Medio Oriente

UNIFIL: quarantasette anni di mandato tradito

Dalla morte di un sergente francese in Libano una domanda che la diplomazia internazionale evita da decenni: a cosa serve davvero UNIFIL? Quarantasette anni di presenza, oltre 326 vittime tra i caschi blu, 500 milioni di dollari l'anno. Hezbollah ha riarmato indisturbato, il mandato è rimasto

Filippo PipernoFilippo Piperno19/04/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.282 parole
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Dalla morte di un sergente francese in Libano una domanda che la diplomazia internazionale evita da decenni: a cosa serve davvero UNIFIL? Quarantasette anni di presenza, oltre 326 vittime tra i caschi blu, 500 milioni di dollari l’anno. Hezbollah ha riarmato indisturbato, il mandato è rimasto lettera morta. Ma il problema non è solo UNIFIL: è un’ONU in cui l’Iran siede nelle commissioni sui diritti umani e sui diritti delle donne. Un fallimento strutturale, non accidentale.


Ieri un soldato francese del contingente UNIFIL è stato ucciso nel sud del Libano, presumibilmente da Hezbollah. È l’ennesima vittima di una missione che opera da quarantasette anni in uno dei teatri più instabili del Medio Oriente.

Una missione nata per fare quello che non ha mai fatto

UNIFIL — United Nations Interim Force in Lebanon — è stata istituita il 19 marzo 1978 con le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza. Il mandato originario prevedeva il ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e il ripristino della pace e della sovranità libanese nell’area. Nessuno dei due obiettivi fu raggiunto nei tempi previsti.

Dopo la guerra del 2006, il Consiglio di Sicurezza rafforzò la missione con la risoluzione 1701, affidandole compiti più ambiziosi: monitorare la cessazione delle ostilità, sostenere le forze armate libanesi nel controllo del sud del paese, impedire il riarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani.

Su tutti e tre i punti, UNIFIL ha fallito.

Il prezzo di sangue

I numeri documentano una realtà difficile da eludere. Dal 1978 al luglio 2024, UNIFIL ha registrato 326 vittime tra i propri ranghi. Un bilancio che non ha prodotto né una riforma del mandato né un ripensamento strategico della missione.

Il 2026 ha già aggiunto nuovi nomi a quella lista. In meno di 24 ore, tre caschi blu indonesiani sono rimasti uccisi tra i due fuochi nel sud del Libano. Pochi giorni prima, tre soldati ghanesi erano rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco. Ieri è morto Florian Montorio, sergente maggiore del 17° Reggimento del Genio Paracadutista di Montauban.

Regole d’ingaggio che non reggono la realtà

Il nodo centrale non riguarda le risorse né il numero di effettivi. Riguarda il quadro giuridico entro cui la missione opera. UNIFIL agisce in base al Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, che autorizza l’uso della forza solo in situazioni molto specifiche e limitate: essenzialmente la legittima difesa per proteggere il personale e le strutture ONU.

In pratica, i caschi blu non possono perquisire, non possono fermare movimenti di armi, non possono ingaggiare. Possono osservare, riferire, e subire. È un mandato che trasforma una forza militare in una presenza testimoniale, utile sul piano simbolico, inefficace su quello operativo.

La promessa tradita del 2006

Dopo la guerra del 2006, la comunità internazionale si mobilitò con determinazione inusuale. Francia, Italia, Spagna e Germania inviarono contingenti significativi. L’Italia assunse il comando della missione. Si parlò di una UNIFIL finalmente”robusta”, capace di esercitare un ruolo deterrente reale.

Nel giro di pochi anni, quella prospettiva si dissolse. Hezbollah riprese il controllo del territorio, il governo libanese non volle — o non poté — procedere al disarmo della milizia, e i paesi contributori si trovarono a gestire una presenza militare priva di leva politica. La missione continuò per inerzia istituzionale più che per utilità operativa.

Vent’anni dopo, il quadro non è cambiato. L’Italia, che dal giugno 2025 ha il comando della missione con il generale Diodato Abagnara, è in pressing da tempo per una revisione delle regole d’ingaggio. La missione è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026, con il 2027 come anno previsto per un eventuale smantellamento. Nel frattempo i soldati restano sul campo con le stesse regole di sempre.

