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La crisi dei giornali italiani non è solo questione di Internet, social o pubblicità in fuga

Quando Eugenio Scalfari progettò La Repubblica, con scelta rivoluzionaria, immaginò il giornale in formato tabloid incentrato su politica ed economia, tutto notizie e commenti, senza foto e pagine dedicate allo sport, uno strumento austero, un tempio del pensiero laico progressista. Infatti, così apparve agli inizi, l’unica

Stefano PipernoStefano Piperno07/09/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura746 parole

Quando Eugenio Scalfari progettò La Repubblica, con scelta rivoluzionaria, immaginò il giornale in formato tabloid incentrato su politica ed economia, tutto notizie e commenti, senza foto e pagine dedicate allo sport, uno strumento austero, un tempio del pensiero laico progressista.

Infatti, così apparve agli inizi, l’unica concessione alla divagazione era la vignetta di Forattini, a volte più espressiva e pungente degli articoli che la circondavano.

Poi nel tempo la testata si è evoluta in chiave con l’assunto rinnovarsi o perire, perché Scalfari prese atto dello scarso successo iniziale, dalla collocazione politica all’immagine seriosa, e virò in una direzione che consentì una scalata ai primi posti delle tirature, superando, contro ogni previsione, testate storiche e diffuse come La Stampa e Il Messaggero fino ad insidiare lo storico primato del Corriere della Sera.

Questo preambolo serve a evidenziare la capacità di visione di Scalfari che fece di Repubblica un modello di successo che cambiò in modo profondo la storia del giornalismo italiano.

Dalla scossa di Repubblica, che risale alla seconda metà degli anni ’70, l’elettroencefalogramma dell’industria editoriale italiana è andato sempre più appiattendosi.

Da più di trent’anni i quotidiani italiani perdono lettori e non è una flessione, non è un “ciclo sfavorevole”: è un esodo costante.

Le cause sono molteplici, ma hanno un filo comune: l’incapacità di reagire con prontezza e lucidità a un mondo che cambiava perché la crisi dei giornali italiani non è solo questione di Internet, social o pubblicità in fuga. È anche – e soprattutto – un problema di conservatorismo editoriale, che si manifesta in forme precise e riconoscibili.

La velenosa combinazione di sindacati interni, azionisti conservatori, un generale snobismo intellettuale del giornalista medio ha piombato qualsiasi tentativo di evolvere un sistema che non funzionava più. Che non poteva funzionare più.

Già nei primi anni di questo secolo, quando il mondo andava digitalizzandosi a ritmi sempre più frenetici, i giornali italiani hanno continuato a ragionare come se fosse ancora il 1980. Transizione al digitale fatta copiando il cartaceo e mettendolo on line: una reazione fiacca a un modello di consumo che evolveva giorno dopo giorno. Ancora oggi molti giornalisti ritengono un demansionamento e una perdita di prestigio scrivere sulla versione on line del proprio giornale.

La pubblicità, un tempo linfa vitale, è evaporata nelle casse di Google e Facebook e invece di investire in innovazione, data journalism, podcast o prodotti originali, molte testate hanno scelto la via dei tagli. Risultato: meno giornalisti, più agenzie, meno inchieste. Un giornale più povero non riconquista lettori: ne perde altri.

L’editoria è finita nelle mani d’imprenditori dalle molteplici attività industriali e finanziarie, come Agnelli e De Benedetti, che hanno utilizzato i giornali posseduti con occhi attenti ai propri interessi o entrati in politica come a suo tempo Berlusconi, facendo percepire i giornali come voci di padrini politici o economici. Non come cani da guardia del potere, ma come suoi portavoce. Perché un giovane dovrebbe pagare per leggere un giornale che sospetta sia telecomandato o strumentale ad interessi particolari?

Eppure, altrove, i giornali hanno dimostrato che la crisi non è una condanna a morte. Il New York Times ha scelto la qualità e un ecosistema digitale variegato: inchieste, newsletter, podcast, perfino ricette. Il Guardian ha puntato su trasparenza e donazioni volontarie. In Scandinavia, i giornali locali hanno trovato la loro forza nel rapporto diretto con le comunità.

Viceversa, in Italia a causa della miopia opportunistica degli editori alleata con il corporativismo snob dei giornalisti, i quotidiani non hanno perso solo lettori: hanno perso centralità culturale. Non dettano più l’agenda, non sono più i guardiani della democrazia, ma un attore fra tanti in un flusso infinito di contenuti, di qualità per lo più scadente.

Invertire la rotta è difficile ma non impossibile. Servirebbe coraggio: meno compromessi, più indipendenza, più innovazione. Servirebbe decidere cosa si vuole essere davvero.

Essere autorevoli significa fare previsioni che si realizzano, scoprire magagne gelosamente celate, spiegare in modo chiaro cose difficili, fare le pulci ai potenti senza paura, insomma comportarsi con uno stile che rende ammirevoli, inattaccabili e non ricattabili.

Finché la risposta resterà ambigua, finché prevarranno opportunismo e corporativismo i giornali italiani continueranno a fare quello che sanno fare meglio da trent’anni: perdere lettori.

p.s. noi nel nostro piccolo abbiamo creato InOltre 😉


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