Antisemitismo
“Mai più”, dicevano. Ma comincio ad avere qualche dubbio
Ho raccontato, in un libro scritto a quattro mani con un mio cugino, la storia della mia famiglia, scampata al 16 ottobre del ’43. Dopo la pubblicazione non lo avevo più riaperto. Pochi giorni fa, però, spinto dagli eventi degli ultimi due anni, l’ho fatto, e


Ho raccontato, in un libro scritto a quattro mani con un mio cugino, la storia della mia famiglia, scampata al 16 ottobre del ’43.
Dopo la pubblicazione non lo avevo più riaperto. Pochi giorni fa, però, spinto dagli eventi degli ultimi due anni, l’ho fatto, e mi sono accorto di quanto, in poco tempo, il suo intento di raccontare il trionfo del bene sul male lo abbia allontanato dalla realtà attuale.
Per chiarire: il libro si chiude con il ricordo di mio nonno che, in un giorno di Kippur degli anni Cinquanta, benedice, coprendoli col manto rituale, i cinque nipoti, felice di vivere da cittadino libero in un Paese democratico.
Lui stesso, che aveva vissuto due guerre mondiali e la discriminazione razziale, sul letto di morte disse: «Due cose sono importanti nella vita: la pace e la libertà».
Lo aveva ripetuto per molti anni, incompreso e irriso, a suo figlio – mio padre – entusiasta balilla e poi capo centuria avanguardista.
Nel 1938 mio padre e mia madre, compagni di classe, furono cacciati dal liceo; nel ’41 lui fu congedato d’urgenza dall’esercito, dove era stato arruolato per errore, nonostante fosse ebreo.
Non so quando capì. Non gliel’ho mai chiesto, né lui lo ha mai spiegato. Posso solo dire che tutto questo oggi mi fa pensare a Hannah Arendt e alla “banalità del male”: come adattamento progressivo, come assuefazione, come rinuncia quotidiana. Come dicono i francesi: «On se fait à tout».
Ed è esattamente ciò che sta avvenendo oggi. Gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno generato un’onda di tsunami che ha travolto tutto, comprese fragili difese psicologiche, sensi di colpa e pulsioni sopite nel profondo dell’animo.
Mi alzo ogni mattina, faccio le mie cose, poi all’improvviso penso a ciò che sta accadendo intorno a me: a un’atmosfera che non avrei mai creduto di vivere, a qualche amico con cui non sono più in sintonia, a giornali e televisioni convergenti su tesi che non condivido e che mi atterriscono.
Poi mi ripeto che passerà, che non può essere che il mio mondo – quello in cui ho comodamente vissuto per ottant’anni – si sia rivoltato come un calzino. Ma allo stesso tempo mi interrogo su quando tutto questo sia cominciato.
Certo, lo so: l’antisemitismo è un fiume carsico. Lo so che certe forze hanno speso molto e lavorato a lungo per insinuarsi nella cultura e nella politica. Lo so che i social sono come acceleratori di particelle, capaci di innescare reazioni a catena. Lo so che la risposta di Israele al 7 ottobre è stata la miccia che ha fatto esplodere tutto. Lo so che l’Islam è impermeabile, non solubile: al massimo un miscuglio, come acqua e olio. Ma tutto questo non basta a spiegare.
Leggo dotte dissertazioni geopolitiche, sociologiche, persino filosofiche, e mi convinco che è il principio di realtà ad essere saltato. E ciò che è più grave è che questo non riguarda solo le opinioni pubbliche, ma purtroppo anche le classi dirigenti.
Non è tanto la portata dei giudizi, quanto il meccanismo mediatico che li produce: da tempo sempre più come riflesso di un trend indotto, in modo non più sottile ma eclatante.
Sono nato nel 1944: non ho vissuto gli anni bui, ma ho ascoltato i familiari che raccontavano, che spiegavano, che concludevano sempre con le stesse parole: «mai più». Ed è forse proprio questo che oggi mi inquieta.
Una lettura, nemmeno troppo approfondita, degli anni Trenta del secolo scorso sarebbe sufficiente a capire i rischi che stiamo correndo, con l’aggravante, oggi, delle armi atomiche.
Sollevo gli occhi dal tablet, lo poggio sul tavolino e penso.
Mia moglie è contraria agli animali in casa, così sono qui, seduto nel giardino del mio solito bar, da solo, senza nemmeno un cagnolino a farmi compagnia. Mi godo il sole invernale e ho scritto queste note.
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