Italia: politica, istituzioni e società

Il 25 aprile e la logica da regime applicata a una festa repubblicana

La Liberazione non può essere amministrata come una proprietà politica, con custodi, ospiti ammessi e presenze da cacciare. Le contestazioni alla Brigata ebraica e alle bandiere ucraine mostrano una deriva precisa: la memoria repubblicana trasformata in recinto ideologico. Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene

Filippo PipernoFilippo Piperno28/04/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura989 parole

La Liberazione non può essere amministrata come una proprietà politica, con custodi, ospiti ammessi e presenze da cacciare. Le contestazioni alla Brigata ebraica e alle bandiere ucraine mostrano una deriva precisa: la memoria repubblicana trasformata in recinto ideologico.


Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene a un partito, a una corrente, a una piazza, a un comitato di sorveglianza morale. L’anniversario della Liberazione appartiene alla Repubblica italiana. Dunque appartiene a tutti i cittadini che riconoscono nella sconfitta del nazifascismo un fondamento della nostra convivenza democratica.

Eppure ogni anno, puntuale come il calendario, va in scena lo stesso spettacolo. La festa della Liberazione viene trattata come una proprietà privata: con i suoi custodi, le sue regole non scritte, i suoi invitati legittimi e quelli da respingere. Poi, il giorno dopo, qualcuno finge di stupirsi. Come se tutto fosse accaduto per caso. Come se le tensioni, le espulsioni simboliche e quelle reali, gli insulti, le bandiere strappate o contestate fossero incidenti imprevedibili e non l’esito quasi automatico di una liturgia ormai consumata.

Non c’è nulla di spontaneo in quello che è accaduto sabato. C’è, al contrario, un meccanismo politico riconoscibile. Si stabilisce una gerarchia delle vittime. Si decide quali oppressioni meritino solidarietà e quali invece possano essere ignorate, minimizzate o perfino rovesciate contro chi le richiama. Si traccia una linea di compatibilità ideologica. Chi resta dentro è antifascista. Chi resta fuori diventa un provocatore.

La formula è sempre la stessa: chi porta la bandiera sbagliata se l’è cercata. Chi ricorda una memoria non allineata disturba. Chi non si adegua alla coreografia ufficiale viola lo spirito della giornata. È una logica da regime applicata, con sorprendente disinvoltura, a una festa repubblicana.

La linea

Il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, mentre la Brigata ebraica veniva fatta uscire dal corteo di Milano scortata dalla polizia tra insulti che evocavano i forni crematori, ha spiegato che il problema era che la Brigata “non si era mossa” e che le bandiere israeliane “non erano opportune”.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il giorno dopo, ha dichiarato al Corriere della Sera che “l’errore è stato portare bandiere di Israele” e che “in questa fase evitarle è buonsenso”.

A Roma, intanto, Matteo Hallissey finiva in ambulanza con un’abrasione alla cornea e le bandiere ucraine venivano strappate e incendiate. Anche lì, la presa di distanza è stata quanto meno flebile. Per usare un eufemismo generoso.

Questa è la linea.

Non si condanna chi caccia. Si rimprovera chi è stato cacciato. Non si contesta chi aggredisce. Si invita l’aggredito a scegliere meglio i propri simboli. Il problema non è l’intolleranza di chi pretende di decidere chi possa sfilare e chi no. Il problema diventa la presenza di chi non rientra nel perimetro politico stabilito.

Ha ragione Marco Taradash quando chiede a chi ha cacciato la Brigata ebraica di spiegare quale sia stato il contributo palestinese alla lotta contro il nazifascismo, e dunque su quale base storica si giustifichi la presenza massiccia di bandiere palestinesi nei cortei del 25 aprile mentre quella israeliana viene dichiarata “inopportuna”.

L’appropriazione della memoria

Il 25 aprile non basta più essere ebrei per festeggiare. Non basta richiamare la memoria di chi combatté contro i nazisti in Italia. Di chi fu perseguitato per il solo fatto di essere ebreo. Non basta portare il nome della Brigata ebraica dentro la giornata che celebra anche la sconfitta del nazifascismo. Occorre essere gli ebrei giusti. Quelli compatibili con la linea. Quelli che non disturbano la narrazione dominante. Quelli che si lasciano ammettere a condizione di non portare con sé una memoria indisciplinata.

Gli altri sono abusivi. Gli altri provocano. Gli altri devono uscire.

È l’appropriazione della memoria portata alle sue conseguenze estreme. La Resistenza non viene più trattata come un patrimonio nazionale, ma come un marchio politico. Un marchio che si concede e si revoca. Un certificato di legittimità morale distribuito da chi pretende di amministrare la memoria collettiva come fosse una tessera di appartenenza.

La festa di tutti trasformata in un recinto

Il 25 aprile, per una parte della sinistra italiana, non è più soltanto il giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. È diventato anche il giorno in cui quella parte celebra se stessa: la propria genealogia, i propri codici, le proprie gerarchie morali, la propria pretesa di stabilire chi abbia diritto di parola nella memoria pubblica.

In questo schema, chiunque porti con sé una storia diversa non è un partecipante. È un provocatore. La Brigata ebraica non è più una presenza storicamente legittima, ma un problema d’ordine pubblico. Le bandiere ucraine non evocano un popolo aggredito da una potenza autoritaria, ma disturbano la scenografia. Israele non è più anche il Paese nato dopo la Shoah e abitato da milioni di ebrei, ma solo il simbolo da espellere per mantenere intatta la liturgia.

Sono anni che una Festa nata per ricordare la fine di un regime che decideva chi fosse legittimo e chi no, chi potesse appartenere alla comunità nazionale e chi dovesse esserne escluso è stata deformata da chi pretende di stabilire quali memorie possano sfilare e quali debbano essere scortate fuori.

Il 25 aprile non appartiene all’ANPI. Non appartiene ai comitati di piazza. Non appartiene a chi pensa di poter distribuire patenti di antifascismo come lasciapassare.


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