Guerra ibrida e disinformazione
Oggi non servono più missili per destabilizzare l’Occidente. Bastano le parole
C’è un fronte interno che non usa armi, ma parole. Più pericoloso perché lavora dall’interno, con tesserini da giornalisti, badge da accademici e megafoni da attivisti. È il volto italiano della propaganda dei regimi: Mosca, Teheran, Gaza. E il nemico, per loro, è sempre lo stesso:


C’è un fronte interno che non usa armi, ma parole. Più pericoloso perché lavora dall’interno, con tesserini da giornalisti, badge da accademici e megafoni da attivisti. È il volto italiano della propaganda dei regimi: Mosca, Teheran, Gaza. E il nemico, per loro, è sempre lo stesso: l’Occidente.
La regia ideologica: dall’ayatollah a Putin, passando per Gaza
Non è un’alleanza esplicita, ma una convergenza d’interessi. Ogni volta che l’Iran reprime, che la Russia bombarda o che Hamas massacra, si attiva lo stesso meccanismo difensivo nei media italiani: il relativismo. Tutto viene ridotto a “reazione”, “contesto”, “provocazione”. Le colpe? Sempre dell’Occidente. Le vittime? Sempre ambigue. I carnefici? Spesso legittimati come “resistenti”.
Nel 2022, mentre le donne iraniane morivano per un ciuffo di capelli, certi opinionisti parlavano di “imperialismo culturale”. Nel 2023, quando Hamas ha squartato neonati e stuprato donne a Kfar Aza, il coro è stato “reazione all’occupazione”. Nel 2024, mentre Putin deportava bambini ucraini, si discuteva se fosse colpa della NATO.
Non è ignoranza. È ideologia.
2. Le penne militanti: nomi, firme, copioni
Ci sono giornalisti che lavorano per informare. E poi ci sono i “militanti col tesserino”. I primi controllano le fonti. I secondi controllano la narrazione.
Dall’ex inviato che interviene nei forum pro-Assad, al saggista che pubblica editoriali in linea con le strategie del Cremlino. Dal docente universitario che partecipa a convegni finanziati da fondazioni legate all’Iran, fino all’attivista che difende Hamas come “movimento di liberazione”, ignorando 500 km di tunnel sotterranei pieni di armi e ostaggi.
Tra questi nomi circolano spesso:
- opinionisti di sinistra che giustificano ogni violenza se compiuta “contro l’imperialismo”;
- giornalisti embedded nei social network, che rilanciano comunicati di Hamas senza mai verificarli;
- influencer dell’informazione alternativa, spesso senza alcuna verifica, che leggono Gaza con gli occhi di Al Jazeera ma ignorano del tutto le fonti israeliane, egiziane o ONU che contraddicono la narrativa.
Quando la cronaca diventa propaganda
Il giornalismo prevede verifica, bilanciamento, responsabilità. Ma quando la causa prende il sopravvento sulla verità, nasce un altro mestiere: il propagandista.
La cronaca degli ultimi anni è zeppa di esempi: video falsi rilanciati come verità, immagini fuori contesto, testimonianze da fonti uniche e non verificabili. In molti casi, l’unico filtro è l’emozione. E l’emozione, si sa, è l’anticamera della manipolazione.
Basta una sola parola sbagliata, e il colpevole diventa vittima. Basta omettere un dettaglio, e il massacro diventa legittima difesa. Così, mentre i bambini israeliani vengono giustiziati, si parla di “controffensiva”. Mentre l’Iran arma milizie in tutto il Medio Oriente, si discute dell’embargo “ingiusto”.
Il danno culturale: generazioni confuse
Il danno non è solo informativo. È educativo. Ragazzi cresciuti nella convinzione che ogni democrazia sia “fascismo mascherato”, che ogni regime sia “una cultura da rispettare”, che il terrorismo possa essere “una forma di protesta”.
Questo veleno ha effetti reali:
- Studenti che sfilano per Gaza con i simboli di Hamas, senza sapere che si tratta di una sigla terroristica.
- Insegnanti che evitano di parlare delle donne iraniane per non “offendere la cultura islamica”.
- Intere fette di opinione pubblica incapaci di distinguere tra un atto di guerra e un crimine di guerra.
L’informazione come arma. E il fronte interno va disarmato
Oggi non servono più missili per destabilizzare l’Europa. Bastano le parole. Quelle che escono dai microfoni, dalle tastiere, dai talk show.
Il vero fronte non è solo a Gaza o a Kharkiv. È qui. Nei nostri notiziari, nelle nostre università, nelle nostre redazioni. E la responsabilità è enorme: perché il nemico non è solo chi manipola. Ma anche chi ascolta senza fare domande.
Non basta più essere “contro la guerra”. Serve essere contro i guerrafondai, anche quando vestono i panni del “resistente”. Anche quando parlano italiano.
“Ogni volta che una strage viene giustificata, un giornalista ha fallito. Ogni volta che una propaganda viene rilanciata, un propagandista ha vinto.”
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