Politica globale e sistemi di potere
Trump visto con gli occhi dei trumpiani
Incredibile che sia passato solo un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Le enormi firme sugli ordini esecutivi, Musk che liquida intere agenzie federali, lo scompiglio creato nelle dichiarazioni esplosive riguardo Gaza, Panama, la Groenlandia si sono abbattute con la violenza di un terremoto


Incredibile che sia passato solo un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Le enormi firme sugli ordini esecutivi, Musk che liquida intere agenzie federali, lo scompiglio creato nelle dichiarazioni esplosive riguardo Gaza, Panama, la Groenlandia si sono abbattute con la violenza di un terremoto sulle opinioni pubbliche del mondo.
La caduta di qualsiasi velo di fair-play, l’esercizio della forza bruta come unico modo per approcciarsi con i nemici e gli alleati, hanno aperto le porte ad una violenza verbale mai vista in politica. Da ultimo, il bullismo nei confronti dell’Unione Europea, e l’annunciata concessione di un quinto dell’Ucraina alla Russia, hanno comunicato a noi europei che davvero siamo soli, e che la protezione militare americana non è più scontata.
Ognuno di questi punti andrebbe sviscerato e analizzato a fondo, cercando faticosamente di dividere la retorica dalla sostanza vera, ma bisogna guardare il mosaico nel suo insieme: ciò che sta avvenendo non rientra solamente nella dinamica politica, ma in una vera e propria rivoluzione culturale. È proprio questo il nodo centrale di cui Trump è il protagonista: un momento storico in cui princìpi apparentemente intoccabili vengono scardinati, e sostituiti da qualcos’altro.
Sarebbe disonesto intellettualmente pensare che questa rivoluzione sia attuata da un despota e da un manipolo di bravi al suo servizio, seppure questa sia la narrazione più facile da accettare. Trump esprime il sentire profondo di un’enorme parte della popolazione americana e occidentale (non necessariamente povera e ignorante), e lo fa in modo esagerato, brutale, shoccante. Proprio per questo non è possibile tirarcene fuori né tornare indietro, e ad ora non sappiamo se tale rivoluzione porterà ad un rafforzamento delle nostre democrazie o alla loro disfatta.
La guerra alle istituzioni
Chiunque sia nato nella seconda metà del ‘900, ha imparato che, ancor più dei governi nazionali per loro natura corruttibili, bisogna porre fiducia negli organismi sovra-statali e trans-nazionali: le agenzie ONU, le corti costituzionali, le agenzie federali ed europee, la magistratura, i grandi organi di stampa sono garanti della democrazia perché “al di sopra” di essa. Questa fiducia era scontata ed era la realtà intorno a noi che lo spiegava.
Negli ultimi due decenni, progressivamente, la fiducia della popolazione in questi organi è crollata, e le istituzioni sovranazionali sono ora percepite come accrocchi di immobilismo, inefficienza, irresponsabilità, interessi autoreferenziali, e soprattutto espressione della cultura progressista dominante. Trump sta demolendo prima con la retorica, poi con i fatti, interi rami degli apparati USA, dimostrando disprezzo per qualsiasi istituzione al di fuori dei governi degli stati.
In Europa, JD Vance fa esattamente lo stesso, con un discorso corrosivo acuito dal fatto di trovarsi davanti ad una platea che lo considera un troglodita, rinfaccia all’Europa la sua inefficiente debolezza, motivo del suo declino economico e della sua irrilevanza militare. I rappresentanti di istituzioni europee si trovano ora nella difficile situazione di dover difendere i propri princìpi da una parte, ma di dipendere militarmente e tecnologicamente dal giovanotto del Kentucky che gli sta facendo la predica, mentre l’ascesa dell’AFD dimostra che la profonda sfiducia nelle istituzioni è già realtà anche in Europa.
