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La pietra d’inciampo di Francesca Albanese si chiama Liliana Segre
Francesca Albanese, intervistata da Fanpage il 6 ottobre, ha affermato: «La pietra di inciampo della logica è che se una persona ha una malattia, non va a farsi fare la diagnosi da un sopravvissuto a quella malattia, ma da un oncologo. Ho grandissimo rispetto per la


Francesca Albanese, intervistata da Fanpage il 6 ottobre, ha affermato: «La pietra di inciampo della logica è che se una persona ha una malattia, non va a farsi fare la diagnosi da un sopravvissuto a quella malattia, ma da un oncologo. Ho grandissimo rispetto per la senatrice Segre, una persona che ha vissuto traumi indicibili e che è profondamente legata a Israele. Per questo sostengo che ci sono gli esperti e che non è la sua opinione, o la sua esperienza personale, a stabilire la verità su quanto sta accadendo […] c’è chiaramente un condizionamento emotivo che non la rende imparziale e lucida davanti a questa cosa».
La rapporteur dell’Onu è stata sollecitata su questo punto perché, nel talk show politico In Onda, trasmesso il 5 ottobre su La7, ha abbandonato in fretta lo studio televisivo nel momento in cui il suo interlocutore citava Liliana Segre e la posizione di quest’ultima su Gaza. La senatrice a vita ha condannato con forza l’azione del governo israeliano, ma non ha voluto usare la parola “genocidio”.

A prima vista, l’argomentazione di Albanese sembra ragionevole: basta aver vissuto un’esperienza in prima persona per diventare l’unica autorità in materia? Ovviamente no. Il problema, però, è che la domanda giusta non è questa. Il punto non è dare ragione a Segre a prescindere. La questione, piuttosto, è la volontà di disconoscere il suo parere proprio in quanto sopravvissuta alla Shoah.
Secondo questo ragionamento, la sua esperienza — l’aver subito la persecuzione antisemita ed essere stata internata in un campo di concentramento — non le conferirebbe alcuna autorevolezza, ma al contrario la renderebbe inservibile al dibattito. L’opinione di Liliana Segre, giusta o sbagliata che sia, non potrebbe essere accolta proprio perché proveniente da una testimone diretta del genocidio pianificato ed eseguito dal nazismo e dai suoi complici. È questa la vera “pietra d’inciampo” del ragionamento.
Tanto più che nella stessa intervista Francesca Albanese, a nostro avviso, si contraddice clamorosamente. Poco prima di sostenere che la senatrice Segre non sarebbe lucida sul genocidio a Gaza, in forza delle sue sofferenze passate, l’intervistata afferma: «Conosco tantissimi esperti di storia, anche sopravvissuti all’Olocausto, che dicono che quello a Gaza sia un genocidio, ma siccome la posizione della senatrice Segre torna utile, si utilizza quella».
Perché il parere su Gaza di quei sopravvissuti all’Olocausto sarebbe valido e quello di Liliana Segre no? Perché in un caso lo shock per il dolore subito diventa motivo pro, mentre in un altro motivo contra? Insomma: lo status di sopravvissuto offre una lente preziosa per interpretare realtà che si possono ipotizzare analoghe, oppure è un difetto che impedisce l’imparzialità?
A rendere ancora più curiosa la posizione di Albanese è il richiamo al legame con Israele. Proprio questo elemento, infatti, è spesso usato in senso opposto nel dibattito pubblico: quando lo scrittore israeliano David Grossman, ad esempio, ha parlato di Gaza evocando il termine “genocidio”, la sua origine è stata considerata un punto a favore dell’attendibilità della sua posizione. Lo stesso vale per altri intellettuali, studiosi o attivisti israeliani ed ebrei.
In quei casi, l’identità diventa un elemento a sostegno. Nel caso di Liliana Segre, invece, essa diventa elemento ostativo. Detto in altri termini: sulla querelle “genocidio sì, genocidio no”, sembra che il parere di un ebreo o di un israeliano possa essere accolto soltanto se in linea con una determinata posizione. In caso contrario, quel soggetto andrebbe espunto dal novero degli interlocutori legittimi.
Il problema non è l’imparzialità, ma l’uso strumentale dell’identità: valida se serve, delegittimata se contraddice. Così si corre un rischio ulteriore: neutralizzare la voce delle vittime proprio perché vittime. Il risultato è che l’esperienza del sopravvissuto, invece di essere riconosciuta come autorevole (non assoluta certo, tuttavia reale), viene trattata come fonte di distorsione.
Ma c’è dell’altro, e forse è ancora più importante oggi. Andando oltre la polemica contingente, che abbiamo cercato di riportare e affrontare criticamente, l’estenuante diatriba sulla parola “genocidio” è una delle eredità più pesanti del 7 ottobre 2023.
Non si tratta qui di sciogliere la disputa: chi scrive alza bandiera bianca e si dichiara spettatore. Ciò che conta, però, è rilevare come qualcuno abbia deciso che possono esistere solo due posizioni: quella di chi denuncia il genocidio e quella dei “complici del genocidio”.
Chiunque scelga di tenersi a distanza da un termine tanto terribile, impegnativo e difficile, e preferisca denunciare l’oltraggio umanitario del massacro di Gaza sospendendo il giudizio giuridico — oppure addirittura dandone uno di segno diverso — viene subito delegittimato sul piano personale. Non è questa, a ben vedere, una strumentalizzazione ricattatoria?
Nel secondo anniversario del 7 ottobre vale allora la pena ricordare proprio Liliana Segre. Non perché sia infallibile, non perché abbia per forza ragione, non perché sia un’esperta di diritto internazionale, ma perché la sua sola presenza basta a portare in superficie il ricatto che aleggia sul dibattito pubblico e che rende il clima plumbeo.
Sarebbe il caso — ma ormai nutro speranze quasi nulle — di fare uno scatto di umanità, tutti, e cominciare a dare una chance al dialogo autentico. Anzi, riduciamo le aspettative: a un dialogo civile.
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