Israele

Prima Zelensky e ora Netanyahu: la solitudine degli “alleati” di Trump

Trump comincia a trattare Netanyahu con la stessa logica con cui ha trattato Zelensky: l'alleato è utile finché serve al racconto presidenziale, fastidioso quando lo complica. Le tensioni tra Washington e Gerusalemme sul negoziato con Teheran mostrano che Netanyahu sta entrando in una zona "rischiosa". Non

Filippo PipernoFilippo Piperno17/06/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.173 parole
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Trump comincia a trattare Netanyahu con la stessa logica con cui ha trattato Zelensky: l’alleato è utile finché serve al racconto presidenziale, fastidioso quando lo complica. Le tensioni tra Washington e Gerusalemme sul negoziato con Teheran mostrano che Netanyahu sta entrando in una zona “rischiosa“. Non è una rottura. Ma chi era rimasto indifferente davanti alla freddezza verso l’Ucraina farebbe bene a riconsiderare: nel trumpismo non esistono alleati, ma solo comprimari.


C’è una lezione che molti, anche in ambienti filo-israeliani vicini al trumpismo, non hanno voluto vedere quando Donald Trump ha cominciato a trattare Volodymyr Zelensky come un ostacolo più che come un alleato. Non stava semplicemente riequilibrando il rapporto tra Washington e Kiev. Non stava soltanto chiedendo agli europei di fare di più. Non stava nemmeno solo correggendo gli eccessi dell’interventismo democratico.

Stava affermando un principio molto più generale: l’alleato è legittimo finché serve alla sua narrazione; diventa fastidioso quando la contraddice.

Con Zelensky il meccanismo è stato brutale. L’Ucraina, paese aggredito dalla Russia, è stata progressivamente descritta come il soggetto troppo esigente, troppo rigido, troppo dipendente dall’aiuto americano. Il leader che resisteva all’aggressione di Putin è diventato, nella retorica trumpiana e in una parte del suo ecosistema politico-mediatico, quello che non voleva davvero la pace. Non importava più chi avesse invaso chi. Importava che Zelensky non si adattasse al finale immaginato da Trump: una trattativa rapida, un’intesa rivendicabile come successo personale, la chiusura televisiva di una guerra troppo lunga.

Una parte dell’opinione filo-israeliana più vicina a Trump ha seguito quel ragionamento senza troppi scrupoli. Ha accettato l’idea che Zelensky fosse diventato un intralcio. Ha scambiato la freddezza verso Kiev per realismo strategico. Ha visto nella durezza di Trump non un campanello d’allarme, ma una prova di forza. Come se quel metodo potesse rimanere confinato all’Ucraina. Come se la logica dell’alleato sacrificabile valesse solo quando l’alleato in questione era qualcun altro.

Oggi la stessa logica rischia di affacciarsi sul dossier israeliano.

Nelle ultime settimane il rapporto tra Washington e Gerusalemme ha attraversato una fase di tensione inedita. Trump ha avviato negoziati diretti con Teheran su un possibile accordo nucleare, senza coordinarsi preventivamente con Israele. Ha spinto per un cessate il fuoco a Gaza in tempi che Netanyahu non controlla.

Ha lasciato intendere che una soluzione regionale più ampia — che includa normalizzazione con l’Arabia Saudita e contenimento dell’Iran — è prioritaria rispetto alle esigenze operative israeliane. Nel frattempo, Trump in persona ha più volte segnalato irritazione per le operazioni militari israeliane che complicano la cornice diplomatica americana. Non è una rottura. Ma è qualcosa di più di una normale frizione tra alleati.

Per questo il”caso Netanyahu” merita oggi di essere letto con attenzione. Non perché Israele sia l’Ucraina, non perché Netanyahu sia Zelensky, non perché i due conflitti siano sovrapponibili. Ma perché il criterio trumpiano sembra essere lo stesso: l’alleato conta finché contribuisce alla rappresentazione del presidente americano come uomo capace di chiudere le guerre, imporre accordi, piegare la realtà alla propria volontà negoziale. Quando invece quell’alleato complica il copione, diventa un problema.

