Società, cultura, storia e idee
Il cortocircuito dell’odio: Khalaili, la geopolitica da stadio e il fallimento del pensiero
Il mancato trasferimento di Anan Khalaili all’Inter scatena l’ennesimo cortocircuito tra odio sportivo e fanatismo politico. Un calciatore arabo-musulmano nato in Israele diventa il bersaglio di una geopolitica da stadio incapace di comprendere identità, contraddizioni e vicende umane. Come avevamo tristemente previsto su queste pagine, il


Il mancato trasferimento di Anan Khalaili all’Inter scatena l’ennesimo cortocircuito tra odio sportivo e fanatismo politico. Un calciatore arabo-musulmano nato in Israele diventa il bersaglio di una geopolitica da stadio incapace di comprendere identità, contraddizioni e vicende umane.
Come avevamo tristemente previsto su queste pagine, il rumore di fondo è diventato un boato. Quando abbiamo analizzato il possibile approdo di Anan Khalaili all’Inter, avevamo messo in conto che l’operazione si sarebbe trascinata dietro un inevitabile corollario di indignazione a buon mercato.
Era fin troppo facile immaginare che il tribunale dei social network avrebbe apparecchiato la sua sentenza preventiva. E così è stato, puntualmente confermato in queste ore dai tanti, troppi messaggi di odio e dalle reazioni nauseate di chi cerca disperatamente di arginare questa deriva sui social.
Il cortocircuito si fa però ancora più grottesco e spietato se si guarda all’epilogo della vicenda: Khalaili non sarà un giocatore dell’Inter. Il trasferimento è infatti saltato definitivamente perché il ragazzo non ha ottenuto l’idoneità sportiva dopo le visite mediche del Coni.
La novità, se così possiamo chiamarla nell’abisso dell’infosfera, è che di fronte a un ostacolo squisitamente clinico e umano, alla foga ideologica si sono uniti gli stessi tifosi interisti e gli attivisti pro-Pal. Non si tratta più soltanto del generico attivismo da tastiera: si leggono commenti di chi, trincerandosi dietro una sciarpa nerazzurra o uno slogan, ha prima augurato a un ragazzo di rompersi, e ora può sadicamente gioire per il suo mancato approdo in Italia.
L’odio sportivo che si fonde con l’odio politico in un abbraccio macabro.
Ma il dettaglio che rende questa vicenda un capolavoro di dissonanza cognitiva è l’identità stessa del bersaglio. Come avevamo già sottolineato, Khalaili è un arabo-musulmano nato in Israele. Per i puristi della morale da tastiera, tuttavia, il fatto che sia arabo non conta nulla. Non va bene che sia israeliano.
Per la logica distorta di chi emette sentenze, il suo passaporto lo rende colpevole per osmosi, macchiandolo in modo indelebile delle colpe attribuite allo Stato di Israele. Per la galassia pro-Pal, infatti, il problema inaccettabile di Khalaili è che la sua figura smonta, pezzo dopo pezzo, l’intera impalcatura retorica costruita contro gli ebrei.
Di fronte a questa clamorosa smentita della realtà, per pura reazione, il fanatismo ideologico non può che ripiegare sull’accusa di collaborazionismo: un traditore reo di aver scelto di giocare a calcio rappresentando una convivenza che la narrazione polarizzata rifiuta di ammettere.
La festa per il suo mancato tesseramento diventa così la sintesi perfetta di questa follia: per il tribunale virtuale un israeliano in meno in Serie A è sempre una vittoria, a prescindere dal fatto che a farne le spese sia un ragazzo musulmano a cui è stata appena diagnosticata un’inidoneità fisica.
È il trionfo di una presunta competenza politica e geopolitica che il mondo del pallone pretende di maneggiare con gli stessi strumenti concettuali della partitella di quartiere. Si applicano le dinamiche di un tifo senza senso e senza regole alla complessità irrisolvibile del Medio Oriente.
Il dramma di un conflitto secolare viene così processato con la stessa logica di un fallo da rigore non concesso, azzerando le contraddizioni, le identità ibride e la storia personale di chi sta in campo.
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