Politica globale e sistemi di potere
Mentre discutevamo di Schwa, tornavano i carri armati
Per oltre un decennio una parte consistente della cultura accademica e intellettuale occidentale ha concentrato energie, carriere e conflitti su un insieme di battaglie simboliche: linguaggio inclusivo, decostruzione identitaria, revisioni terminologiche, micro-analisi dei rapporti di potere inscritti nelle parole, nei canoni, perfino nei dettagli più minuti


Per oltre un decennio una parte consistente della cultura accademica e intellettuale occidentale ha concentrato energie, carriere e conflitti su un insieme di battaglie simboliche: linguaggio inclusivo, decostruzione identitaria, revisioni terminologiche, micro-analisi dei rapporti di potere inscritti nelle parole, nei canoni, perfino nei dettagli più minuti della vita quotidiana. Battaglie nate anche da istanze legittime che però, col tempo, hanno assunto un carattere totalizzante e vorace, andando dalla Vergine Maria Queer alle desinenze delle parole negli atti pubblici.
Il problema non è stato porre certe domande, bensì farne il centro quasi esclusivo del discorso critico, come se il mutamento lessicale potesse di per sé trasformare il mondo, e la vigilanza morale interna potesse sostituire l’analisi del mondo esterno.
Mentre università, media e ambienti culturali discutevano animatamente di schwa, pronomi non binari, titoli professionali e decolonizzazione dei programmi di studio, il pianeta entrava in una fase radicalmente nuova: il ritorno esplicito della forza svincolata da ogni riferimento al diritto (anche solo di facciata), dei blocchi contrapposti, delle sfere d’influenza, dei neoimperialismi; poi il problema dell’energia e delle materie prime, lo spaesamento esistenziale di fronte a un mondo più instabile di ieri, una cultura fatta più di immagini ad alto impatto emotivo che di lettura a lento rilascio cognitivo, ecc.
Tra la richiesta di un licenziamento per transfobia e un dibattito all’ultimo sangue su “Cos’è una donna?”, la storia accelerava in una direzione che avrebbe richiesto lucidità politica, analisi materiale del potere, capacità di leggere i conflitti reali, perspicacia antropologica e psicologica, creatività filosofica, nonché una lettura ancora più attenta dei classici (per inventare il nuovo bisogna conoscere il vecchio, altrimenti si replica inconsapevolmente il passato, credendosi pure avanguardisti).
Dinanzi a tutto ciò, una parte significativa dell’intellettualità occidentale (diciamo pure quella “progressista”, per essere sbrigativi) era impegnata altrove: in una guerra simbolica interna, combattuta a colpi di linguaggio, scomuniche, accuse morali, spesso con effetti devastanti sulle relazioni accademiche e professionali.
In preda a una forma di autismo intellettuale, misto a presunzione e alla sicurezza di mantenere il proprio privilegio comunicativo, questa porzione dell’intelligenza globale è oggi ridotta a un’insignificanza sovra-rappresentata. A meno che qualcuno non voglia presentarsi a un summit tra Trump, Putin e Xi Jinping dicendo “ciao a tuttu!” e vedere se così il clima internazionale si rasserena.
Il dispendio di energie è stato enorme. Interi anni di dibattiti, convegni, pubblicazioni, polemiche social, procedimenti disciplinari, licenziamenti e marginalizzazioni. Un clima di militarizzazione morale in cui la dissidenza non veniva confutata, ma patologizzata. Non si discuteva più per capire, ma per certificare l’appartenenza.
Mentre la critica si trasformava in conformismo, i veri rapporti di potere si riorganizzavano altrove: nuove élite illiberali si preparavano a entrare nelle stanze dei bottoni, grandi potenze ridefinivano i loro interessi strategici, e guarda un po’, senza alcuna attenzione per le sensibilità linguistiche dei festival letterari à la page.
Festival nei quali immancabilmente si ripeteva che “tutto è politica”: “tutto”, cioè, il piccolo mondo che va dalla libreria al salottino di casa, dove posso esercitarmi a giocare a freccette contro l’Occidente odioso e suprematista, mentre nel frattempo la guerra tornava strumento legittimo della politica e l’economia globale si militarizzava.
Cos’ha potuto fare la nuova estetica del linguaggio di fronte a tutto ciò? Cosa ha avuto da offrire? Solo un comodo avversario per l’internazionale reazionaria.
Qui sta forse il punto più amaro: queste battaglie simboliche non solo non hanno ostacolato il ritorno degli imperi, ma hanno finito per funzionare come surrogato di conflitto. Hanno dato a molti l’illusione di essere radicali senza mai toccare il nodo duro del potere, solo perché hanno diffuso la filosofia della “body positivity” e discettato del gran coraggio di chi si dà al “crossdressing”.
Così, oggi, quella intellighenzia non può fare altro che continuare a giocare con le parole. Non ha strumenti per elaborare, ma solo per indignarsi: vuole “boicottare la guerra” e “fermare l’imperialismo”, senza mai dire esattamente come intende salvare le vittime della guerra e dell’imperialismo.
Parole vuole, formulette ineffettuali, coriandoli ideologici che diventano, a contatto coi fatti duri e crudi, cecità feroce verso gli oppressi, cui non si vuole prestare soccorso e a cui si nega l’onore dell’autodifesa.
È anche per questo, credo, che una parte consistente dell’opinione pubblica guarda ormai gli intellettuali con sarcasmo o aperto disprezzo. Non per anti-intellettualismo rozzo (che pure esiste ed è diffuso), ma perché li ha visti occuparsi del contorno mentre la casa prendeva fuoco; li ha visti sorvegliare il linguaggio mentre tornavano i carri armati; li ha sentiti parlare ossessivamente di rappresentazione mentre il mondo si riorganizzava secondo logiche brutali e antiche.
Questo non significa che le questioni di genere, linguaggio o inclusione siano totalmente prive di valore. Significa che sono state isolate dal contesto storico, trasformate in fine anziché in mezzo, usate come metro morale invece che come strumenti critici.
Una cultura che perde il senso delle proporzioni smette di essere guida e diventa rumore.
Saremo capaci di un pensiero che torni a guardare il mondo prima di guardarsi allo specchio? A mio parere sì, ma solo perché l’incendio sta per arrivare nel cortile di casa e non potremo più permetterci di perdere tempo a discutere del sesso degli angeli.

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