Italia: politica, istituzioni e società

Bettini, l’oracolo che certifica le ambiguità del PD sulle ragioni di Putin

Ogni volta che la sinistra cerca una direzione, riappare Goffredo Bettini. Nell’ultima intervista al Corriere detta la sua sul Pd, sul Campo Largo, sulle uscite dal partito e soprattutto sull’Ucraina, con parole che riaprono il nodo più scomodo per i dem: il rapporto con la Russia

Giulio MassaGiulio Massa11/06/2026Aggiornato 08/09/20267 min lettura1.346 parole
il pestone

Ogni volta che la sinistra cerca una direzione, riappare Goffredo Bettini. Nell’ultima intervista al Corriere detta la sua sul Pd, sul Campo Largo, sulle uscite dal partito e soprattutto sull’Ucraina, con parole che riaprono il nodo più scomodo per i dem: il rapporto con la Russia di Putin.


L’intervista a Goffredo Bettini, se non un genere letterario, è ormai un genere giornalistico. Quando la sinistra è a un bivio, quando c’è da imboccare una strada o l’altra (in pratica sempre, trattandosi di un partito ostinatamente fedele al perimetro del Campo Largo proprio perché sufficientemente capiente per raccogliere ogni ambiguità), i notisti di politica interna sanno che bisogna andare dall’uomo di Koh Samui.

Il quale, peraltro, conserva quell’aura di esotica saggezza anche quando se ne sta a Roma. Tra profondità apparente e affreschi altamente evocativi, tra toni oracolari e paternalistiche raccomandazioni, Bettini detta la linea.

“Bettini ha parlato” è ormai diventato un meme redazionale e a nessuno è consentita l’ingenuità di domandarsi perché allora non lo faccia lui il segretario del Pd: quello è un ruolo sacrificale, non decisionale, e nessuno lo sa meglio di Bettini.

Ieri è toccato a Maria Teresa Meli del Corsera andare a raccogliere il Bettini-pensiero e anche questa volta il monaco laico del Campo Largo non è stato avaro di spunti. Compresi alcuni inquietanti, sebbene nient’affatto sorprendenti, in tema di politica internazionale.

Il Pd, lo incalza Meli, è passato dal redigere la lista dei ministri del futuro governo di sinistra alla constatazione che l’inesorabile agonia della premier Meloni era una notizia fortemente esagerata? Bettini predica calma e diagnostica in capo ai progressisti nientemeno che “una sorta di sindrome bipolare”, quella che porta a oscillare di continuo tra “euforia e sconforto”.

L’antidoto? L’atteggiamento più funzionale per affrontare il match “corpo a corpo” con la destra? “Un pensiero ‘pastoso’ che assorbe e rilancia”. Cosa si celi dietro questa immaginifica ricetta, senza escludere le ipotesi del vuoto pneumatico e dell’aulica supercazzola, è comunque meno importante del dato di fondo: Bettini allude al proprio pensiero.

Addentriamoci dunque nel cogitare “pastoso” del regista per nulla occulto del Campo Largo.

Dopo l’esortazione di rito agli aspiranti leader della coalizione a far prevalere la passione civile sulle ambizioni personali (Bettini in realtà è avveduto come pochi che la politica è “sangue e merda”, ma non rinuncerebbe neppure sotto tortura alla rassicurante ipocrisia della “passione civile”), il nostro si getta nell’attualità di giornata.

Che nel Pd significa, come accade con una certa frequenza negli ultimi tempi, “chi se n’è andato oggi?”. Bettini affronta dunque il caso Picerno. Lo fa con parole inequivoche che, non a caso, incontrano il consenso persino della diretta interessata.

“L’incompatibilità era ormai evidente. Il pluralismo non è un dissenso pubblico, radicale e continuo; piuttosto è argomentare le proprie posizioni, riconoscendo che c’è una maggioranza ed evitando di procurare danni”.

È la versione “alta”, ma molto più drastica e questa volta scevra di ipocrisie, del banale “la linea è una” di Schlein, la segretaria la cui iperinclusività patisce, come noto, numerose eccezioni quando non è in ballo il woke.

“Per una volta devo dargli ragione”, è la replica a stretto giro di tweet di Picerno, ribadendo l’evidente incompatibilità.

