Propaganda propal
Il frate francescano e la crema della sinistra filopalestinese
Un evento del Pd alla Camera diventa il palcoscenico della retorica filopalestinese più prevedibile: cifre sparate senza freni, immagini apocalittiche, citazioni letterarie e il ritorno rituale ai “confini del 1967”, evocati come formula magica più che come questione storica e giuridica. Il 6 maggio Daniela Preziosi


Un evento del Pd alla Camera diventa il palcoscenico della retorica filopalestinese più prevedibile: cifre sparate senza freni, immagini apocalittiche, citazioni letterarie e il ritorno rituale ai “confini del 1967”, evocati come formula magica più che come questione storica e giuridica.
Il 6 maggio Daniela Preziosi ha raccontato sul quotidiano Domani un evento ospitato dal Pd nella sala Berlinguer della Camera. Un evento che ha fatto il pienone, ha sottolineato la brava giornalista. Tanti giovani e tutta la crema della sinistra filopalestinese e antisraeliana.
Del resto, sarebbe stato delittuoso perdersi la presentazione di un libro di Arturo Scotto, Diario Flottiglia, in viaggio verso Gaza (non vedo l’ora di leggerlo, perciò l’ho ordinato subito su Amazon).
È stato proprio il deputato dem a portare la prima star dell’evento, padre Ibrahim Faltas, custode delle scuole della Terra Santa e braccio destro del cardinale Pizzaballa. L’esordio del francescano è stato clamoroso: «In Palestina ci sono 20mila malati, 800mila persone ancora sotto le macerie [corsivo mio]».
Insomma, come diceva Totò: «Abbondandis in abbundandum. E allora, noi abbondiamo!».
Poi è intervenuto Roberto Speranza, che ha elogiato Elly Schlein per aver scelto una posizione che non era scontata (in verità era scontata fin da quando la segretaria non entrò nella Sinagoga di Roma l’8 ottobre 2023).
«[…] ma è già molto — ha proseguito — di fronte a questo buio di umanità, di fronte a questa umanità che sembra arresa, di fronte a un topo che mangia un bambino».
Il riferimento, ci spiega Daniela Preziosi, «è all’invasione di ratti fra le tende degli sfollati, che ha trasformato quello che resta di Gaza nella Orano della Peste di Camus» (uno sfoggio di cultura letteraria non guasta mai).
Infine, la seconda star dell’evento: Elly Schlein appunto, la quale ha concluso il suo discorso contro Israele e pro-Flottilla con un solenne impegno: «Noi batteremo questa destra, e una delle prime cose che faremo sarà riconoscere lo Stato di Palestina».
Presumo, come ha sempre sostenuto, «quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967».
Ora, chi invoca il ritorno ai «confini del 1967» non sa di cosa parla. Quei confini, infatti, non sono altro che le linee del cessate il fuoco stabilite nel 1949, al termine della guerra d’indipendenza israeliana.
Non sono mai stati riconosciuti come frontiere ufficiali da nessuno, tant’è che la stessa Risoluzione 242 dell’ONU parla di «confini sicuri e riconosciuti», senza mai menzionare un ritorno alle linee pre-1967.
Nel 1967, Giudea e Samaria erano sotto occupazione giordana, mentre Gaza era sotto occupazione egiziana. La Guerra dei Sei giorni scoppiò proprio perché Egitto, Giordania e Siria minacciarono apertamente Israele, chiudendo lo Stretto di Tiran e il canale di Suez, e schierando i propri eserciti ai suoi confini.
Dalla vittoria di Tel Aviv nacque un nuovo scenario geopolitico, in cui Israele si ritrovò a controllare territori che nessun altro Stato aveva mai rivendicato.
A differenza della Giordania, Israele non ha mai formalmente annesso quei territori, mantenendone lo status come «disputati», cioè aperti a futuri negoziati.
Questo spiega perché il termine «occupazione» è fuorviante: un’occupazione presuppone un sovrano precedente legittimo, ma nessuno Stato palestinese è mai esistito su quei territori.
Chi insiste sul ritorno ai «confini del 1967» ignora non solo la storia, quindi, ma anche il diritto internazionale e le ripetute opportunità di pace rifiutate dagli arabi palestinesi.
La vera questione non è dove tracciare i confini, ma se esiste davvero la volontà politica di riconoscere Israele come Stato ebraico, e porre così fine al conflitto.
Sarebbe bello se Elly una volta lo chiedesse a Hamas e al suo burattinaio di Teheran.
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