Politica globale e sistemi di potere
Donald Trump e la sindrome caligolesca del potere
Il bel pezzo di Paolo Valentino sul Corriere della Sera di ieri sulla salute mentale di Donald Trump coglie un aspetto sul quale vale la pena di indagare: quelle del presidente americano non solo bizzarrie retoriche o gaffe occasionali. Quel che emerge è un fenomeno storico


Il bel pezzo di Paolo Valentino sul Corriere della Sera di ieri sulla salute mentale di Donald Trump coglie un aspetto sul quale vale la pena di indagare: quelle del presidente americano non solo bizzarrie retoriche o gaffe occasionali.
Quel che emerge è un fenomeno storico e psicologico ben più profondo, che potremmo chiamare “sindrome caligolesca del potere”: la tendenza di alcuni leader a trasformare il comando politico in un palcoscenico dell’onnipotenza personale, dove la realtà conta meno della rappresentazione di sé.
Il pezzo di Valentino registra con precisione questa dinamica nella figura di Donald Trump: la cerimonia in cui posa con un Nobel per la pace vinto da María Corina Machado ma che lui sembra quasi attribuire a se stesso, le rivendicazioni strampalate sulla Groenlandia (che hanno spinto illustri leader del suo partito a minacciargli l’impeachment).
Per non dire della lettera inviata al premier norvegese, in cui Trump lamenta il mancato Nobel per la Pace e minaccia di non sentirsi più “obbligato a pensare alla pace”: un testo così sgangherato e autoreferenziale da essere inizialmente scambiato da molti per un fake.

Sono segnali di un problema più strutturale: la confusione tra desiderio e realtà, tra immagine e fatto, che è al cuore della sindrome caligolesca.
A rafforzare ulteriormente questa deriva ha contribuito un elemento politico decisivo: l’aver ottenuto il secondo mandato dopo aver rischiato l’incriminazione e, potenzialmente, la galera.
La rielezione ha funzionato come una consacrazione personale, non come una conferma istituzionale. Nella logica del leader caligolesco, la vittoria elettorale non dimostra la legittimità del sistema, ma l’invincibilità del sovrano. Il messaggio interiorizzato è semplice e devastante: se si può tornare al potere dopo aver sfidato tribunali, norme e convenzioni, allora nulla è davvero proibito. Il potere diventa la prova retroattiva della propria innocenza, e il successo politico si trasforma in assoluzione morale.
Caligola e la grandiosità performativa
Il termine “sindrome caligolesca” allude esplicitamente a Caligola, l’imperatore romano noto per aver trasformato l’esercizio del potere in una specie di teatro dell’assurdo. Caligola non nominò console il suo cavallo per scherzo; lo fece per dimostrare che, nel suo impero, la volontà personale era legge suprema, e nessun limite istituzionale poteva fermarla.
Allo stesso modo, quando Valentino cita Elisabeth Roudinesco per spiegare che Trump vive “in un mondo di sua costruzione”, il riferimento non è iperbolico. È la descrizione di un leader la cui esperienza della realtà è filtrata attraverso uno schermo di onnipotenza performativa.
Il carattere storico del fenomeno
La storia non è priva di precedenti. Tiranni e sovrani di ogni epoca – da Nerone a Commodo fino a Mussolini e Hitler – hanno oscillato tra politica e spettacolo, tra governo e auto-venerazione. Come con Caligola, ciò che conta non è tanto l’atto specifico quanto il principio che lo ordina: il potere inteso come proiezione dell’ego assoluto.
Questo tratto si manifesta non solo in moniti stravaganti o in versioni alternative della storia, ma anche nella rottura del principio di realtà: quando un leader non accetta la verifica fattuale, ma pretende che la sua narrazione valga come realtà condivisa, si inaugura un pericolo politico, non solo psicologico.
L’entourage e la dinamica di sostegno
Valentino riporta un punto chiave: il problema non è solo personale, ma relazionale. Roudinesco sottolinea che Trump è tanto più pericoloso quanto più il suo entourage si sottomette. La storia dei tiranni caligolescamente intesi non è mai solitaria: richiede una corte che converta il capriccio in norma, l’invenzione in linea politica.
Ecco perché le descrizioni interne – come quella di Susie Wiles, che parla di un presidente convinto che “non ci sia nulla… che lui non possa fare” – non sono gossip. Sono diagnosi funzionali: rivelano una cultura del potere in cui la precisione, la verità e il confronto istituzionale cedono il passo all’autoconferma perpetua.
La politica quando rinuncia alla verità
Il rovescio più pericoloso della sindrome caligolesca non è tanto l’assurdo in sé, ma il fatto che, una volta che un leader sceglie il proprio mondo invece del mondo condiviso, la politica smette di essere un campo di decisioni basate sui fatti e diventa uno spettacolo senza regole stabili.
Il pezzo di Paolo Valentino non racconta solo aneddoti grotteschi. Mostra una tendenza ricorrente nella storia del potere, una dinamica in cui la verità non è nemica del potere, ma un ostacolo da superare. E quando le istituzioni non riescono a ricondurre quel potere alla realtà condivisa, la sindrome caligolesca smette di essere metafora per diventare problema politico urgente.

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