Politica globale e sistemi di potere

Il “monito” della Albanese: la pedagogia della violenza travestita da giustizia

Esiste un’arte retorica sottile e perversa, molto in voga tra una variegata schiera di figure pubbliche – dagli opinionisti ai politici, fino ai funzionari istituzionali –, che consiste nell’annullare una condanna nel momento stesso in cui la si pronuncia. È la strategia del"ma". Quella piccola congiunzione

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco01/12/2025Aggiornato 08/09/20263 min lettura503 parole
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Esiste un’arte retorica sottile e perversa, molto in voga tra una variegata schiera di figure pubbliche – dagli opinionisti ai politici, fino ai funzionari istituzionali –, che consiste nell’annullare una condanna nel momento stesso in cui la si pronuncia. È la strategia del”ma”.

Quella piccola congiunzione avversativa è capace di spalancare un abisso etico. Francesca Albanese ne ha dato una dimostrazione magistrale commentando l’irruzione squadrista nella redazione de La Stampa.

“Condanno”, dice, per poi aggiungere subito quel corollario agghiacciante:”ma al tempo stesso che questo sia un monito”.

Ecco svelato il trucco. Trasformare un atto di intimidazione fisica, un assalto a un presidio di libera informazione, in un momento pedagogico necessario: è rieducazione. Secondo questa logica, la violenza non è più un tabù da respingere senza appello, ma un”correttivo”, uno strumento rude ma utile per raddrizzare chi, secondo il tribunale ideologico di cui lei è stata consacrata sacerdotessa, non sta”facendo il proprio lavoro”.

Siamo ben oltre la critica politica. Questa è la legittimazione intellettuale del metodo violento, la versione istituzionale del”ve la siete cercata”. Se il giornalista non scrive sotto dettatura della narrazione approvata, allora l’irruzione diventa un”monito” meritato.

Ma la figura della Albanese, osservata in filigrana, suggerisce qualcosa di più inquietante di una semplice uscita infelice. La sua non è – né vuole essere – la postura di un arbitro super partes, ma l’azione militante di chi, forte dell’investitura ricevuta dal proprio mondo di riferimento, si sente ontologicamente dalla”parte giusta della storia”.

Proprio per questo agisce come una testa d’ariete lanciata contro le fondamenta stesse delle democrazie liberali. Si muove con la sicurezza impunita di chi si sente coperta, non tanto dal diritto internazionale, quanto da logiche e poteri eterodiretti, profondamente ostili all’Occidente.

Sembra agire come un perfetto cavallo di Troia: inserita nei meccanismi delle istituzioni globali, ne utilizza il prestigio non per mediare, ma per scardinarle dall’interno, facendosi megafono di interessi che tollerano la libera stampa a una sola condizione: che sia perfettamente allineata alla loro narrazione.

In questo quadro, Francesca Albanese non è un incidente di percorso, ma il sintomo di una patologia più vasta: l’infiltrazione capillare di un’agenda politica che, brandendo i diritti umani di quel preciso e circoscritto territorio, è tracimata ovunque, investendo e condizionando ormai la vita, la politica e le istituzioni di tutto il mondo.

Un pensiero che, col pretesto di difendere le vittime, arma ideologicamente i carnefici. Dire che un assalto a un giornale, alla libertà di parola, è un”monito” significa sdoganare l’idea che la giustizia si possa fare con la forza, che l’intimidazione sia un linguaggio politico accettabile. È un invito neanche troppo velato a continuare su quella linea, un lasciapassare morale per la prossima irruzione.

Perché se la violenza diventa didattica, allora la democrazia è già finita.


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