Israele

Gaza, realtà contro “verità processuale”

Proviamo a salire idealmente a cavallo di un drone e osservare dall’alto il processo mediatico che ci accompagna dall’inizio delle due sanguinose guerre che quotidianamente rimbalzano sui media: sui giornali al mattino e su TG e talk-show in prima serata. Facciamolo ricorrendo a una metafora che

Stefano PipernoStefano Piperno18/10/2025Aggiornato 08/09/20263 min lettura621 parole

Proviamo a salire idealmente a cavallo di un drone e osservare dall’alto il processo mediatico che ci accompagna dall’inizio delle due sanguinose guerre che quotidianamente rimbalzano sui media: sui giornali al mattino e su TG e talk-show in prima serata.

Facciamolo ricorrendo a una metafora che forse ci aiuta a capire meglio. I commenti giornalistici e politici sono francamente emblematici della pochezza e della stupidità umana, che si estrinsecano – almeno in Medio Oriente, a bocce ferme – nella malafede usata a scopo ideologico.

Fanno tremare le vene ai polsi le inamovibili tesi contrapposte, sulle quali si costruiscono narrazioni che fuggono la realtà per mancanza di verifica. Sembra un processo in cui si confrontano pubblica accusa e difesa, ma lo scranno del giudice è vuoto e la giuria popolare è stata palesemente influenzata dall’accusa, senza che sia stato prodotto un briciolo di prova documentale, acquisibile al fine di raggiungere la verità.

L’accusa, però, teme di uscirne perdente proprio perché le sue tesi sono state costruite in modo aprioristico, senza prove, perché “solo in un certo modo” dovrebbero essersi svolti i fatti, perché pensa che “così è giusto che sia”. Ma soprattutto perché si è avvalsa soltanto delle notizie prodotte dalla parte che sostiene, senza curarsi – colpevolmente – di verificarne la veridicità.

Anche la difesa è in difficoltà, perché il suo assistito, sul banco degli imputati, non le ha fornito elementi da usare nel dibattimento. Il pubblico che assiste al processo sembra però iniziare a nutrire qualche dubbio e osservare l’imputato con minore severità.

Fuor di metafora, ora che a Gaza le armi tacciono, non dovrebbe essere difficile contare le salme, interrogare testimoni oculari, raccogliere prove ambientali. Ma alcuni dei velinari da Al Jazeera se ne guardano bene, per timore di essere smentiti. Ugualmente, sembra che le persone abbiano la pelle di coccodrillo, sulla quale scivolano senza lasciare traccia le notizie e le immagini incontrovertibili di civili ucraini presi di mira da missili e droni russi.

Invece no: non c’è chi alzi un dito e dica “fermiamoci, guardiamo i fatti, cerchiamo la verità”. La verità, quale che sia, col tempo emergerà, ma chi ha soffiato sul fuoco sa che proprio il tempo è suo alleato: tra non molto il fuoco si attenuerà fino a spegnersi, e i fatti supposti e sbandierati assertivamente non avranno più l’attuale rilevanza.

La verità, mescolata alla menzogna, non interesserà più: ciò che la propaganda doveva produrre avrà raggiunto il suo scopo. La storia dei conflitti tra i popoli è segnata dalla realtà virtuale partorita dalle ideologie, che spesso ha provocato guerre e morti; è ciò a cui stiamo assistendo da tre anni nell’Europa orientale e in Medio Oriente.

Il risultato è un’opinione pubblica frastornata e ondivaga, che si è rifugiata nella difesa sterile dei principi: sfila agitando bandiere e urlando slogan, ma resta comodamente lontana dalla tragedia che incombe sui popoli direttamente coinvolti.

Anche qui soccorre la storia: quando il sincero e ingenuo anelito di pace è contaminato dal tifo ideologico, supera la linea rossa che sovente ha portato alla guerra, coinvolgendo chi voleva restarne fuori.

Mentre il processo di cui sopra è ancora comicamente in atto, fuori dall’aula si è innescata una situazione di movimento. È sperabile che vada avanti positivamente, perché – per fortuna – nelle stanze dei bottoni, non sempre nel migliore dei modi, comunque si fa politica e diplomazia, usando spie, denaro e ricatti: assenti convitati di pietra nei cortei delle anime belle.

Quanto al processo metaforico, ci si potrebbe accontentare di un’assoluzione per insufficienza di prove.


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