Politica globale e sistemi di potere

La Nausea: cronaca quotidiana del suicidio dell’Occidente

C'è una nausea che sale, fisica e ineludibile, di fronte al grande spettacolo della menzogna contemporanea. Accendere la televisione, scorrere le notizie, ascoltare i dibattiti su Israele, Palestina, Russia, Ucraina, significa esporsi a una regressione della ragione a livelli quasi animali, a una follia cacofonica piena

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco02/09/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura665 parole
Prima Pagina

C’è una nausea che sale, fisica e ineludibile, di fronte al grande spettacolo della menzogna contemporanea. Accendere la televisione, scorrere le notizie, ascoltare i dibattiti su Israele, Palestina, Russia, Ucraina, significa esporsi a una regressione della ragione a livelli quasi animali, a una follia cacofonica piena di odio, opportunismo e falsità. Si prova un disgusto profondo, un rigetto istintivo che porta a voler spegnere tutto, a ritirarsi da un discorso pubblico ormai irreparabilmente tossico.

Questa non è una semplice stanchezza. È il sintomo di un collasso. Viviamo nel paradosso di un’era che, pur avendo democratizzato l’accesso alle fonti come mai prima nella storia, ha prodotto una confusione mentale senza precedenti. Sembra quasi che l’abbondanza di informazione abbia atrofizzato il pensiero critico, lasciandoci mentalmente inermi.

Anche le menti più istruite e intelligenti appaiono spesso incapaci di resistere a una pervasiva nebbia ideologica, schiave di bolle di propaganda e camere dell’eco che non impongono una verità, ma la rendono irrilevante. È come se il nostro cervello collettivo, privato delle sue difese, si fosse lasciato portare via dal vento, offrendo uno spettacolo che un giorno sarà forse oggetto di studio.

Ma questa fragilità mentale non nasce nel vuoto. È la conseguenza diretta di una malattia spirituale più profonda, la cui causa suona come una condanna: il benessere ci ha uccisi. La pace e la prosperità che l’Europa ha conosciuto per decenni non sono state solo una vittoria, ma anche un potente sedativo.

Ci hanno resi spiritualmente obesi, sazi e apatici, incapaci di concepire il concetto stesso di sacrificio. In questa opulenza che ottunde i sensi e anestetizza le coscienze, parole come onore, dovere e patria sono diventate suoni vuoti, bestemmie retrograde in un mondo consacrato all’unica, ossessiva religione dell’Io.

Abbiamo barattato le grandi domande sul senso dell’esistenza con la ricerca spasmodica di piccoli piaceri individuali, lasciando dietro di noi un deserto di legami e un’angoscia senza nome. In questo deserto abbiamo cresciuto i nostri figli.

Una generazione a cui è stato offerto il cucchiaio d’argento sin dalla nascita, proteggendola da ogni asperità, da ogni conflitto, da ogni dolore. Il risultato è una gioventù lasciata in uno stato di totale disinteresse, spensierata e fragile, intellettualmente disarmata di fronte alla complessità del mondo.

Su questo grava la colpa storica di una generazione di padri che, guardando la propria opera, non può che sentirsi la peggiore della storia, arrivando persino a sperare che l’apatia dei propri figli sia una benedizione, uno scudo che li protegga dalla comprensione dell’epoca di ferro e fuoco che si sta preparando.

I sintomi di questa decadenza sono evidenti nella nostra incapacità di leggere la realtà. Una società che ha dimenticato il prezzo della libertà non può comprendere perché un popolo come quello ucraino si ostini a combattere per essa; la sua resistenza diventa un fastidioso disturbo alla quiete generale.

Un mondo che ha smarrito ogni bussola morale finisce per invertire i ruoli di vittima e carnefice, accusando chi si difende e subendo il fascino perverso di terroristi e autocrati, mascherando la propria viltà con l’appello a una pace vuota e senza giustizia.

Si respira la stessa, inquietante sensazione di chi ha già vissuto una vigilia di catastrofe, la percezione che la storia si stia preparando a ripetere il suo copione più tragico. Si avverte nell’aria quella miscela di ideologia, fanatismo e disperazione che già in passato ha fatto impazzire i popoli, rendendoci spettatori ciechi e sordi mentre le fondamenta della nostra civiltà si sgretolano. La nausea che proviamo è l’ultimo sussulto di un organismo che sta morendo, l’ultimo spasmo di coscienza prima dell’encefalogramma piatto.

La tragedia finale non è la perdita della nostra anima, ma l’aver perso anche solo il coraggio di guardare in faccia chi, oggi, ai confini del nostro mondo sedato, la sta incarnando al posto nostro.


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