La demolizione dei princìpi progressisti
Non esistono identità etnico-religiose, ma solo cittadini; non esistono differenze tra i sessi; l’utilizzo della forza militare è sempre moralmente sbagliato; l’Occidente è stato il principale colpevole dei mali della storia; la crescita economica deve rallentare per la salvaguardia del pianeta. Tutti questi princìpi sono stati veicolati dalla letteratura, dal cinema, dalla televisione, dalla scuola, nati a sinistra ma mai messi in discussione platealmente durante i governi di destra.
Cresciuti, cristallizzati, esagerati dall’ideologia Woke, inseriti nel dibattito politico, diventati dogmi intoccabili, questi princìpi sono ora invisi ad una parte sempre più crescente della popolazione, che li considera avulsi dalla realtà. Trump, a partire dal discorso del suo insediamento, sta demolendo questa impalcatura valoriale non pagando artisti o letterati della sponda opposta, ma facendo terra bruciata di tutti i finanziamenti concreti a suo sostegno, distruggendo realtà stratificate in anni. La lotta dell’ideologia Woke a partire dal giorno 1 sta a significare che davvero la lotta ai princìpi è imprescindibile da quella economico-politica, ed è un elemento fondamentale della rivoluzione culturale in atto.
La legge della forza
“Se un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. La frase di Gian Maria Volonté in “Per qualche dollaro in più” è forse la più evocativa del principio politico cardine della rivoluzione culturale Trumpiana: i forti vincono, i deboli soccombono. Chi vuole sopravvivere deve lottare e avere coraggio, altrimenti dovrà accettare la sua disfatta. Questo principio selvaggio, indiscutibile nel mondo del business, evoca oscuri presagi quando applicato in politica, specialmente in Europa, mai davvero ripresa dalla Seconda guerra mondiale.
Il dibattito si divide tra chi sostiene che i princìpi del diritto internazionale vanno in tutti i modi preservati, e chi invece sostiene che quella stagione è finita, bisogna accettare la brutalità della realtà, e partire da lì per costruire una nuova idea politica di rapporti internazionali. Se per decenni si è partiti dall’idea che ogni essere umano aspira e merita di vivere in pace, ora è chiaro alle opinioni pubbliche che il desiderio di sopraffazione e di conquista di una popolazione rispetto ad un’altra non è un fattore che può essere escluso dall’equazione.
I corpi martoriati a seguito dell’invasione russa e del 7 ottobre hanno dimostrato che chi non sa difendersi viene distrutto. Il discorso di Vance a Monaco ha inoltre spiegato senza giri di parole che gli americani non possono più accettare che le finanze USA siano una vacca da mungere per la salvaguardia degli alleati.L’opinione pubblica americana considera quella ucraina una piccola guerra periferica e nessuno è disposto a morire, e a pagare troppe tasse, per l’Europa.
Con fiuto animalesco, Trump sa perfettamente che i paesi NATO non investiranno mai le cifre pattuite per la loro difesa finché sapranno che il sostegno americano sarà scontato, e la paura dell’annientamento fisico è l’unica cosa che può svegliare l’UE dal suo torpore. La “chiamata alle armi” di Zelensky, il vero gigante politico europeo, dimostra che il messaggio è stato recepito alla perfezione, ora per gli europei non esiste una seconda possibilità.
E noi? Chiunque abbia a cuore la democrazia ed i principi dell’ordine liberale non può che essere spaventato. Un sondaggio alla vigilia delle elezioni USA dimostrò che la maggioranza degli intervistati sosteneva che la democrazia era in pericolo, e che fossero i democratici il vero pericolo.
Ciò dimostra che la rivoluzione a cui stiamo assistendo viene da significative parti di popolazione che non crede in più nei princìpi e nelle istituzioni prima considerate inviolabili. E ci siamo dentro anche noi. Il dibattito è aperto tra chi crede che la soluzione sia resistere a questa onda immensa riaffermando i princìpi precedenti, e chi crede che si debba farne i conti per costruire qualcosa di nuovo, scommettendo sul rilancio tecnologico e militare dell’Europa. In ogni caso, gli esiti sono ad ora imponderabili.
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