Democrazie e sistemi politici

Se la dittatura del politically correct colpisce anche Jannik Sinner

Il pensiero politicamente corretto e la sua deriva woke come forma di bigottismo progressista: da Stanford 1962 alle aule elementari italiane, passando per Robert Hughes, Jannik Sinner e i campus occidentali, un'analisi del meccanismo che trasforma il merito in sospetto e l'eccellenza in provocazione. Il"politicamente corretto"

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco21/04/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura855 parole
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Il pensiero politicamente corretto e la sua deriva woke come forma di bigottismo progressista: da Stanford 1962 alle aule elementari italiane, passando per Robert Hughes, Jannik Sinner e i campus occidentali, un’analisi del meccanismo che trasforma il merito in sospetto e l’eccellenza in provocazione.


Il”politicamente corretto” – e la sua mutazione terminale, il wokismo – merita di essere chiamato con il suo nome: un bigottismo progressista. Non una nuova sensibilità, non un’evoluzione del pensiero civile, ma una reincarnazione laica del puritanesimo ottocentesco, fondata su un senso di colpa collettivo che non prevede assoluzione.

La genealogia è nota. Nel 1962 Stanford abolì il corso obbligatorio sulla civiltà occidentale, cedendo alle pressioni di chi considerava quel canone un atto di supremazia culturale. Fu il primo di una lunga serie di cedimenti accademici che, nel giro di tre decenni, hanno trasformato un’istanza critica legittima – il ripensamento del canone – in un dogma: l’idea che esista un modo giusto di parlare, scrivere, pensare, e che questo modo coincida sistematicamente con i desiderata del gruppo più rumoroso in quel momento.

Robert Hughes, nel suo La cultura del piagnisteo del 1993, aveva già individuato il meccanismo con lucidità chirurgica. Hughes osservava che la nuova ortodossia non puntava all’uguaglianza delle opportunità ma all’abolizione di ogni criterio di distinzione: per purgare il tennis dai suoi sottintesi elitari, diceva, basterebbe abolire la rete.

Il punto di Hughes era preciso: quando il merito diventa sospetto, la mediocrità si fa militante. E la mediocrità militante non tollera la qualità, perché la qualità, per il solo fatto di esistere, discrimina – cioè distingue, seleziona, separa chi ha lavorato da chi no.

È questo il chiodo fisso segreto dell’ideologia woke: l’insofferenza verso tutto ciò che eccelle. Non è un sottoprodotto, è il motore. La semicoltura – quella che negli Stati Uniti chiamano, con amara precisione, snack culture – non chiede di abbassare le barriere d’accesso al sapere, chiede di abbassare il sapere stesso.

Trent’anni dopo Hughes, quella profezia è cronaca. Negli Stati Uniti, il risentimento accumulato contro questa ortodossia ha trovato uno sfogo elettorale potente: milioni di americani pragmatici hanno votato contro un apparato culturale che li trattava da colpevoli per il solo fatto di non adeguarsi alla neolingua. In Europa e in Italia, con il nostro consueto ritardo, la stessa dinamica si manifesta in forme diverse ma riconoscibili.

Prendiamo il caso di Jannik Sinner, su cui l’articolo di Mauro Mazza apparso ieri su l’Arena offre spunti interessanti. Perché un atleta così visibilmente dedito al lavoro e così poco incline alla retorica attira un’ostilità sproporzionata? La risposta sta proprio nel meccanismo descritto da Hughes.

Sinner non si lamenta, non rivendica quote, non esibisce fragilità. In un sistema culturale che premia la vittima e sospetta del vincitore, l’eccellenza silenziosa diventa una provocazione. Non perché il pubblico la rifiuti – il pubblico, anzi, la adora – ma perché smentisce la narrazione secondo cui il successo è sempre privilegio e mai fatica.

Il problema, però, non si ferma allo sport o alla cultura. Quando il disprezzo per i propri fondamenti diventa abitudine mentale, produce cortocircuiti morali anche in politica. Nei campus occidentali abbiamo visto cortei in cui sedicenti paladini dei diritti civili sfilavano sotto le bandiere di organizzazioni che, nei territori che controllano, quei diritti li negano con la violenza.

Questo non significa che la solidarietà verso i civili palestinesi sia illegittima – lo è, e doverosamente. Significa che chi non distingue tra una popolazione che soffre e un’organizzazione che predica la distruzione di Israele non sta facendo politica: sta celebrando un rito di autopunizione, in cui l’importante è stare dalla parte opposta all’Occidente, qualunque essa sia.

L’ultima frontiera di questa logica è la scuola primaria. Il progetto”Storie Spaziali per Bambini del Futuro”, recentemente presentato in Parlamento con il sostegno del Movimento 5 Stelle e della deputata Stefania Ascari, si propone dichiaratamente di”decostruire” gli stereotipi di genere fin dalla prima infanzia. L’intenzione, sulla carta, è presentata come educativa.

Ma il lessico del progetto –”mascolinità empatica”,”decostruzione dei ruoli” – tradisce un presupposto ideologico preciso: che la natura maschile del bambino sia un problema da correggere, non un dato da educare. C’è una differenza enorme tra insegnare a un bambino il rispetto e insegnargli che ciò che è costituisce una colpa originaria. La prima è educazione; la seconda è indottrinamento, per quanto ammantato di buone intenzioni.

È qui che il cerchio si chiude. Dal campus universitario alla scuola elementare, dalla critica letteraria allo sport, il filo conduttore è lo stesso: la sistematica delegittimazione di ogni forma di eccellenza, distinzione e identità che non si pieghi al catechismo vittimista.


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