Società, cultura, storia e idee
Il rischio di una radicalizzazione linguistica e la creazione della neolingua
Qualche anno fa mi è stata commissionata una ricerca sul mondo dell’accoglienza che consisteva nel catalogare tutti i dati provenienti dai curriculum rilevati agli ospiti di vari centri della provincia di Agrigento e classificarli. Da questa ricerca ho estratto dati preziosi che mi hanno fatto riflettere
Qualche anno fa mi è stata commissionata una ricerca sul mondo dell’accoglienza che consisteva nel catalogare tutti i dati provenienti dai curriculum rilevati agli ospiti di vari centri della provincia di Agrigento e classificarli. Da questa ricerca ho estratto dati preziosi che mi hanno fatto riflettere oggi ancor più di ieri. Il campione testato era rappresentato da circa 1000 “beneficiari” di progetti di prima e seconda accoglienza, per la quasi totalità provenienti dal continente africano, in particolare dall’area subsahariana. Il risultato dell’indagine era atteso: la stragrande maggioranza è risultata analfabeta, la frequenza massima dei percorsi scolastici 3 anni, prevalentemente scuola coranica; i lavori svolti assolutamente privi di competenze professionali. Il dato però più complesso si è rivelato quello sull’interesse che i richiedenti asilo avessero sullo studio della lingua e sulla necessità di un percorso di formazione: molto basso.
A 8 anni da quella indagine statistica, la situazione è sensibilmente cambiata, e non in meglio. In Italia nel 2023 si sommano, tra esitate e in attesa, circa 200.000 richieste d’asilo (fonte: elaborazioni ISMU su dati Eurostat, richiedenti asilo al 2023): il panorama attuale dei richiedenti ci restituisce una popolazione composta prevalentemente da cittadini provenienti dai paesi asiatici Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Iraq, Siria, paesi arabi Tunisia, Marocco ed Egitto, che sommano più della metà del totale. Dei paesi subsahariani la Costa d’Avorio diventa il maggior paese di flussi immigratori seguito dal Burkina Faso, gli altri come Gambia, Senegal, Mali, un crollo vertiginoso.
Cambia quindi totalmente il profilo dell’immigrato in Italia, in pochi anni i maggiori flussi provengono da paesi mediorientali, arabi e orientali.
Emerge un dato fondamentale: le lingue indoiraniche (Bangladesh, Afghanistan, Pakistan ecc.) e l’arabo rappresentano oggi la foto “parlante” dei migranti in Italia.
La situazione reale del micromondo immigratorio presente nel nostro paese, visibilmente in velocissima evoluzione, imporrebbe una riflessione sull’aspetto culturale.
In particolare bisognerebbe affrontare una questione sociolinguistica che ritengo sia di esiziale importanza, sia nel senso dell’azione della società e dei fatti sociali sulla lingua sia nel senso opposto, dell’azione della lingua sulla società e nei fatti sociali. Tale interrelazione, e interazione, per quanto ovvia non pare susciti tanta attenzione nel nostro paese in cui la parola
“integrazione” è ormai assunta a slogan taumaturgico. Della rilevanza dei rapporti fra linguaggio verbale e società, per capire meglio le dinamiche sociali, pare poco importi.
Una voce nel deserto è del nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in questi ultimi anni ha in più occasioni ribadito l’importanza dell’apprendimento della lingua italiana come fattore fondamentale di integrazione.
Con la composizione attuale delle provenienze degli immigrati la situazione linguistica in Italia è peggiorata notevolmente: l’immigrato africano, prevalente fino al 2020, conosceva almeno nell’abilità del parlato in media 3 lingue, cioè due dialetti locali e una lingua europea, oggi la conferma dell’analfabetismo e la conoscenza esclusiva di lingue indoiraniche e arabo rappresentano un altro grande ostacolo per il vecchio e impreparato sistema scolastico italiano.
Ostacolo che è metabolizzato in modo particolare, e parallelamente convergente, dai due attori principali: l’insegnante e l’apprendente.


Se infatti l’insegnamento, dalle Istituzioni scolastiche ai corsi interni nei centri del sistema accoglienza fino all’associazionismo e volontariato, manca di competenze specifiche, di precise linee guida, di programmi e piani studio dedicati alle esigenze del parlante lingua straniera, dalla parte del migrante apprendente, viene a mancare totalmente, e di conseguenza, l’interesse a imparare la lingua italiana.
