapposizione frontale come si vede crea una comoda coperta sia per chi non è interessato a risolvere i problemi sia per chi li vuole risolvere eliminando fisicamente la controparte a titolo definitivo che, data la sua irrealistica realizzabilità, è di fatto un non obiettivo. Dopo il 7 ottobre l’agenda israeliana è comprensibilmente cambiata ma anche la completa distruzione di Hamas si sta rivelando un obiettivo di difficile realizzazione, soprattutto per i costi in vite umane che sta causando. Sempre Aluf Benn ha scritto: “Netanyahu continua a non offrire alcuna visione né un ordine postbellico sostenibile. Ha promesso di “distruggere Hamas”, ma al di là della forza militare, non ha alcuna strategia per eliminare il gruppo e nessun piano chiaro su cosa lo sostituirebbe come governo de facto della Gaza postbellica”.
Questo quadro mi rende sempre più convinto della necessità da parte d’Israele, e di chi non derogherà mai dalla sua ragione d’esistere, di ricominciare ad interrogarsi su un progetto per il futuro che debba prevedere una forma sostenibile di convivenza con i palestinesi. Questo è il piano della realtà su cui occorre misurarsi.
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