Stati Uniti e spazio atlantico
Oltre Schumpeter: quando la distruzione creatrice colpisce lo Stato
Secondo capitolo della miniserie di Murtinu e Venanzoni. Qui il primo capitolo Se nel primo articolo abbiamo osservato il ritorno dell’impresa tecnologica dentro l’orbita strategica dello Stato, occorre ora interrogarsi su come questo ritorno ne trasformi dall’interno funzioni, confini e logiche di potere. La modalità di


Secondo capitolo della miniserie di Murtinu e Venanzoni. Qui il primo capitolo
Se nel primo articolo abbiamo osservato il ritorno dell’impresa tecnologica dentro l’orbita strategica dello Stato, occorre ora interrogarsi su come questo ritorno ne trasformi dall’interno funzioni, confini e logiche di potere.
La modalità di trasformazione autocosciente del processo di produzione industriale e di visione dell’imprenditore risultante dalla ‘nuova’ Silicon Valley opera, inevitabilmente, come fattore di trasformazione anche dello Stato, delle sue funzioni, della sua ragion pratica, del rapporto con l’impresa e con i servizi da questa offerti.
Ed è proprio qui che si gioca il punto centrale.
Il political entrepreneur non si limita a innovare prodotti o mercati, ma interviene sui meccanismi istituzionali stessi. In un mondo di Stati nazionali spesso paralizzati da procedure, vincoli regolamentari e stratificazioni burocratiche, questa forma di imprenditorialità agisce come una forza di distruzione creativa applicata non al mercato, ma allo Stato.
Accelerare processi decisionali, scardinare inefficienze croniche, rendere operativa la capacità pubblica: è questo l’obiettivo dichiarato, e in parte già realizzato, di aziende come Palantir.
Peter Thiel, in una recente intervista, ha dichiarato che società come Palantir, e Palantir stessa, svolgono una funzione di argine contro lo sperpero e lo spreco da parte di funzionari pubblici i quali, maneggiando beni e risorse non propri, sono psicologicamente meno incentivati a garantirne un impiego efficiente ed efficace.
In questa prospettiva, Palantir si caratterizza come forza frenante, come puntello, come controllo dello stesso operatore pubblico, il quale sarà responsabilizzato nel suo operato sapendo che il suo utilizzo del bene pubblico è filtrato da un tool realizzato da un privato.
Per chi dovesse inorridire al pensiero che lo Stato e i suoi funzionari, preposti all’esercizio e alla cura di funzioni sovra-individuali e collettive, possano essere implicitamente controllati e limitati in sperperi o usi non razionali dei beni pubblici, cioè dei cittadini e da questi pagati con le loro tasse, è il caso di rammentare che l’accelerazione tecnologica, la complessità sociale e quadri internazionali sempre più incandescenti hanno reso questo paradigma centrale.
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Fatte le debite contestualizzazioni, ciò vale anche per le sonnacchiose amministrazioni italiane, sempre più costrette al ricorso a professionalità di top player in alcuni settori ad elevata specializzazione.
Dal PNRR in poi, e soprattutto in ambiti ad alto impatto tecnologico, amministrazioni vetuste, senescenti — non solo in termini anagrafici ma di complessivo approccio organizzativo e mentale — ricorrono sempre maggiormente alla contrattualizzazione di servizi offerti da privati in settori nodali come intelligenza artificiale e cybersecurity.
Tuttavia, questa dinamica porta a conclusioni diverse da quelle immaginate da Joseph Schumpeter.
Nella sua visione classica, l’imprenditore distrugge l’equilibrio economico attraverso l’innovazione, aprendo nuovi cicli di crescita che il capitalismo, col tempo, tende poi a istituzionalizzare.
Qui, invece, la distruzione creativa non riguarda solo l’economia, ma l’architettura stessa del potere pubblico.
Non è il mercato a essere destabilizzato, ma lo Stato; non è la burocrazia privata a essere superata, ma quella pubblica.
Questo spostamento ha implicazioni profonde.
Se l’innovazione tecnologica diventa uno strumento per riprogrammare la capacità dello Stato, allora il confine tra imprenditore e decisore politico si assottiglia pericolosamente fino ad annullarsi.
Il rischio ben noto del crony capitalism diventa così un crony entrepreneurship: un accelerazionismo istituzionale che, da un lato, sburocratizza e distrugge la farraginosa macchina statale ma che, dall’altro, innesca un accesso privilegiato a dati e informazioni che costituiscono il potere centrale, con la possibilità di sostituire la concorrenza e l’innovazione con un monopolio de facto.
Come massimizzare l’accelerazione istituzionale senza scivolare in un monopolio?
È qui che entra in gioco una visione apparentemente lontana, ma concettualmente rilevante: quella promossa da ambienti favorevoli a una riduzione radicale delle sovrastrutture sovranazionali come, ad esempio, l’attuale architettura dell’Unione Europea.
L’argomento non è ideologico, ma strutturale: sistemi multilivello troppo complessi concentrano potere decisionale lontano dai cittadini e, paradossalmente, facilitano la cattura dello Stato da parte di grandi attori politico-imprenditoriali.
Se il rischio è la cattura dello Stato da parte di attori politico-imprenditoriali sempre più sistemici, allora la questione non è soltanto tecnologica o economica, ma eminentemente politica: quale architettura dovrebbe darsi l’Europa per sfruttare, e non subire, la nuova imprenditorialità post-schumpeteriana?

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