E ne viene poi meno anche la necessità, visto che la maggior parte dei lavori svolti dai nuovi immigrati non richiedono particolari abilità linguistiche se non l’estrema semplificazione dell’imperativo.
Il bangladese arriva in Italia – esempio di “migrante economico” – con l’obiettivo di potere provvedere alla famiglia e permettere ai suoi cari di sopravvivere, disposto e obbligato a dare priorità assoluta alla ricerca del sostegno economico. L’italiano, la lingua italiana, non ha alcun valore, ciò che interessa per guadagnarsi un futuro nella società è l’ottenimento del “certificato” di alfabetizzazione o del successivo certificato di 1º Livello, rilasciato dai CPIA, i vecchi centri per gli adulti analfabeti italiani oggi scuole improvvisate per l’insegnamento ai ricedenti asilo.
C’è chi, invece, come l’immigrato dalla Tunisia o Egitto e tanti altri, non ha alcuna intenzione di integrazione ma, interessato alla possibilità di restare sul territorio italiano, per ovvie e varie opportunità, fa un percorso attraverso altri espedienti che gli consentono di ottenere il permesso di soggiorno: “per motivi giudiziari” o “per nuclei familiari con minorenni” – il caso del fenomeno in forte crescita di arrivi di donne incinte con compagno occasionale e bambini neonati.
Culturalmente è un incidente che potrebbe avere sviluppi sociali di enorme rilievo.
La questione linguistica posta dalle lingue indoiraniche e arabo combinata all’analfabetismo diffuso definiscono una “radicalizzazione” linguistica che risulta difficilmente trattabile per l’apprendimento di una nuova lingua, che aggiunta al disinteresse indotto, favorisce anche una decisa polarizzazione culturale.
Le responsabilità sono tantissime e tutte politiche – non starò ora a indagarle (accennato qui). Ciò che mi preme sottolineare qui è che l’integrazione così “politically correct”, reclamata da una visione politica lontana dalla realtà, dall’atteggiamento irresponsabile piuttosto che pragmatico e indirizzato alla analisi e soluzione dei problemi che andrebbero risolti, che si rifugia invece ora nel pietismo ora nel rifiuto e preferisce sbandierare slogan rassicuranti, non esiste. O meglio, le non azioni messe in campo portano in direzione opposta all’obiettivo da sempre pubblicizzato.
È anche responsabilità di tanti settori della cultura italiana, di un giornalismo settario, dei social ignoranti e superficiali, di cittadini prigionieri del qualunquismo. Ma pure di procedure legali ambigue. Non esiste integrazione oggi, né nelle politiche di accoglienza né tantomeno nelle intenzioni della maggior parte dei richiedenti asilo.
L’apprendimento della lingua del paese di arrivo è fondamentale per la determinazione di una entità sociale e quindi integrazione culturale e al lavoro, ed è richiesta sì dal nostro ordinamento, ma la politica, le istituzioni, e il sistema Italia non fornisce gli strumenti che ne consentano e impongano il corretto insegnamento e apprendimento ai livelli almeno intermedi, il minimo per una doverosa interazione verbale, passo fondamentale verso l’integrazione.
Le esperienze dei paesi europei con molti anni di storia dell’immigrazione ci insegnano che il primo atto di integrazione per i migranti che fanno ingresso nel paese è l’obbligo di frequenza di un corso di formazione – di 6 mesi e retribuito al richiedente asilo – che gli consente di acquisire una conoscenza “verificata” della lingua al livello B1, conoscenze delle istituzioni, del mercato del lavoro, dei valori europei.
In Italia l’incapacità politica di intervenire strutturalmente su più fronti, professionale, scolastico, giuridico, sociale, sta causando un impoverimento della lingua italiana, la creazione di un ghetto linguistico. E questo non solo è determinato dai nuovi flussi di immigrati ma anche rilevabile dall’esperienza degli immigrati di lunga durata residenti in Italia, dai nati in Italia cittadini di seconda generazione.
Il nostro paese, se non porrà immediato rimedio con una profonda riforma dovrà in un prossimo futuro confrontarsi con una Neolingua e gravi problemi di emarginazione, ghettizzazione e radicalizzazione.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908
Condividi











Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.