Con Netanyahu i toni sono diversi. Israele ha un peso politico, simbolico e domestico negli Stati Uniti che l’Ucraina non ha, e questo rende molto più costoso uno scontro frontale. Il registro pubblico resta prudente, le formule di amicizia rimangono. Ma la sostanza politica comincia a somigliare a qualcosa di già visto.

Trump vuole poter raccontare la chiusura del dossier iraniano come una propria vittoria. Vuole presentarsi come il presidente che ferma l’escalation, riapre gli spazi negoziali, evita una guerra regionale più ampia e impone a Teheran un accordo sostenibile. È la sua scena naturale: il leader che arriva dove gli altri hanno fallito, il negoziatore assoluto, l’uomo che costringe i nemici al tavolo e gli alleati alla disciplina.

Netanyahu, però, ha un’esigenza diversa. Deve dimostrare che Israele conserva piena libertà d’azione, che nessuna intesa americana con l’Iran può limitare la sicurezza israeliana, che la pressione militare non viene congelata da una cornice diplomatica decisa a Washington. Non può permettersi di apparire come l’esecutore locale della strategia trumpiana.

Trump ha bisogno di chiudere. Netanyahu ha bisogno di tenere aperta la possibilità di colpire.
Trump vuole un finale. Netanyahu vuole margine operativo.
Trump vuole intestarsi la pace. Netanyahu non vuole farsi intestare una tregua percepita come insufficiente (perché allo stato lo è).

Ed è esattamente in questo punto che l’alleato smette di essere una risorsa e comincia a trasformarsi in guastafeste. L’alleanza non viene pensata come un rapporto tra soggetti dotati di interessi propri, ma come una gerarchia narrativa: gli altri leader sono utili finché rafforzano il racconto di Trump, irritanti quando lo costringono a fare i conti con la complessità. La realtà internazionale, però, ha il vizio di non funzionare come un comizio.

Zelensky lo ha sperimentato per primo. Quando ha rifiutato l’idea di una pace costruita sopra la testa dell’Ucraina, è diventato l’uomo che impediva l’accordo. Ora Netanyahu rischia di ritrovarsi in una posizione politicamente analoga: non più soltanto l’alleato indispensabile nella pressione sull’Iran, ma il leader che può far saltare la coreografia diplomatica americana.

Netanyahu conosce benissimo il gioco. Sa di non potersi permettere una rottura con Trump, ma sa anche di non potersi presentare agli israeliani come un premier commissariato da Washington. Per questo si muove su una linea strettissima: difendere il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, non delegittimare apertamente l’iniziativa americana, ma al tempo stesso ribadire che Israele non rinuncia alla propria autonomia strategica.

È un equilibrio difficile. Anche perché Trump non ama le insubordinazioni conclamate.

Chi ieri di fronte alla ruvida impazienza di Trump verso Zelensky si girava dall’altra parte, dovrebbe chiedersi che cosa accade quando quella stessa impazienza viene applicata a Israele. Perché il problema non era Zelensky. Il problema era il metodo. Era l’idea che ogni alleato debba piegarsi al bisogno narrativo del presidente americano. Quando il cinismo viene applicato agli altri, può sembrare realismo. Quando ci riguarda, il realismo torna a essere cinismo.

Trump probabilmente non romperà con Netanyahu, non nelle forme plateali viste con Zelensky. Il rapporto con Israele resta troppo radicato nella politica americana. Ma Netanyahu sta entrando in una zona più ambigua: quella dell’alleato ancora indispensabile, ma non più completamente funzionale al racconto del presidente. Nel trumpismo questa è una posizione pericolosa.

Nel trumpismo esistono solo alleati utili, alleati disciplinati. Alleati che, prima o poi, vengono invitati a non disturbare l’unico protagonista sulla scena.


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