Italia: politica, istituzioni e società
Pina Picierno fuori dal Pd: quando la minaccia russa non mobilita la sinistra
Se le minacce contro Pina Picierno arrivassero dalla mafia, il Pd sarebbe già in seduta permanente di autocoscienza morale. Ma arrivano dalla Russia di Putin, e allora il silenzio diventa quasi naturale: meno liturgico, meno utile, meno spendibile nel teatro democratico nazionale. Nell’abbandono del Pd da



Se le minacce contro Pina Picierno arrivassero dalla mafia, il Pd sarebbe già in seduta permanente di autocoscienza morale. Ma arrivano dalla Russia di Putin, e allora il silenzio diventa quasi naturale: meno liturgico, meno utile, meno spendibile nel teatro democratico nazionale.
Nell’abbandono del Pd da parte di Pina Picierno c’è un profilo che in queste ore ci pare non venga colto nella sua plastica, mastodontica ed imbarazzante evidenza.
È un profilo che non ha nulla a che vedere con le pur densissime motivazioni raccontate da Picierno a Claudio Cerasa (vivaddio, la vicepresidente del Parlamento europeo non se ne va “per rafforzare il Pd”, come da grottesco biglietto d’addio di Marianna Madia, ma perché in quel Pd, che è sempre stata la sua casa, non si sente più affatto a casa).
È un profilo che non ha nulla a che vedere con il futuro percorso politico di Picierno. Non riguarda gli interrogativi su dove si accaserà o come si destreggerà tra gli innumerevoli cantieri che animano una Babele centrista forse più affollata di sigle che di elettori.
No, per cogliere questo profilo occorre chiudere un momento gli occhi. Chiudere gli occhi e provare ad immaginare che Picierno se ne vada dal Pd mentre si trova, da anni, sotto tutela perché la mafia, o qualche altra espressione della criminalità organizzata, l’ha inserita tra gli obiettivi da colpire.
La decisione di Picierno, in questo caso, innescherebbe nel Pd uno psicodramma neppure lontanamente paragonabile con l’assordante silenzio di queste ore.
Il partito da sempre in prima linea nei riti liturgici dell’antimafia, soprattutto dell’antimafia professionale, inscenerebbe una di quelle laceranti ed isteriche sedute di autoanalisi collettiva nelle quali eccelle come pochi.
Dove abbiamo sbagliato? Cosa siamo diventati? In quale punto esatto della nostra storia si è insinuato il terribile morbo del “calo di tensione morale” (no, il calo di tensione no!), chi e come si è infiltrato a corrompere la nostra conclamata integrità e superiorità morale (il male, si sa, viene sempre da fuori)?
Il ruolo europeo di Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, agirebbe come ulteriore volano di vergogna e stracciamento di vesti: lesa irrimediabilmente l’immagine internazionale del partito, come potrebbero i piddini un domani tornare a ripetere che, in mancanza di voti, è l’Europa che “ci chiede di governare”.
I 5S affetterebbero uno sdegno pari solo all’intima soddisfazione di poter proclamare la conclamata inaffidabilità del Pd (“e sul terreno della legalità, signora mia!”).
Per non dire poi del processo mediatico imbastito dai talk shit e dagli intellettuali della relativa compagnia di giro. Saviano, Montanari, nani, ballerine e preti di strada impegnati a scovare aggettivazioni ed epiteti idonei a superare la loro, apparentemente inarrivabile, carica di odio e di disprezzo verso Meloni e “questa destra” (cioè qualunque destra).
Schlein in affanno, tra una patrimoniale e l’altra, per spiegare perché questa volta ciò che non si è visto arrivare è la sua verbosa e retorica solidarietà alla “compagna in prima linea nella lotta contro tutte le mafie”.
Tranquilli. Aprite gli occhi e rilassatevi. Il Pd e i suoi media ed intellettuali di complemento (o più spesso di traino) vi risparmieranno questo increscioso teatrino.
Ve lo risparmieranno, beninteso, non perché Pina Picierno viva liberamente e serenamente il proprio impegno politico e istituzionale. La vicepresidente del Parlamento europeo vive effettivamente, e da molti anni, sotto tutela.
Solo che le minacce all’origine di queste misure provengono dalla Russia putiniana. Il che, ne converrete, è infinitamente meno cool, meno intrigante sotto il profilo della mobilitazione democratica e della diuturna lotta per la legalità, rispetto all’essere nel mirino della Piovra.
L’opposizione a Putin, al suo disegno revanscista e neoimperiale, all’invasione, stupro e devastazione di uno Stato sovrano non è certo in grado di cementare nel Pd odierno la stessa, granitica avversione che da sempre suscitano, come giusto ovviamente, i poteri mafiosi.
Che poi Putin guidi la Russia, all’interno e all’esterno, secondo logiche squisitamente mafiose nulla conta. Del resto, anche quella degli ucraini è Resistenza nel senso più nobile e autentico della parola, ma in Italia sono proprio i professionisti del 25 aprile a stare con Putin (e con la “resistenza” di Hamas).
E poi, insomma, vi diranno, è innegabile che Picierno sia un po’ fissata con questa idea che “se oggi esiste un luogo nel quale si misurano la credibilità, la forza e persino il futuro delle democrazie europee, quel luogo è Kyiv”.
Per carità, opinione rispettabile, ma una delle tante, anzi una “sensibilità” tra le molteplici di un partito i cui rappresentanti europei si avvicinano, sulle risoluzioni in materia di Ucraina, al record di esprimere ciascuno un voto diverso dagli altri.
Anzi, per dirla tutta, l’opinione della parlamentare campana è anche più scomoda delle altre perché “incrina l’unità del Campo Largo”. Come si possa incrinare l’unità di ciò che è diviso appartiene alle fumisterie verbali del collettivo studentesco in assemblea permanente che ha occupato il Pd.
Nel Pd, quindi, l’aver reso irrespirabile l’aria del partito ad una figura apicale nelle istituzioni europee la cui vita quotidiana, guarda la coincidenza, è condizionata dalle minacce di Putin e dei suoi ascari non sembra creare alcun turbamento.
In queste ore regna il silenzio. Il prossimo passo sarà “Picierno chi?”.
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