Politica globale e sistemi di potere

L’imperscrutabile giostra della vita

Natale è vicino: la ricorrenza più mistica e universale, ormai catturata dal business che le ruota intorno. Proprio ora, alla vigilia della sua più alta manifestazione di fede, sento il bisogno di una voce controcorrente sulla vita, la morte e il mistero che le abbraccia nell’universo

Stefano PipernoStefano Piperno10/11/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura837 parole

Natale è vicino: la ricorrenza più mistica e universale, ormai catturata dal business che le ruota intorno.

Proprio ora, alla vigilia della sua più alta manifestazione di fede, sento il bisogno di una voce controcorrente sulla vita, la morte e il mistero che le abbraccia nell’universo in cui abitiamo, anch’esso destinato, tra miliardi di anni, a spegnersi e divenire buio e silenzio.

Ma, si parva licet componere magnis, la mia fine personale è nei miei pensieri, come accade a tutti da una certa età in poi, quando non si è più al centro della vita e i bilanci sostituiscono i progetti.

Una differenza, però, rimane — e non è marginale: da un lato la fiduciosa speranza del credente, dall’altro le certezze dell’ateo, sempre sfiorate da un’ombra di dubbio.

Le domande fondamentali sono sempre le stesse: perché esiste l’universo e chi l’ha creato? Che senso ha la vita e come è nata? Perché esistono il male e la morte?

Chi ha fede possiede le risposte. L’ateo ribatte con altre domande, cercando di incrinare le certezze altrui e ridicolizzando la religione come un insieme di miti arcaici, utili a un’umanità timorosa che ignorava la scienza.

Io preferisco riconoscere il mistero irrisolto dell’universo e della vita, piuttosto che accettare risposte preconfezionate; ma ho rispetto, senza invidia, per chi le ha.

“Perché esiste qualcosa invece del nulla?”, si chiedeva Leibniz. Logicamente, il nulla sarebbe più naturale, e l’essere un’anomalia. Eppure l’universo — o forse un multiverso di universi contigui — è qui, davanti a noi, e siamo ben lontani dal comprenderne l’origine.

L’idea che qualcosa esista e basta è fuori dal nostro sistema razionale, tanto limitato quanto inefficiente.

Basta pensare alla nostra misura rispetto all’universo, alla velocità cui ci muoviamo rispetto alla luce, alla brevità della vita rispetto al tempo cosmico. La teoria accreditata è che il Big Bang abbia generato il tempo stesso.

Sappiamo il come e il quando, ma forse non sapremo mai tutto, a meno che l’uomo non riesca un giorno ad avvicinarsi alla velocità della luce e a raggiungere il limite del cosmo — sempre ammesso che quel limite esista.

Secondo la teoria delle stringhe, infatti, camminando in una direzione finiremmo per tornare al punto di partenza.

Einstein, con la relatività, e Planck, con la teoria dei quanti, ci hanno fatto avanzare, ma anche mostrato quanto siano fallibili i nostri sensi: ciò che percepiamo come luce, colore, suono o calore non è che una forma dell’energia.

La realtà oggettiva è ben altra cosa: invisibile, sfuggente, fatta di particelle in continuo movimento, una schiuma che si coagula in materia per effetto delle cariche che la compongono.

Da qui la domanda inevitabile: perché i nostri sensi ci restituiscono una rappresentazione valida solo per noi?

È un mistero, a meno di pensare che qualcuno abbia predisposto tutto apposta per noi, organizzando la complessità degli organismi viventi affinché la vita si perpetui in un intreccio di reciproche dipendenze.

Si può semplicemente accettare che le cose siano così — misteriosamente così — senza costruire castelli metafisici su ciò che non conosciamo, continuando a cercare e a interrogare la realtà.

In fondo, la domanda rimane sempre la stessa: siamo figli del caso o di Dio? Non esiste una terza via, ammettendo però che l’idea del “massimo fattore” sia molto umana, trasferendo su di lui lo stesso mistero che attribuiamo alla nostra esistenza e a ciò che ci circonda.

Arrivando alla domanda delle domande — il senso della vita — poiché essa ha un termine, perché dovremmo rivolgerci al bene?

Le antiche massime rispondono con chiarezza: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, positiva e attiva; “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, prudente e universale.

Una propone l’amore, l’altra il non nuocere: entrambe necessarie per vivere insieme. Sembrerebbe non occorrere altro.

Ma la poca fiducia nell’uomo ha spinto molte religioni a promettere premi ultraterreni a chi rispetta queste regole. Forse con una qualche ragione, visto che la pace è un’eccezione e il conflitto una costante.

Rispondo al primo quesito con una metafora della vita.

Immaginate che, prima di nascere, vi venga proposto di soggiornare per qualche tempo in un castello delle meraviglie: tante stanze con balconi su panorami diversi; persone buone e meno buone che lo abitano; una dispensa ricca, una biblioteca immensa con tutto lo scibile umano; animali, avventure, pericoli, attimi di gioia e di dolore.

Un giorno imprecisato verrete allontanati e non avrete più memoria di tutto ciò.

A posteriori, trovo la proposta equa: ciò che conta è l’hic et nunc, e nella vita che ho vissuto finora la promessa è stata mantenuta.

Ma anche la metafora della giostra è calzante: mentre giri e giri, sai che si fermerà, anche se chiedi a tua madre di pagarti un’altra corsa.


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