Politica globale e sistemi di potere

Più Libri Più Liberi. Se l’antifascismo imita ciò che dice di combattere

La polemica esplosa alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma è solo l’ultimo episodio da caccia alle streghe che invoca la messa al bando di tutto ciò che qualcuno ritiene “moralmente” incompatibile, stabilendo cosa si può esporre, cosa si può pubblicare, cosa si può leggere

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti05/12/2025Aggiornato 08/09/20264 min lettura798 parole
Prima Pagina

La polemica esplosa alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma è solo l’ultimo episodio da caccia alle streghe che invoca la messa al bando di tutto ciò che qualcuno ritiene “moralmente” incompatibile, stabilendo cosa si può esporre, cosa si può pubblicare, cosa si può leggere e soprattutto chi può parlare in uno spazio pubblico.

È il paradosso del sedicente “democratico antifascista” – non quello vero, che coincide con la maggioranza degli italiani, ma quello proclamato, quello che lo urla e lo blatera. È il tipo che grida al complotto e alla censura se qualcuno osa suggerire che certe testate facciano propaganda filorussa; che si lamenta in continuazione di essere messo a tacere ma passa le giornate in TV; che etichetta qualsiasi dissenso come repressione e poi applaude quando docenti universitari che non gridano al “genocidio” o alla “Nato che abbaia” vengono cacciati a calci dalle solite squadracce pro-Palestina e anti-Nato di turno.

Ed è curioso osservare come gli stessi paladini della “censura salvifica”, pronti a ergersi a guardiani del perimetro storico e a bandire libri, figure e fatti sgradevoli del passato, accettino senza battere ciglio la propaganda mistificatoria di una potenza straniera, nella fattispecie russa. Per costoro il problema non è che qualcuno pubblichi testi discutibili o che un editore ospiti autori che li ritraggono in modo positivo, perché in una democrazia perfino le opinioni che fanno inorridire hanno diritto di esistere.

Il problema, semmai, è la selettività indignata: si invoca il cordone sanitario per contenuti che appartengono alla storia, ma applaude narrazioni costruite a tavolino dal Cremlino, piene di falsi storici e funzionali a un’iper-realtà confezionata per orientare l’opinione pubblica a proprio beneficio. Una dissonanza che rivela un punto cieco culturale: ciò che irrita viene censurato; ciò che manipola, purché allinei alla propria postura politica, passa per “controinformazione”.

Il risultato è un antifascismo che replica, in forma speculare, ciò che dice di voler combattere: controllare cosa si può dire invece di rispondere con argomenti. E questa, signori, non è cultura né informazione. È manipolazione travestita da virtù civile, è selettività spacciata per etica, è l’uso di una bandiera nobile per sdoganare il proprio dogmatismo antidemocratico e legittimarlo. 

L’appello firmato, tra gli altri, da Alessandro Barbero, Anna Foa, Antonio Scurati, Carlo Ginzburg, Giovanni De Mauro, Christian Raimo e Zerocalcare, chiede l’esclusione della casa editrice Passaggio al Bosco, nota per la pubblicazione di testi di e su Mussolini, Degrelle, Codreanu e affini. Per i promotori, la presenza di quel catalogo alla fiera equivale a legittimare un immaginario politico che l’Italia dovrebbe avere imparato a riconoscere e respingere da tempo. È, nelle loro parole, una questione di responsabilità culturale.

Eppure questo episodio rivela anche una fragilità più profonda del discorso pubblico: l’idea che per contrastare un’ideologia basti cancellarne le tracce. Un approccio che ricorda più un riflesso moralistico che una battaglia politica. 

Ho passato l’infanzia in una casa dove sugli scaffali convivevano Il Capitale, Mein Kampf e i 78 giri con i discorsi di Mussolini. Non perché mio padre oscillasse tra marxismo, nazismo o fascismo, ma perché era un socialdemocratico curioso di tutto, convinto che la conoscenza servisse prima di tutto a capire, non a proteggersi. Il risultato non fu un ambiente ambiguo, ma un luogo dove si imparava a distinguere, smontare, criticare. Dove i libri erano strumenti, non testimonianze di adesione.

Per questo stupisce che proprio in nome dell’antifascismo si invochi la rimozione. È una forma di purismo che scivola facilmente nel moralismo e che replica lo stesso schema che ha animato i poteri totalitari del Novecento: decidere cosa si può leggere, cosa si può mostrare, cosa è lecito studiare. Fascismo, nazismo e stalinismo erano tutte ideologie accomunate dal voler tracciare i confini della cultura legittima, una costante dei regimi che temevano la cultura.

Escludere Passaggio al Bosco dalla fiera non significherebbe sconfiggere il fascismo, ma solo sottrarre ai cittadini la possibilità di riconoscere che cosa esso sia oggi. Se davvero quei testi rappresentano un pericolo, la risposta non può essere la censura, ma la critica. Chi li considera tossici dovrebbe discuterne, non farli sparire. Una democrazia si misura anche dalla robustezza del suo spazio culturale, dalla capacità di tollerare la presenza di ciò che contesta, dall’uso della parola come antidoto, non come filtro.

L’antifascismo non è un igienismo morale né un cordone sanitario editoriale. È un lavoro pubblico di argomentazione, di memoria e di confronto. E questo richiede libri, anche disturbanti, anche scomodi. Richiede la maturità di affrontare il proprio passato senza paura che la sola vista di un volume lo rimetta in circolo. 


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