Media, informazione e tecnologia

Se anche l’intelligenza artificiale nutre il giornalismo apocalittico

Dai data center ai pannelli fotovoltaici, ogni innovazione tecnologica finisce nel mirino del catastrofismo mediatico. Tra allarmi ambientali, eco-ansia e ricerca spasmodica di clic, la complessità della transizione energetica viene sacrificata alla più redditizia narrazione dell’apocalisse. Nel grande teatro dell’informazione contemporanea, ogni innovazione tecnologica deve inevitabilmente

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco31/07/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura745 parole

Dai data center ai pannelli fotovoltaici, ogni innovazione tecnologica finisce nel mirino del catastrofismo mediatico. Tra allarmi ambientali, eco-ansia e ricerca spasmodica di clic, la complessità della transizione energetica viene sacrificata alla più redditizia narrazione dell’apocalisse.


Nel grande teatro dell’informazione contemporanea, ogni innovazione tecnologica deve inevitabilmente essere accompagnata dal suo personale scenario apocalittico. Ora che l’Intelligenza Artificiale è permeata nella nostra quotidianità, il tribunale mediatico aveva un disperato bisogno di un nuovo nemico fisico su cui riversare la propria indignazione. E lo ha trovato puntualmente: i data center.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo del Fatto Quotidiano che lanciava l’allarme sull’impatto ecologico dell’Intelligenza Artificiale. Poteva sembrare un’iperbole isolata, ma è bastato allargare lo sguardo per constatare come questa narrazione fosse, in realtà, già diffusa a macchia d’olio sui principali quotidiani e su tutti i media nazionali.

Con i toni del puro terrorismo psicologico, la stampa racconta del presunto disastro ambientale che genererebbero queste installazioni. Si legge di disboscamenti selvaggi, di fiumi prosciugati e laghi svuotati. Un’apocalisse, letteralmente. La narrazione dipinge queste infrastrutture come mostri mitologici che divorano la natura, restituendo al pubblico la rassicurante e collaudata sensazione dell’eco-ansia a buon mercato.

Eppure, basterebbe sfiorare la superficie della realtà per smontare questa grande bufala. Che cos’è, fisicamente, un data center? È un enorme capannone pieno di server. Con buona pace dei catastrofisti, queste infrastrutture non generano nessuna emissione nociva nell’atmosfera e non producono alcuno scarto chimico o biologico. Non ci sono ciminiere nere che oscurano il cielo, né liquami industriali sversati nei campi.

Il loro unico, vero “peccato” originale è che, inevitabilmente, consumano energia. Ma è proprio qui che l’ironia della narrazione si fa totale: per molti di questi poli tecnologici, il consumo è ormai inserito in modelli di economia circolare ed è alimentato interamente da fonti rinnovabili.

I giganti del web sono, paradossalmente, i più grandi acquirenti e sviluppatori di energia pulita al mondo, utilizzando sistemi a ciclo chiuso, dove persino il calore generato dalle macchine viene talvolta recuperato per riscaldare interi quartieri urbani.

La stessa sorte grottesca tocca, del resto, a un’innovazione un po’ più vecchiotta, ma che lo zelante ambientalista fondamentalista avversa con lo stesso furore: i pannelli fotovoltaici. La moderna visione “conservatrice” a difesa del territorio sostiene, infatti, che i pannelli sottraggano terreno coltivabile all’agricoltura.

Peccato che questo antico ecomostro smentisca quotidianamente queste favolistiche iperboli. Al bioecologico del “NOTutto”, che avversa l’innovazione tout court, non bastano la scienza e le ricerche universitarie. Forse non basterà nemmeno il miracolo occasionale generato dalle grandi installazioni nel deserto del Qinghai, in Cina, dove, grazie all’ombra del più grande impianto solare del mondo, è cresciuta l’erba in mezzo alla sabbia, offrendo pascolo a ventimila pecore.

Ma raccontare la transizione energetica, l’efficienza dei sistemi di raffreddamento a circuito chiuso o la rinascita di un ecosistema sotto un pannello solare non genera i tanto agognati clic. Il panico, invece, vende sempre.

Di fronte a un’infrastruttura silenziosa che si alimenta a energia solare o a pecore che pascolano all’ombra dell’alta tecnologia, la spettacolarizzazione dell’informazione sceglie deliberatamente di evocare foreste rase al suolo.

Il cortocircuito logico ci riporta alla solita dinamica del nostro ecosistema: quando la realtà si dimostra troppo banale per fare notizia, fino a che punto la fabbrica dell’informazione è disposta a spingersi pur di garantirci la nostra rassicurante dose quotidiana di indignazione?

Fonti

Data center, l’impatto ambientale dell’Intelligenza artificiale: le notizie, Il Fatto Quotidiano, 2026.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/08/data-center-impatto-ambientale-intelligenza-artificiale-notizie/8405730/

Grazie al più grande impianto solare del mondo è cresciuta l’erba nel deserto tibetano (e ci pascolano 20 mila pecore), Corriere della Sera, 2026.
https://www.corriere.it/tecnologia/26_giugno_18/grazie-al-piu-grande-impianto-solare-del-mondo-e-cresciuta-l-erba-nel-deserto-tibetano-e-ci-pascolano-20-mila-pecore-e8a80322-9383-4233-bb69-498f169efxlk.shtml


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