Politica globale e sistemi di potere
Dialogo sulla Libertà: dalla “malattia autoimmune” alla gabbia d’acciaio
Nona puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli: La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco Menti in corto circuito di Enrico Marani Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco La libertà,

Nona puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
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Benvenuti nel diritto penale kafkiano: la colpa è sempre fuori discussione di Enrico Marani
Dalle riflessioni di Enrico Marani:
“L’orizzonte distopico in cui stiamo scivolando è caratterizzato da un legiferare spesso monco di qualsiasi ratio. (…) la libertà dei cittadini è limitata non tanto dalla gravità dei reati, ma dalla difficoltà di comprendere quale condotta possa risultare punibile.”
“Con il panpenalismo siamo di fronte ad una regressione e compressione delle libertà dei cittadini? (…) Siamo di fronte ad una malattia autoimmune delle società occidentali?”
Il Senso:
Le domande poste da Enrico Marani illuminano un punto di non ritorno. La frammentazione normativa non è solo un problema tecnico, ma antropologico. Il cittadino smette di essere un soggetto morale che sceglie consapevolmente tra bene e male, e diventa un “soggetto amministrato”, un ingranaggio passivo che deve solo sperare di non incastrarsi in una delle mille nuove leggi varate mentre dormiva.
Non più colpevole o innocente, ma “conforme” o “non conforme” a procedure che nessuno comprende più.
Ed è qui, in questo spazio di incertezza, che la distopia cessa di essere letteratura e diventa cronaca quotidiana.
La Mosca nel Motore: Vivere nella Dittatura della Burocrazia
L’inizio del film Brazil di Terry Gilliam vale più di mille trattati di sociologia politica. Un insetto, una banale mosca, cade all’interno di una stampante telescrivente. Il sistema automatizzato del “Ministero dell’Informazione”, un moloch infallibile e onnipotente, trasforma per colpa di quella carcassa schiacciata un cognome: il ricercato “Tuttle” diventa l’innocente “Buttle”.
Il risultato? Una squadra d’assalto irrompe nel salotto di una famiglia tranquilla, incappuccia il padre davanti ai figli e lo trascina via verso la tortura e la morte.
Non è stato un dittatore sanguinario a ordinare quell’arresto. Non è stata una legge ingiusta votata da un parlamento corrotto. È stata una procedura. È stata la burocrazia.
Se guardiamo all’Italia di oggi, spogliandola della retorica della politica urlata nei talk show, ci accorgiamo con inquietudine che Brazil non è una distopia futuristica, ma un documentario sul nostro presente. Noi viviamo, de facto, in una dittatura della burocrazia.
Siamo abituati a pensare che il potere risieda nel Parlamento o nel Consiglio dei Ministri, ovvero in quei luoghi dove siedono rappresentanti che hanno ricevuto un’investitura popolare. Ma è un’illusione ottica.
Il vero potere, quello che determina se puoi aprire un’azienda, se puoi curarti, o se sei colpevole di un’infrazione oscura, risiede altrove. Risiede nei Ministeri intesi come centri di potere tecnico. È il regno dei Funzionari, dei Capi di Gabinetto inamovibili, dei Direttori Generali: una casta che sopravvive a ogni governo e opera nel silenzio degli uffici.
Questa deriva non è casuale, ma rappresenta il culmine di un processo storico preciso. Aveva ragione Max Weber quando, scrutando l’orizzonte della modernità, profetizzava con inquietudine l’avvento di una “gabbia d’acciaio”.
La sua visione si è oggi materializzata: siamo circondati e governati da quelli che il sociologo tedesco definiva “specialisti senza spirito, edonisti senza cuore”, ingranaggi perfetti di una macchina che ha elevato la razionalità formale a idolo, sacrificando l’umanità sostanziale.
In questa gabbia, l’efficienza della procedura diventa più importante del destino dell’uomo che vi è intrappolato.
In questo scenario, la nostra libertà non è più garantita da un diritto naturale, ma è “concessa” o “negata” da circolari interpretative. E tra gli esempi più feroci di questo eccesso burocratico c’è il paradosso della denuncia facile.
In Italia, la vita di una persona, la serenità di una famiglia o la sopravvivenza di un’azienda possono essere incenerite con disarmante facilità.
Basta un esposto, una denuncia presentata da un qualsiasi cittadino – talvolta strumentale, talvolta infondata – per attivare l’automatismo dell’apparato. La burocrazia giudiziaria, trincerandosi dietro l’obbligatorietà dell’azione – “è un atto dovuto” –, avvia un meccanismo che non ammette pause.
Prima ancora che si accerti una verità, scatta la sanzione sociale: l’indagine diventa di dominio pubblico, il processo mediatico emette la sua sentenza inappellabile, le banche chiudono i crediti, i clienti fuggono.
Abbiamo esempi recenti e dolorosi di questo tritacarne: imprenditori e cittadini onesti stritolati non da una condanna, ma dalla semplice procedura di verifica. La burocrazia indaga, devasta la reputazione e il patrimonio e, quando anni dopo (forse) arriverà un’assoluzione, del “signor Buttle” non rimarranno che macerie.
Nessuno pagherà per quell’errore, perché la macchina ha solo “seguito il protocollo”.
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