Propaganda propal
Quella lunga fedeltà dell’università italiana ai conformismi più intolleranti
Non si fa così, non è giusto, non ce lo meritiamo. Dall'intervista rilasciata al Corriere della Sera dal rettore dell'Università di Pisa, Riccardo Zucchi, traspare l'amarezza tipica di chi si sente vittima di ingratitudine. Gli"ingrati" in questione sono gli studenti (ma erano davvero tutti studenti? Il


Non si fa così, non è giusto, non ce lo meritiamo. Dall’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal rettore dell’Università di Pisa, Riccardo Zucchi, traspare l’amarezza tipica di chi si sente vittima di ingratitudine.
Gli”ingrati” in questione sono gli studenti (ma erano davvero tutti studenti? Il Rettore ha contezza di chi circola nel suo ateneo oltre, ça va sans dire, al libero pensiero di cui sempre si mena vanto?) che alcuni giorni fa hanno interrotto con la violenza una lezione di diritto pubblico comparato del professor Casella, reo di”sionismo”.
Il rettore Zucchi, bontà sua, giudica”negativamente” l’episodio. Un avverbio che non riflette propriamente uno stracciarsi di vesti di fronte all’uso di violenza in un’aula universitaria, ma transeat.
Quel che è più interessante è scorrere, dalle parole di Zucchi, l’accorato elenco di best practices propal, anche se ovviamente spacciate irenicamente per”pacifiste”, di cui l’ateneo pisano si è reso meritoriamente protagonista. Insomma, sembra implorare il rettore, ci siamo”schierati senza ambiguità con il popolo palestinese”, abbiamo parlato di”operazione di pulizia etnica”, abbiamo sospeso, primi in Italia, i rapporti con due università israeliane, colpevoli (udite!) di avere rapporti con l’esercito del loro paese e di sostenere il governo del proprio paese in guerra, e ciononostante ci portate la violenza in aula?
Sarebbe interessante sapere da Zucchi se la probità democratica del suo ateneo conduce a scrutini etici condotti con altrettanta acribia anche rispetto ai rapporti accademici intercorrenti con paesi di non proprio specchiata tradizione liberale.
Come la Cina, che rinchiude nei lager la minoranza uigura oltre a reprimere ogni forma di dissenso, oppure l’Iran degli ayatollah che, oltre ad avere un ruolo cruciale e diabolico nella guerra che toglie il sonno al collegio accademico pisano, è avvezzo alla tortura e alle impiccagioni nei confronti degli studenti scomodi, soprattutto se di sesso femminile.
Oppure, quando è in gioco il rapporto con simili regimi (e magari anche con quello putiniano), torna buona l’altezzosa e zuccherosa retorica circa la superiorità asessuata della cultura e della ricerca che debbono servire a”costruire ponti” anche mentre tutto intorno infuriano guerre sulle cui origini e responsabilità si preferisce sempre glissare, salvo si trovi l’escamotage argomentativo per farne carico all’Occidente?
Sarebbe interessante, insomma, sapere se l’Università di Pisa ha un unico canone di comportamento oppure se siamo in presenza del consueto”trattamento etico differenziato” riservato allo Stato ebraico, le cui guerre, come ormai arcinoto, sono sempre”speciali”,”eccezionali”, un”unicum” di abiezione che produce vittime altrettanto speciali e sul quale riversare riserve di indignazione morale che evidentemente non si è ritenuto di”sprecare” per altri conflitti e altre vittime.
Trattamento etico differenziato che comunque, ci assicurano puntualmente sdegnate le anime belle, nulla ha a che spartire con l’antisemitismo.
Ma, anche a voler tralasciare questi legittimi sospetti, quel che colpisce è l’impianto generale dell’intervista rilasciata dal rettore Zucchi.
La preoccupazione dominante nell’illustre accademico non è la condanna della violenza e la solidarietà verso il collega, pur ritualmente e inequivocabilmente presenti nelle sue risposte. Ciò che preme a Zucchi è rivendicare come l’ateneo da lui diretto abbia un pedigree propal di tutto rispetto che rende appunto immeritata l’esplosione di violenza dell’altro giorno.
Il tutto espresso nella più totale assenza di una riflessione critica sulla guerra in corso. Non una parola sulla tragica alternativa del diavolo in cui il pogrom del 7 ottobre e gli altri sei fronti d’attacco mortale hanno precipitato una democrazia occidentale amica come Israele, non un cenno al 7 ottobre stesso, non un pensiero agli ostaggi.
Anche la solidarietà verso il professor Casella (“rispettabilissimo”,”ha pieno diritto di esprimere le sue opinioni”) viene chiosata in maniera che non lascia spazio a dubbi:”sono arrivate ricostruzioni molto diverse tra loro e non posso esprimermi, sarà la magistratura a fare chiarezza. Quello che è certo è che abbiamo preso una posizione netta a favore della causa di Gaza, ma sempre nel solco della non violenza…”.
Del resto, la tutela del pedigree propal è all’origine anche di quanto accaduto al Politecnico di Torino dove gli studenti di”Cambiare Rotta” non hanno avuto necessità di praticare la violenza per zittire un docente ebreo colpevole di aver difeso le IDF: lo hanno denunciato al Rettore e questi lo ha sospeso dall’insegnamento. Torino, Italia, 2025.
Pisa, Torino, oltre al caso del decano del Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo palermitano che ha suggerito di ritirare l’amicizia su Facebook agli amici ebrei,”anche a quelli buoni”, insomma pure agli”ebrei meritevoli” (copyright by Iuri Maria Prado) che si dichiarano contrari alle azioni del governo israeliano o dell’IDF, ma che in realtà si presterebbero così a”coprire l’orrore”.
Inanellando questi episodi, Giulio Meotti ha icasticamente twittato che”l’università italiana è una cloaca”.
Il giudizio può certo apparire severo, soprattutto per rispetto di tante belle, affilate intelligenze che pure popolano l’accademia italiana.
Ma certo è impressionante la perversa coerenza con la quale la tradizione universitaria si rivela anche una storia di squallida e pericolosa adesione al più intollerante conformismo.
Dal giuramento di fedeltà al fascismo al flirt eccitato e compiaciuto di frange di cattedratici con la violenza politica degli anni ’70, dal laicismo scientista (la peggiore forma di intolleranza), che negò il diritto di parola ad uno dei maggiori intellettuali del ‘900 divenuto Papa, all’odierna adesione acritica alla causa propal, la classe universitaria sembra da sempre distinguersi come una punta di lancia dell’odio di sé dell’Occidente.
I queruli e ricorrenti lamenti sul livello della classe dirigente italiana forse dovrebbero partire dall’analisi dei luoghi in cui quella classe dirigente si forma.
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