Israele

Qualche doverosa precisazione sull’operato (disastroso) di Netanyahu

Ritengo doveroso rispondere a quanti mi hanno chiesto di chiarire meglio il mio pensiero, con riferimento particolare all'operato di Benjamin Netanyahu. Non so se prima di addormentarsi capiti al premier israeliano di fare un bilancio della giornata allargato agli ultimi tempi. Se lo facesse con onestà,

Stefano PipernoStefano Piperno16/05/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura867 parole
Anteprima

Ritengo doveroso rispondere a quanti mi hanno chiesto di chiarire meglio il mio pensiero, con riferimento particolare all’operato di Benjamin Netanyahu.

Non so se prima di addormentarsi capiti al premier israeliano di fare un bilancio della giornata allargato agli ultimi tempi.

Se lo facesse con onestà, prima di tutto verso se stesso, dovrebbe ammettere che le scelte che ha operato prima e dopo il 7 ottobre 2023 sono causa della più grande catastrofe abbattutasi sullo Stato di Israele dalla sua fondazione, con delle conseguenze reputazionali che sarà difficilissimo recuperare, se non impossibile.

Senza star qui a rifare la storia degli eventi, vediamo gli effetti delle sue scelte.

1. Inseguito dalla magistratura, pur di restare al potere si è alleato con i partiti religiosi che rappresentano la parte più retriva e aggressiva dell’elettorato, scavando un solco insanabile con moderati e progressisti.

2. Ha tentato di ridurre il potere della corte suprema, allargando ulteriormente la divaricazione con l’opposizione e subendo manifestazioni spontanee di contestazione dalle dimensioni mai viste in Israele.

3. Intanto, sulla spinta dei ministri più reazionari, aveva spostato uomini, mezzi, ma soprattutto attenzione verso i coloni della Cisgiordania, sguarnendo il confine con la striscia di Gaza.

4. Il 7 ottobre, il più grave smacco subito nella storia dello Stato ebraico, ha accusato esercito e servizi, invece di dimettersi. A oggi la sua politica ha prodotto molti morti, troppi e inutili, ma non ha liberato gli ostaggi e annientato Hamas, che è disposto a trattare solo se si garantisce la sua permanenza a Gaza, cioè quello che nessun israeliano di qualunque fede politica è disposto ad accettare, perché quella strage ha infranto ogni certezza.

5. Non è vero che il patto di Abramo fosse alle viste, Mohammed bin Salman ha sempre detto e riconfermato che senza almeno la garanzia scritta di accettazione di uno Stato palestinese (anche a medio-lungo termine) non se ne sarebbe fatto nulla, Netanyahu l’avrebbe firmata? Tutta la sua politica dice il contrario.

6. Bibi ha atteso l’elezione di Trump con la certezza che lo avrebbe appoggiato nella guerra a Gaza e nel questione del nucleare con l’Iran, poiché, in caso di attacco preventivo israeliano ai siti iraniani, sarebbe indispensabile il supporto logistico (rifornimento degli aerei in volo) e di intelligence americano, intanto di segno contrario è la notizia dell’inizio di trattative riservate tra USA e Iran per trovare un accordo che superi il problema, nel contempo, tramite Erdogan, Arabia e Iran si parlano anche loro.

7. A tal proposito faccio notare che Trump lo ha accolto a Washington in modo molto freddo annunciandogli i prossimi colloqui con l’Iran, decisi senza consultarsi con lui (il volto di Netanyahu nella foto accanto a Trump nella stanza ovale lo rivela chiaramente), a questo si aggiunga la visita di Stato in Arabia Saudita business oriented e quella mancata in Israele che non ha nulla da offrire in termini di investimenti, al contrario degli arabi della penisola con cui Trump ha negoziato aperture miliardarie della borsa.

8. Non c’è da stupirsi per come stanno andando le cose, nessuno lo dirà mai ufficialmente, ma Arabia Saudita ed Emirati, che hanno tenuto un basso profilo su Gaza, avranno fatto preventivamente intendere che nella situazione attuale di guerra, una tappa a Gerusalemme avrebbe inciso negativamente sugli accordi commerciali che sono al primo posto nelle priorità di Trump rispetto al suo elettorato, notando che gli ebrei americani sono in maggioranza democratici e gli evangelici, storicamente finanziatori di Israele, sono saldamente repubblicani.

9. Il protrarsi della guerra sta consolidando in maniera decisiva l’ondata di antisemitismo nel mondo (due recenti episodi: gli sticker sui libri di Singer da Feltrinelli a Milano, il boicottaggio chiesto da oltre 70 artisti all’Eurofestival della cantante israeliana scampata al 7 ottobre), un bel risultato per lo Stato nato per essere il ricovero e la protezione degli ebrei dopo secoli di persecuzioni culminate con la Shoah!

10. Israele è uno Stato democratico in cui il governo è espressione della maggioranza, solo se Netanyahu si dimettesse si tornerebbe a votare prima della naturale scadenza, ma non sono convinto che i rapporti di forza nella Knesset cambierebbero di molto, perché difronte alla minaccia di liberare la terra “from the river to the sea” l’ipotesi di annientare Hamas e vendicare il 7 ottobre farà premio su ogni altra opzione e l’attuale maggioranza è accreditata per essere quella che perseguirebbe tale scopo.

In questo quadro, Israele è stretto tra sconcertanti esigenze contrapposte: il suo isolamento e l’antisemitismo dilagante in Occidente da una parte e la sua sopravvivenza come Stato libero e democratico dall’altra.

Come ho avuto modo di scrivere, credo che la soluzione, almeno temporanea, sia in possesso di bin Salman e Trump, mentre, come sempre l’Europa latita, bloccata dalla mancanza di una direzione politica e dalla presenza mussulmana in molti dei suoi paesi.

Chiudo con la speranza che la striscia di Gaza sia messa al più presto sotto controllo internazionale, ma anche in questo l’ineffabile Bibi sembra perseguire una via sbagliata opponendo l’idea di occuparla di nuovo stabilmente.


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