Politica globale e sistemi di potere

Zelensky ha vinto un’altra battaglia mostrando al mondo chi sono Trump e Vance

È sorprendente che le maggior testate giornalistiche italiane descrivano il duello verbale tra Trump e Zelensky come una disfatta per il leader ucraino. Ancora una volta, i riflettori sono puntati sul Tycoon, il suo spregio della forma, ed il sadismo con cui maltratta i suoi ospiti.

Zelensky, Trump e JD Vance discutono animatamente nello Studio Ovale durante un acceso confronto sulla guerra in Ucraina
Pietro Molteni01/03/2025Aggiornato 08/09/20263 min lettura606 parole

È sorprendente che le maggior testate giornalistiche italiane descrivano il duello verbale tra Trump e Zelensky come una disfatta per il leader ucraino. Ancora una volta, i riflettori sono puntati sul Tycoon, il suo spregio della forma, ed il sadismo con cui maltratta i suoi ospiti.

Questa è una visione totalmente parziale, ed il litigio nello Studio Ovale è destinato a rimanere nell’immaginario collettivo in modo molto diverso da com’è stato recepito in un primo momento (almeno, questa è la convinzione di chi scrive).

Non giriamoci intorno, Zelensky è stato un gigante, e lo è stato per tre motivi: ha rifiutato l’accordo di Trump, ha portato la questione ucraina in prima pagina, ha dimostrato coraggio in un ambiente a lui totalmente ostile.

Se nel mondo del business “non esiste cattiva pubblicità”, il litigio nello Studio Ovale, le voci sovrapposte, la stizza di JD Vance, hanno avuto l’effetto di monopolizzare l’intero ecosistema mediatico americano, acceso le discussioni sui social, costretto i membri del congresso a prendere posizione.

Da uomo che conosce il mondo dello spettacolo e della televisione, Zelensky ha utilizzato le stesse armi di Trump e gli le ha rivoltate contro, utilizzando la rissa come cassa di risonanza e riportando, di fatto, i princìpi della questione ucraina sulla bocca di tutti.

Se fino a ieri Trump e Putin torreggiavano nei dibattiti sulla fine della guerra, se Macron e Starmer hanno dato prova di fair play e pacatezza, rispondendo in punta di fioretto e ingoiando qualche rospo (il tutto nel totale disinteresse dell’opinione pubblica USA), oggi Zelensky è colui che ha rifiutato il deal di colui che ha scritto “The Art of the Deal”, che ha fatto perdere le staffe ai due maschi Alfa della Casa Bianca, e che qualche ora dopo, nello studio di Fox News, ha detto chiaro e tondo a Brett Baier di non volersi scusare con il Presidente.

Facendolo, ha citato Reagan, l’unico presidente dell’epoca moderna a cui Trump si è esplicitamente ispirato, e ha detto “(Voi americani) dovete capire la nostra posizione. Siamo partner, e dobbiamo essere leali l’uno con l’altro”. In pratica, ha impostato la discussione mettendo l’Ucraina allo stesso livello degli Stati Uniti, in un discorso tra pari.

È palese che l’amministrazione Trump voglia chiudere la guerra in Ucraina al più presto per impedire che la Russia si saldi alla Cina, per risparmiare risorse, e per dimostrare che Trump può fare ciò che Biden non poteva. La soluzione più sbrigativa, cioè, concedere a Putin ciò che vuole e appaltare la difesa dell’Ucraina all’Unione Europea, rischia però di essere per Trump ciò che per Biden è stato il ritiro dall’Afganistan: un’umiliazione insopportabile per gli americani.

Rifiutando l’accordo, e facendolo in quel modo, Zelensky ha svelato la debolezza del progetto Trumpiano, ha giocato a carte scoperte e fatto passare il messaggio che la situazione ucraina è molto più difficile da risolvere che con una firma ed una stretta di mano. Rovesciando il tavolo da gioco, Zelensky ha riaffermato la centralità dell’Ucraina in quanto stato protagonista.

Ci vorranno giorni, o settimane, per capire l’effetto del “gran rifiuto” di Zelensky, ed è probabile una rappresaglia mediatica da parte di Trump e dei suoi accoliti. E’ chiaro però che, in una condizione in cui i messaggi sono importanti quasi quanto la sostanza, quella di ieri è stata per Zelensky tutt’altro che una sconfitta.


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