Europa e Unione Europea
Zelensky costruisce una strategia, l’Europa gestisce relazioni (ed elettorati)
Mentre Kiev cerca d'integrare i fronti di guerra e offre capacità operative contro l'Iran, le capitali europee mugugnano e si tengono ai margini, incapaci di tradurre l’analisi in azione davanti a una minaccia che riguarda anche loro. “I regimi in Russia e in Iran sono fratelli


Mentre Kiev cerca d’integrare i fronti di guerra e offre capacità operative contro l’Iran, le capitali europee mugugnano e si tengono ai margini, incapaci di tradurre l’analisi in azione davanti a una minaccia che riguarda anche loro.
“I regimi in Russia e in Iran sono fratelli nell’odio, ed è per questo che sono fratelli anche nelle armi. E noi vogliamo che i regimi fondati sull’odio non vincano mai, mai in nulla.”
Sono parole di Volodymyr Zelensky, pronunciate davanti al Parlamento britannico, dal leader di un paese impegnato in una guerra di sopravvivenza che dura da quattro anni.
Per Zelensky il collegamento tra Russia e Iran non è una teoria astratta, ma uno strumento politico: serve a evitare che i diversi fronti vengano trattati come alternativi e che l’Ucraina perda centralità nel sistema delle priorità occidentali.
Questo non elimina una tensione evidente, che Zelensky conosce perfettamente: nella pratica, i conflitti non si sommano ma competono tra loro per risorse, attenzione politica e capacità militari, mentre questa stessa dinamica finisce per produrre benefici indiretti per Mosca, tra rialzo dei prezzi energetici e possibile riduzione della pressione occidentale sul fronte ucraino.
Ma è proprio questa competizione che il presidente ucraino cerca di neutralizzare, almeno sul piano politico, presentando i diversi fronti come parte di un’unica grande battaglia.
Nel discorso c’è anche un elemento propositivo che rafforza questo impianto. Zelensky non si limita a chiedere attenzione, ma offre un contributo concreto: mette a disposizione il know-how sviluppato sul campo — droni, difesa anti-drone, capacità di controllo in tempo reale — come risorsa utile anche in altri teatri, dal Golfo allo Stretto di Hormuz.
Il passaggio è rilevante perché mira a dimostrare che l’Ucraina non è più soltanto un fronte che richiede sostegno, ma un attore che può contribuire alla gestione complessiva della competizione con i regimi autoritari.
In questo quadro, Zelensky si muove anche dentro le tensioni tra Stati Uniti ed Europa, cercando di trasformarle in uno spazio di manovra: la disponibilità ucraina a contribuire sul piano operativo diventa così un modo per ribadire la propria centralità e utilità strategica.
Lo ha scritto Donatello D’Andrea su InOltre: “Zelensky ha trasformato l’esperienza di una guerra devastante in capitale politico e strategico, accumulando relazioni, credibilità operativa e nuove forme di cooperazione militare. Questo non rende automaticamente l’Ucraina una potenza globale, ma ne rafforza significativamente la posizione nel sistema internazionale”.
È su questo passaggio che si misurano i limiti delle leadership europee sul dossier iraniano: scarsa capacità di riconoscere la natura del problema e scelte operative, dove emergono esitazioni e priorità divergenti. A differenza dell’impostazione adottata da Zelensky — che utilizza la cooperazione come strumento anche in condizioni di scarsa fiducia — in Europa la gestione del rapporto con Washington tende a prevalere sulla valutazione autonoma degli interessi strategici.
Questo scarto si è tradotto, nel caso della crisi iraniana, in una scelta precisa: gli Stati europei non hanno seguito una linea di integrazione tra i diversi teatri, ma hanno mantenuto una distinzione netta tra il fronte ucraino e quello mediorientale, evitando di convergere su una risposta operativa comune insieme agli Stati Uniti.
Una parte rilevante di questa scelta è legata al deterioramento delle relazioni transatlantiche determinato dalle politiche dell’amministrazione Trump. Le tensioni commerciali derivanti dai dazi, le ambiguità sulla NATO e un approccio apertamente transazionale nei confronti degli alleati hanno eroso la fiducia reciproca e reso la cooperazione sempre meno scontata.
