Propaganda propal
A volte l’odio per Israele si nasconde nei dettagli grafici di un manifesto
In Italia si moltiplicano le iniziative che pretendono di erigere l’ostracismo verso Israele a prerequisito per esistere nel mondo accademico, culturale e professionale. Non è più questione di critica legittima ma di conformismo ideologico e virale. Anche quelle iniziative che si presentano come solidali nei confronti


In Italia si moltiplicano le iniziative che pretendono di erigere l’ostracismo verso Israele a prerequisito per esistere nel mondo accademico, culturale e professionale. Non è più questione di critica legittima ma di conformismo ideologico e virale.
Anche quelle iniziative che si presentano come solidali nei confronti del popolo palestinese finiscono sempre per tradire, anche solo in qualche piccolo dettaglio semantico, il sentimento di odio per lo Stato d’Israele.
Pubblichiamo al riguardo la lettera che ci ha inviato l’amico Vittorio Pavoncello sull’ennesimo appello a sostegno della causa palestinese, questa volta nell’ambito del Festival del Cinema di Venezia.
Gli operatori del cinema, riuniti attorno a Venice for Palestine, hanno lanciato un appello per sostenere la causa palestinese. Nulla di nuovo: da anni il mondo della cultura italiana si presta a campagne ideologiche che usano il conflitto mediorientale come bandiera. Ma qui la questione va oltre la semplice presa di posizione politica.
La locandina diffusa per promuovere l’iniziativa, infatti, non rappresenta “la Palestina”: rappresenta Israele. Una scelta tutt’altro che ingenua. Il messaggio implicito è chiaro: per sostenere la Palestina, bisogna cancellare Israele dalla mappa.
Altro che solidarietà umanitaria: questo è un atto di propaganda. Un’operazione che, invece di contribuire al dialogo e alla comprensione, alimenta l’idea che la pace si ottenga negando l’esistenza dell’altro. Un paradosso che non sfugge a chiunque abbia un minimo di consapevolezza storica e politica.
L’arte e il cinema dovrebbero essere strumenti di incontro e di confronto, non megafoni di chi sogna un Medio Oriente “judenrein”, ripulito dalla presenza israeliana. È grave che un festival come quello di Venezia, simbolo di cultura e libertà, diventi cassa di risonanza di chi auspica la scomparsa di uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale.
Se davvero si vuole dare voce a chi soffre, si cominci con il rispetto della verità e della complessità, senza manipolare mappe e simboli. Perché dietro la grafica di un manifesto si nasconde spesso la sostanza di un progetto politico: e in questo caso, il progetto è chiaro.
Vittorio Pavoncello
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