In realtà, per Bettini il discorso non è chiuso. La sua vocazione egemonica, la sua laica, ma intransigente, applicazione al Campo Largo della celebre locuzione teologica “extra Ecclesiam nulla salus” lo portano a tendere una mano velenosa alla vicepresidente del Parlamento europeo e agli altri fuoriusciti dal Pd.

“A me interessa, comunque, non spezzare i fili, mantenere il dialogo con gli amici e compagni che hanno lasciato il Pd. È decisivo che restino nel campo composito dei progressisti”.

Incompatibili sotto lo stesso tetto partitico, insomma, ma tutti insieme nella consueta armata Brancaleone con l’imperativo programmatico “tutto tranne Meloni”.

Del resto, Bettini è da tempo il più sfacciato teorico della creazione a tavolino, ed eterodiretta dal Pd, di una gamba centrista del Campo Largo da offrire agli elettori più riluttanti a riconoscersi nel riflusso identitario schleiniano.

Una sorta di brand ad hoc per progressisti riluttanti, con la sola funzione gregaria di portare acqua al Campo Largo ed evitare dispersione di consensi.

Tendiamo a escludere che Picerno sia intenzionata a dare soddisfazione a Bettini sul punto, soprattutto alla luce del baratro che separa i due in politica internazionale.

Ma, del resto, l’oracolo vivente del progressismo italico ha già un piano A in tal senso, una creatura da lui personalmente seguita e forgiata in laboratorio per adempiere fedelmente alla missione.

È il movimento civico e “dei sindaci” di Alessandro Onorato, del quale Bettini nell’intervista si affretta eccessivamente a dire, per chi ancora nutrisse residui dubbi sulla paternità dell’operazione, “lui ha fatto tutto da solo. Con risultati eccellenti”.

Come ogni show che si rispetti, anche il format classico dell’intervista a Bettini prevede la parte pirotecnica nel finale.

Meli legittimamente gli ricorda, tra le tante divisioni interne al centrosinistra, quelle relative all’Ucraina. Se vi aspettate che Bettini riconosca tali divergenze e proponga come ricomporle, vuol dire che non avete la fortuna di conoscerlo.

Il gran sacerdote del Pd di rito romano, con tutta la pastosità del suo pensiero, detta la sua linea. Ucraina nell’Ue? Bandierina propagandistica, se ne parlerà tra anni.

Il terreno sta dimostrando che le uniche concrete possibilità di pace sono connesse alla liberazione del braccio legato dietro la schiena con il quale abbiamo finora grottescamente imposto all’Ucraina di difendersi?

Macché, per Bettini, “invece di alimentare scenari di guerra, va pensato un equilibrio di pace realistico e giusto per l’Ucraina” (dove il brivido si accompagna all’idea di cosa il realismo bettiniano possa essere capace di immaginare sulla pelle, la libertà, la sovranità altrui), ma, udite, nell’ambito di “una sicurezza per la Russia”.

La sicurezza per chi ha invaso, aggredito, stuprato il territorio e la gente di uno Stato sovrano. Le fattezze ridicole della fregnaccia sulla NATO che abbaiava alla Russia sono lì in agguato. E ululano più che abbaiare.

Il tutto condito da un grande classico della propaganda putiniana, ossia il riferimento alla conferenza di Helsinki. Per concludere, ode d’amore per la Russia “parte della storia europea”, per la Russia che “serve all’Europa, alla sua stabilità e alla sua economia”.

Che la Russia abbia riportato in Europa, dopo 80 anni, guerra, morte e devastazione, è evidentemente un dettaglio non funzionale alla narrazione sentimentale. Mentre si crede lo sia evocare Puskin, Gogol, Dostoevskij, quasi che quattro anni di orrori in Ucraina e decenni di spietata repressione del dissenso non fossero il simbolo del tradimento putiniano della migliore civiltà russa.

Sarà questa la linea del Pd? O forse lo è già? Il senatore Filippo Sensi su X si ribella con toni drammatici: “Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere”.

Ora, ci sia consentito un consiglio a Sensi: senza evocare cadaveri neppur per metafora, non sarebbe più produttivo reclamare un chiarimento inequivocabile nel partito su questa linea così sensibile alle ragioni di Putin?

Giusto per capire. Per capire se la permanenza nel partito è diventata proibitiva solo per Picerno o anche per diversi altri. Soprattutto, per trarne, nel caso, le conseguenze e, una volta tanto, far seguire alle uscite alla spicciolata un esodo di gruppo.


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