Il vizio d’origine

Il fallimento di UNIFIL non è congiunturale. È il prodotto di una scelta politica consapevole.

La questione di Hezbollah — il suo radicamento nel tessuto libanese, la sua affiliazione all’Iran, il suo ruolo nell’equilibrio regionale — non è mai stata affrontata. UNIFIL ha fornito per decenni una copertura istituzionale a questa omissione, rendendo meno urgente ciò che restava irrisolto.

Il caso ONU

Il caso UNIFIL non è isolato. Riflette una disfunzione più profonda del sistema multilaterale, che emerge con particolare nitidezza soprattutto nelle istituzioni deputate alla tutela dei diritti umani.

L’Assemblea Generale dell’ONU è diventata negli anni la principale sede istituzionale in cui la maggioranza automatica dei paesi non allineati, autoritari o apertamente ostili all’Occidente trasforma il pregiudizio antioccidentale e antisemita in risoluzioni, condanne selettive e legittimazione reciproca. Non è una degenerazione del sistema: è il sistema, usato esattamente come progettato da chi lo usa.

La storia dell’Iran nelle commissioni ONU costituisce, in questo senso, un caso emblematico. Nel 2019, Teheran è entrata a far parte di un gruppo di lavoro della Commissione ONU sulla condizione delle donne — l’organo chiamato a valutare le denunce di violazione dei diritti femminili nel mondo. Negli stessi mesi, l’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh veniva condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate per aver difeso donne che si rifiutavano di indossare il velo.

Dopo la morte di Mahsa Amini e la repressione delle proteste del 2022, l’ECOSOC ha adottato una risoluzione per rimuovere l’Iran dalla Commissione sulla condizione delle donne — la prima espulsione nella storia della commissione, istituita nel 1946. Una decisione tardiva, ottenuta sotto la pressione degli eventi, non per una scelta di principio preventiva.

La correzione, tuttavia, non ha modificato la logica del sistema. Nel 2026 il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite ha nominato l’Iran al Comitato per la programmazione e il coordinamento, l’organo che detta la linea su diritti umani, diritti delle donne, disarmo e prevenzione del terrorismo. Nello stesso periodo, Cina, Cuba, Arabia Saudita e Sudan sono stati eletti al comitato sulle ONG, che decide quali organizzazioni della società civile possano accedere al Palazzo di Vetro.

L’Iran è stata inoltre eletta vicepresidente della Commissione ONU per lo sviluppo sociale, incaricata di promuovere democrazia, uguaglianza di genere e non violenza. Lo stesso Iran in cui, secondo i dati di Iran Human Rights, nel 2025 sono state eseguite 1.639 condanne a morte — il numero più alto mai registrato.

Queste non sono anomalie. Sono il funzionamento ordinario di un sistema in cui i seggi vengono assegnati per rotazione geografica e negoziazione politica, indipendentemente da qualsiasi criterio di coerenza con i valori che l’organizzazione dichiara di promuovere.

La morte di un soldato francese in Libano non è una tragedia isolata. È la conseguenza prevedibile di scelte istituzionali che si ripetono da decenni: mandati impossibili, regole d’ingaggio inadeguate, rinnovi automatici che sostituiscono la valutazione con l’abitudine.

UNIFIL non è soltanto una missione che ha fallito il proprio mandato. È diventata, oggettivamente, parte del problema: la sua presenza ha fornito una copertura di normalità sotto cui Hezbollah ha riarmato indisturbato, costruito una rete di tunnel e infrastrutture militari, e continuato a colpire il territorio israeliano. La missione non ha impedito nulla di ciò che avrebbe dovuto impedire. Ha semmai reso più presentabile, agli occhi della comunità internazionale, una situazione che presentabile non era.

Più in generale, significa riconoscere che un sistema multilaterale in cui l’Iran siede nelle commissioni sui diritti delle donne, e in cui la Cina vigila sulle ONG che denunciano i regimi autoritari, non tutela i principi che dichiara di difendere. Li erode dall’interno, conferendo legittimità a chi li viola.


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