Italia: politica, istituzioni e società
Condizionare il bipolarismo può non bastare: il nodo irrisolto del nuovo centro
Continua"Pensieri al Centro", il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall'articolo di Alessandro Chelo. Il nuovo centro europeista prova a nascere in un sistema politico costruito per schiacciare ogni terza via. Tra ambizioni riformiste, legge elettorale, astensionismo e l'indisponibilità di Mario Draghi, la domanda



Continua”Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.
Il nuovo centro europeista prova a nascere in un sistema politico costruito per schiacciare ogni terza via. Tra ambizioni riformiste, legge elettorale, astensionismo e l’indisponibilità di Mario Draghi, la domanda resta una: può essere indispensabile senza essere abbastanza forte da influire su un’agenda di governo?
E pluribus unum. Più volte il detto latino è stato evocato da Luigi Marattin nel corso del suo intervento al Teatro Parenti di Milano, in occasione dell’affollata convention mirante alla fondazione di un centro europeista e a porre un freno ai due poli condizionati dalle estreme.
Con molta onestà, Marattin ha rammentato i fallimenti dei precedenti tentativi di creare un terzo polo e la sostanziale irrilevanza degli attuali gruppi separati che dovrebbero confluire nell’iniziativa.
Il centro laico, liberal-democratico e riformista viene sempre accreditato di una potenzialità elettorale intorno al 10%, anche se non l’ha mai raggiunta, pur sommando le varie componenti, fin dai tempi del PLI confindustriale di Malagodi e del PRI di La Malfa, orfano del Partito d’Azione, che, nel suo piccolo, aveva subito le scissioni di Ferruccio Parri prima e Randolfo Pacciardi poi.
Pur riconoscendo la solidità ideale e politica di quest’area, bisogna ammettere senza infingimenti che il suo bacino elettorale non è popolare, ma appartiene prevalentemente alla borghesia professionale e produttiva, culturalmente aperta e orientata alle riforme.
Questa connotazione sociologica ne limita strutturalmente il consenso e ne spiega la persistente dimensione minoritaria.
Mai però come oggi sarebbe fondamentale la presenza di un gruppo centrale riformista, europeista e atlantista, senza se e senza ma.
La novità è rappresentata dal fatto che a oltre un anno dalle elezioni il tema sia lievitato sui media, un po’ perché anche il “campo largo” si va convincendo che senza una sponda centrista le possibilità di vittoria si ridurrebbero fino ad azzerarsi, un po’ perché l’idea di Calenda di correre da soli sembra aver preso quota, tanto da attirare nuovi adepti.
L’idea di fondo è aggregare una quota significativa di elettorato moderato per sottrarre alle ali estreme il potere di condizionare qualsiasi futura maggioranza di governo.
Questo disegno ha però come corollario il sostanziale pareggio delle due coalizioni e la necessità di trovare in Parlamento la maggioranza per governare. Infatti, in caso di vittoria dell’una o dell’altra, con l’aiuto del premio di maggioranza, un partito di centro vedrebbe decadere la propria funzione equilibratrice, salvo forse incidere nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Molto dipenderà da quale legge elettorale scaturirà dal progetto attualmente in discussione in sede parlamentare, soprattutto se vi sarà la ventilata reintroduzione di una rilevante quota proporzionale, l’abolizione dei collegi uninominali, la reintroduzione delle preferenze, la soglia minima per l’accesso e l’entità del premio di maggioranza.
Mario Draghi avrebbe il carisma e il seguito elettorale per essere al vertice di una siffatta iniziativa e riportare al voto una quota dell’endemica astensione.
Ma, per mille motivi, nessuno ne parla, forse perché l’interessato è il primo a escludere una tale ipotesi.
Se però qualcosa di concreto prenderà corpo, non è detto che vi siano in futuro nuove adesioni, in particolare di riformisti del PD, stremati dalla piega presa dal partito, dall’intervista di Bettini sul Corriere e quasi certi di non avere un posto in lista nel 2027.
Si sussurra con una certa insistenza di una riflessione molto sofferta dell’ex sindaco di Bergamo, oggi eurodeputato, Giorgio Gori, personalità di peso e di consenso elettorale non inferiore a quello di Pina Picierno, anch’essa presente al Teatro Parenti dopo il recente addio al PD.
Tutto dovrebbe essere chiaro in autunno; è sperabile che questa volta personalismi e incomprensioni non frustrino per l’ennesima volta il tentativo.
Per il bene del Paese sarebbe auspicabile che il progetto riuscisse, anche se gli articoli sull’argomento pubblicati qui su InOltre chiariscono in modo più approfondito i dubbi che ho adombrato all’inizio.
È chiaro che alcuni degli aderenti al progetto non sarebbero disposti a fare la stampella della destra con dentro Salvini e, Dio ci guardi, Vannacci; altri non accetterebbero il campo largo; altri ancora si dichiarano indisponibili a entrambe le ipotesi, come ad esempio Calenda, che lo va ripetendo in tutte le occasioni.
Ma l’inerzia prodotta dal referendum di Mariotto Segni, dalla discesa in campo di Berlusconi e dalle successive leggi elettorali ha spinto per oltre trent’anni il sistema politico italiano dentro una logica bipolare. Destra contro sinistra, coalizione contro coalizione, voto utile contro testimonianza. In questo schema, l’idea di un centro autonomo, capace di fare da arbitro tra i due schieramenti, appare insieme necessaria e velleitaria: necessaria perché i poli sono sempre più condizionati dalle rispettive estreme; velleitaria perché tutto l’impianto politico, mediatico ed elettorale continua a chiedere agli elettori di scegliere da che parte stare prima ancora di sapere quale programma sostenere.
Non a caso Renzi, che è un politico sagace, ha già fatto una scelta di campo, pronto magari a modificarla a urne chiuse se i rapporti di forza lo consentiranno. È la logica del sistema: chi vuole contare cerca protezione dentro una coalizione; chi vuole restare autonomo rischia di essere percepito come irrilevante, o peggio come un lusso per elettori sofisticati.
Eppure resta, piaccia o meno, un fatto storico difficilmente contestabile: l’Italia di oggi è in larga misura il prodotto delle scelte compiute nel ventennio 1948-1968, quando il centro guidato dalla DC e dai suoi alleati determinò le grandi direttrici dello sviluppo nazionale. Furono quegli anni, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, a collocare stabilmente l’Italia nell’Occidente, a consolidarne la crescita economica e a costruire le condizioni che ancora oggi ci consentono di sedere al G7, pur essendo partiti dalle macerie della guerra e dal discorso di De Gasperi alla Conferenza di pace.
Ma il paragone con la DC va maneggiato con cautela. La Democrazia cristiana era sì un partito di centro, ma soprattutto era il partito di maggioranza relativa. Non chiedeva ospitalità al sistema: lo governava. Poteva scegliere gli alleati, dettare l’agenda, assorbire spinte diverse e trasformare la propria centralità in potere reale. Occupare oggi quello stesso spazio da una posizione minoritaria è tutt’altra impresa.
È qui che si concentra il nodo irrisolto del nuovo centro: può diventare indispensabile solo se il sistema resta bloccato, ma non è detto che, da solo, sia abbastanza forte da imporre una direzione. Rischia così di essere decisivo nei numeri senza esserlo nella politica; utile a formare maggioranze, ma troppo debole per orientarle davvero.
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