Iran

Israele attacca le basi nucleari della Repubblica Islamica – La resa dei conti è cominciata

E così è cominciata la resa definitiva dei conti: la guerra tra Israele e la Repubblica Islamica. Una guerra necessaria, improrogabile. Esistenziale.  E sono sicura che qualcuno storcerà il naso e si affretterà a dire che nessuna guerra lo è. Forse. Ma quando la scelta tra

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti13/06/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura746 parole
Prima Pagina


E così è cominciata la resa definitiva dei conti: la guerra tra Israele e la Repubblica Islamica. Una guerra necessaria, improrogabile. Esistenziale. 

E sono sicura che qualcuno storcerà il naso e si affretterà a dire che nessuna guerra lo è. Forse. Ma quando la scelta tra pace e guerra c’è di mezzo un’estinzione nucleare le opzioni si assottigliano. 

Era adesso o mai più. Perché quando una nazione che ha fatto della distruzione dello stato ebraico una missione, sta per mettere a punto un’arma che può spazzare via un paese in pochi secondi, c’è poco da fare i pacifisti.

Chi scrive non ha mai avuto simpatie per Donald Trump. Ma su un punto era più in sintonia con i Repubblicani: la fermezza verso Teheran. A differenza della politica di appeasement dei Democratici, che ha concesso ai mullah lo spazio per rafforzare il proprio braccio armato nella regione: Hezbollah, Hamas, Houthi. Fino al massacro del 7 ottobre, gli attacchi nel Mar Rosso e la destabilizzazzione dell’intero Medio Oriente.

Per dirla con Weber: c’è l’etica delle intenzioni, che fa”la cosa giusta” nel breve termine, e l’etica della responsabilità, che fa la cosa più dura per garantire stabilità nel lungo periodo. L’amministrazione Biden ha scelto la prima. E ha finito per perdere ogni reale influenza su Israele. Andando a rimorchio, senza alternative.

Trump, nella sua prima amministrazione, almeno mostrava idee chiare sul Medio Oriente. Nella seconda, il vuoto. Tra reality show, slogan roboanti e promesse surreali – deportazioni di massa a Gaza per farne una Las Vegas – la sostanza è evaporata nel populismo spicciolo fatto del nulla catodico e da social network. E dietro le quinte, anche lui ha inseguito l’illusione di un compromesso con Teheran. Come Biden. Con lo stesso esito: Washington costretta a inseguire, in imbarazzo, mentre cerca di distrarre da ogni suo singolo fallimento, creando il caos in casa.

Perché – diciamolo – quando sguinzagli l’ICE ad arrestare gente a caso per strada solo perché sembra latinoamericana, e infili nelle gabbie anche i bambini,  non ci vuole molto perché la gente scenda in piazza e salti ogni valvola di protesta civile. E l’amministrazione Trump lo sapeva bene. Ed era lì che tutti guardavano in questi giorni – alle schermaglie tra Donald Trump e Gavin Newsom e la guardia nazionale per le strade di Los Angeles – la California che scalpita, e non solo lei.

Quella che doveva essere la”grande” influenza di Trump nella risoluzione dei conflitti, si è rivelata una presa di ceffonni a destra e a manca: prima l’Ucraina, con l’operazione Spider’s Web che sguinzaglia centinaia di droni e spazza via depositi, convogli, aeroporti: un’umiliazione annunciata per Mosca, ma anche per chi aveva promesso ordine e invece si è trovato spettatore di un’escalation senza precedenti. Poi Taiwan, con Pechino che alza il livello dello scontro giorno dopo giorno, e gli Stati Uniti che, a forza di “linee rosse” ridisegnate ogni settimana, finiscono per sembrare più confusi che determinati.

E infine il Medio Oriente, dove l’unico vero risultato è stato far precipitare Israele in una guerra esistenziale, da solo, senza copertura politica reale, mentre a Washington si affannano tra dichiarazioni contraddittorie, smentite e silenzi colpevoli.

La”grande influenza”? Una narrazione da comizio.

Non che gli americani non ci abbiano provato a fermare Israele. Come quando, mesi fa, tramite una talpa della CIA, passavano i piani di attacco contro le basi nucleari a un canale Telegram. Poi, la “morte naturale” del procuratore Jessica Amber che investigava sulla faccenda.

Israele è andata per la sua strada, come non poteva fare altrimenti: il regime islamico era un’idra a più teste, e la principale andava tagliata.

E come non ho alcuna simpatia per Trump, non ne ho neanche per Netanyahu. Perché se strategicamente è tutto chiaro per quanto riguarda la guerra contro regime islamico e relative milizie, ho perso da tempo il filo di quanto stia avvenendo a Gaza, incapace di afferrare i veri obiettivi di Israele (se ci sono), un piano (se c’è).

Ma l’attacco alle basi nucleari è un’altra storia. Non è una questione di Netanyahu né del suo entourage estremista. Chiunque fosse stato al potere in Israele avrebbe agito allo stesso modo.

Per necessità.


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Tag editoriali

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay