Antisemitismo
Denunciamo e combattiamo l’antisemitismo ma non banalizziamolo
Comincia con questo articolo la collaborazione di Andrea Colombo con InOltre. Benvenuto Andrea. Tra i molti pessimi servizi resi da Benjamin Netanyahu a Israele e agli ebrei figura in postazione eminente l'aver contribuito a banalizzare la denuncia di antisemitismo, privandola così di ogni impatto. Per Bibi,


Comincia con questo articolo la collaborazione di Andrea Colombo con InOltre. Benvenuto Andrea.
Tra i molti pessimi servizi resi da Benjamin Netanyahu a Israele e agli ebrei figura in postazione eminente l’aver contribuito a banalizzare la denuncia di antisemitismo, privandola così di ogni impatto.
Per Bibi, ma in realtà anche per molti ebrei, ogni critica e ogni denuncia rivolte al suo governo, ai suoi metodi e dunque all’operato del Paese che guida si spiegano solo con un antisemitismo endemico, universalmente diffuso, un tempo latente e adesso conclamato.
Dovrebbe essere inutile spiegare che, se tutto tranne il plauso diventa”antisemitismo”, quell’accusa che doveva restare pesante si riduce a piuma. Diventa facile per gli antisemiti mimetizzarsi e per i filopalestinesi che antisemiti non sono chiudere gli occhi sulle fattezze orrende di quelli con cui manifestano a braccetto.
In quello che a tutti gli effetti si presenta oggi come un vero Movimento, internazionale e appassionato, trasversale e composito, una robusta componente antisemita c’è davvero. Proprio per questo andrebbe indicata con dettagliata precisione e non confusa con pulsioni che, per quanto discutibili, con l’odio per gli ebrei non si identificano.
Nel fiume”pro-pal” si possono in realtà individuare tre correnti principali, distinte anche se spesso intrecciate e sovrapposte: ci sono gli anti-Netanyahu, gli antisionisti, gli antisemiti. Non sono la stessa cosa. Fingere che lo siano fa solo danno.
I primi sono i moltissimi sinceramente indignati per massacri che sono davvero poco discriminati. Nella maggioranza dei casi non sono antisemiti e spesso neppure contrari all’esistenza di Israele, anche se lo stanno diventando in percentuale crescente.
Accusarli di guardare solo al sangue palestinese ignorando quello che scorre nel resto del mondo è futile. È ovvio che ci si indigni per quello che tv, siti e giornali mostrano ogni giorno molto più che per i rari trafiletti che danno conto in poche righe dei massacri altrove.
Ed è altrettanto nell’ordine delle cose che i media considerino notizia quel che accade nella culla della civiltà occidentale e islamica più che nelle slabbrate periferie di quelle civiltà.
Neppure gli antisionisti sono tutti e a priori antisemiti. Si sommano qui tendenze antiche, come un malinteso terzomondismo in campo già dalla metà del secolo scorso, e moderne, come il rozzo e anticolonialismo che ha imperversato negli ultimi 15 anni.
Quelli che negli anni ’60, con maggior spessore e migliori maestri, sognavano l’accerchiamento dell’occidente capitalista da parte dei Paesi in stracci confondono oggi i fratelli Sinwar con i Castro e si abbeverano a Pappè invece che a Fanon.
Odiano gli Usa e l’Occidente, non solo Israele e non gli ebrei in quanto tali. I ragazzi convinti che la storia degli ultimi secoli si riduca a una teoria di genocidi e vessazioni coloniali, nuvole nere non traversate da lame di luce, immaginano ora di potersi sfogare non più solo su statue e libri di testo ma sulla reincarnazione del Belgio di Leopoldo o dei massacratori degli Harari. È un’area non antisemita in sé ma a forte rischio di sconfinamento e la confusione spinge in quella direzione.
Lo stesso antisemitismo conclamato meriterebbe analisi meno grossolane. In molti casi non si tratta dell’antisemitismo razziale che in fondo ha dato le carte per un tempo relativamente breve, appena un paio di secoli. C’è anche quello e si manifesta in forme note,”il popolo non a caso odiato da tutti”, l’eterno grande complotto mondiale. C’è l’ansia di liberarsi dall’eredità scomoda delle persecuzioni grazie alla odiosa identificazione di Israele col nazismo e di Gaza con Auschwitz.
C’è soprattutto la resurrezione del ben più longevo antisemitismo cristiano, di cui quello mascherato da antisionismo riprende secolarizzandoli tutti i canoni e gli stereotipi: l’identificazione di Israele e degli ebrei che Israele continuano ad amare con il male assoluto, la menzogna del sangue, la possibilità di salvarsi con la conversione e l’abiura.
La continua e plaudente evocazione degli”ebrei antisionisti” come Moni Ovadia o Ilan Pappè non dimostra l’assenza di antisemitismo: ne è la definitiva conferma.
Invece di immergersi fino al collo nel duello di propaganda che contrappone la banalizzazione del genocidio a quella dell’antisemitismo, con questa realtà spiacevole, bisogna fare i conti. Con intelligenza e capacità di discernimento. Senza faziosità.
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