A questo si è aggiunta una linea ambigua nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina, caratterizzata da aperture negoziali non coordinate con gli alleati europei, da segnali contraddittori sul regime sanzionatorio e da una disponibilità a ridefinire unilateralmente il quadro del sostegno a Kiev.
Nel loro insieme, questi elementi hanno inciso direttamente sulla credibilità dell’impegno americano, rendendo più difficile per i governi europei considerare la cooperazione con Washington come un dato stabile e affidabile.
Questo, tuttavia – a parere di chi scrive – non è sufficiente a giustificare la scelta europea.
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Se si assume la prospettiva delineata da Zelensky, il peggioramento della relazione con il partner americano non elimina la necessità di cooperare, ma ne modifica le condizioni. La cooperazione diventa più selettiva, più negoziata, ma non per questo meno rilevante.
Nell’attacco all’Iran, invece, il criterio sembra essersi spostato. La valutazione dell’utilità dell’azione lascia spazio, almeno così sembra, a una valutazione del partner: la minore affidabilità percepita degli Stati Uniti contribuisce a rendere meno praticabile la cooperazione, anche quando gli interessi materiali restano convergenti.
In questo senso, la scelta europea non può essere letta come un semplice effetto del contesto, ma come una decisione politica che riflette un diverso modo di impostare il rapporto tra interessi, relazioni e soprattutto priorità.
Questa scelta si manifesta su un dossier, come quello iraniano, che incide direttamente sugli interessi europei, perché la questione non riguarda solo la qualità della relazione con Washington, ma la natura della minaccia.
L’Iran non è semplicemente un attore regionale, ma un regime che ha dimostrato negli anni una capacità sistematica di destabilizzazione: sostegno a milizie armate, attacchi indiretti e diretti contro Israele, uso della leva militare e paramilitare per esercitare pressione sull’intero scacchiere mediorientale.
A questo si aggiunge la capacità di colpire o minacciare infrastrutture energetiche e rotte strategiche. Le recenti minacce di attacchi contro impianti nel Golfo e le tensioni nello Stretto di Hormuz mostrano come Teheran sia in grado di utilizzare l’interdipendenza energetica globale come strumento di pressione politica ed economica.
In questo quadro, la freddezza europea non è un elemento neutrale. È un segnale politico che incide su un equilibrio già fragile, perché contribuisce a ridurre la pressione su un attore che ha dimostrato di essere disposto a utilizzare la forza e la destabilizzazione come strumenti ordinari di politica estera.
In queste condizioni, la questione non è se l’azione americana sia stata condotta in modo ottimale, né se esista una strategia perfettamente definita per il “dopo”.
La questione è che lasciare intatte queste capacità significa accettare che un attore ostile mantenga uno strumento permanente di pressione e destabilizzazione, con effetti diretti non solo su Israele, ma sull’intero equilibrio regionale e, indirettamente, sulle economie europee.
Da questo punto di vista, la riduzione delle capacità militari iraniane — in particolare quelle legate alla proiezione asimmetrica e al controllo delle rotte strategiche — non è un obiettivo accessorio, ma una condizione minima per contenere una minaccia che ha già dimostrato di poter espandere il proprio raggio d’azione.
Questo non implica aderire automaticamente alla strategia americana, né rinunciare a una valutazione autonoma dei costi e dei rischi.
Implica, però, riconoscere che, in un contesto di competizione sistemica, anche l’inazione produce effetti, e che il costo del non intervenire può, nel tempo, risultare superiore a quello dell’azione.
Il divario tra l’impostazione di Zelensky e quella delle leadership europee non riguarda soltanto la diversa posizione tra chi è direttamente coinvolto in un conflitto e chi no.
Riguarda il modo in cui si esercita la politica in un contesto di competizione sistemica, dove la distinzione tra alleati affidabili e partner problematici non può diventare il criterio esclusivo dell’azione.
La scelta europea di mantenere una distanza dall’iniziativa americana può essere letta come prudente, o come espressione di autonomia. Ma nel momento in cui la gestione, all’insegna dell’autonomia, della complicata relazione con Trump prevale sulla valutazione degli interessi in gioco, allora il rischio è che la politica estera europea perda la capacità di incidere sui fatti, condannandosi all’irrilevanza.
E proprio questa oramai sistematica rinuncia a incidere è forse l’elemento che meglio descrive l’Europa contemporanea.

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