Antisemitismo

Boy George e il prezzo di infrangere il dogma su Gaza

La rimozione della canzone di Boy George dedicata alle vittime del Nova Festival racconta un Occidente nel quale ricordare il 7 ottobre e negare che a Gaza sia avvenuto un genocidio è ormai sufficiente per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità. Non serve più una censura

Filippo PipernoFilippo Piperno05/08/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.230 parole
Anteprima

La rimozione della canzone di Boy George dedicata alle vittime del Nova Festival racconta un Occidente nel quale ricordare il 7 ottobre e negare che a Gaza sia avvenuto un genocidio è ormai sufficiente per essere espulsi dal perimetro della rispettabilità. Non serve più una censura esplicita: bastano il conformismo dell’ambiente culturale e il prezzo imposto a chi infrange il dogma.


Sulle nostre pagine, Sergio Caldarella ha descritto il gazaismo come una fabbrica della menzogna fondata su tre cardini: la sovversione dei fatti, la perversione della storia, il sovvertimento della realtà. Una diagnosi troppo severa?

Prima di rispondere raccontiamo un fatto accaduto in questi ultimi giorni. Il cantante Boy George, alla fine di luglio, pubblica una canzone intitolata “We Will Dance Again”, torneremo a ballare: le parole che i sopravvissuti del festival Nova hanno scelto come promessa dopo il 7 ottobre. Il brano ricorda le ragazze uccise “per il crimine di aver ballato”, contesta la rimozione del massacro e prende apertamente posizione in difesa di Israele. Soprattutto, respinge l’accusa intorno alla quale si è ormai cristallizzato il discorso occidentale sulla guerra di Gaza: “You say genocide, I say war”. Voi dite genocidio, io dico guerra.

Non un’incitazione alla violenza, non un’espressione di disprezzo per le vittime palestinesi, ma il rifiuto di riconoscere come indiscutibile il fatto che a Gaza è avvenuto un genocidio. Una bestemmia per una parte rilevante dell’ambiente culturale occidentale.

Il tritacarne si mette immediatamente in moto. Il responsabile dell’etichetta di Boy George si rifiuta di distribuire il brano. Il manager dell’artista decide che non interpreterà più Erode in Jesus Christ Superstar al London Palladium, per evitare che la controversia travolga la produzione. Infine Bandcamp, la piattaforma sulla quale la canzone era acquistabile, rimuove il brano e cancella il profilo. Chi l’aveva comprata si ritrova con un link morto. Boy George, in un video, si limita a sperare che almeno vengano rimborsati.

Ogni singolo passaggio, preso da solo, ha la sua giustificazione formale. Bandcamp, per esempio, vieta la musica generata interamente o in parte sostanziale con l’intelligenza artificiale, e Boy George ha candidamente ammesso di averla utilizzata. Non c’è ragione di dubitare che la regola esista né che possa essere applicata al brano. La canzone, peraltro, è successivamente ricomparsa sulla piattaforma attraverso un altro profilo.

Resta però la sequenza. Nell’oceano di produzione musicale che le piattaforme ospitano ogni giorno, l’applicazione della regola è arrivata proprio mentre intorno alla canzone si sviluppava una violenta campagna politica. Le regole si applicano a tutti, ma non sempre a tutti con la stessa solerzia. E la solerzia, in certi casi, è essa stessa un messaggio.

È qui che il quadro descritto da Caldarella smette di essere un’analisi e diventa una cronaca. Perché quello che questa vicenda dimostra non è soltanto che esista una tirannia della propaganda propal: questo lo sapevamo. Dimostra qualcosa di più amaro: che quella propaganda, in Occidente, ha conquistato il potere di stabilire i confini del dicibile.

Lo ha conquistato quando non ha più bisogno di censurare direttamente, perché l’ambiente censura da sé. Quando un responsabile discografico, un manager e una piattaforma compiono ciascuno la propria scelta formalmente autonoma, e la somma di quelle scelte produce un risultato perfettamente riconoscibile. Nessuno ha emanato un divieto. Nessuno ha imposto il silenzio. È bastato rendere evidente quale prezzo comporti infrangere il dogma.

E si badi a quale dogma. Boy George non ha negato la sofferenza dei civili palestinesi e non ha invocato la loro distruzione. Ha negato che la guerra di Gaza possa essere definita con certezza un genocidio e ha ricordato che quella guerra è cominciata con il massacro del 7 ottobre. La reazione dimostra che la parola “genocidio” non viene più utilizzata soltanto per descrivere o accusare. È diventata una prova di fedeltà: chi la pronuncia appartiene alla “comunità dei giusti”, chi la contesta si colloca fuori dal perimetro della rispettabilità.

Questo è forse il risultato più riuscito della fabbrica della menzogna. Non avere dimostrato che a Gaza sia avvenuto un genocidio, ma avere reso moralmente inammissibile dubitarne. Una menzogna talmente evidente da non meritare nemmeno di essere discussa è stata trasformata in verità rivelata. E chi non lo recita viene trattato non come un interlocutore da confutare, ma come un colpevole da isolare.

Beninteso, è solo un altro capitolo della bimillenaria storia dell’antisemitismo occidentale. Per secoli gli ebrei sono stati accusati di deicidio, di uccidere bambini cristiani per usarne il sangue nei riti religiosi, di avvelenare i pozzi e diffondere la peste. In epoca moderna sono diventati, a seconda delle necessità, i burattinai della finanza mondiale e gli artefici della rivoluzione bolscevica, i capitalisti che dominavano i governi e i sovversivi che volevano abbatterli. I Protocolli dei Savi di Sion, un falso conclamato, hanno alimentato per generazioni la leggenda di una cospirazione ebraica per conquistare il mondo. Accuse incompatibili tra loro, ma accomunate dallo stesso privilegio: non avevano bisogno di essere dimostrate, perché metterle in dubbio era già considerato una prova di complicità. Oggi lo schema si ripresenta nella pretesa che l’accusa di genocidio rivolta allo Stato ebraico debba essere accettata non come una tesi da dimostrare, ma come una verità morale alla quale prestare obbedienza.

La versione contemporanea dell’antica accusa antisemita possiede però una crudeltà supplementare: non si limita a condannare Israele, ma rende sospetto persino il ricordo degli ebrei assassinati il 7 ottobre. Ricordare le ragazze uccise al festival Nova non è più un gesto universalmente umano, perché rischia di incrinare la rappresentazione nella quale esistono soltanto un carnefice assoluto e una vittima assoluta. Quelle morti possono essere menzionate, purché restino una nota a margine e non interferiscano con il verdetto già pronunciato.

Se diventano un argomento, una domanda o anche soltanto una complicazione, devono essere rapidamente ricacciate sullo sfondo.

Possiamo quindi riconoscere che i tre cardini di Caldarella hanno funzionato. I fatti del 7 ottobre sono stati sovvertiti nella colpa dell’aggredito, la storia è stata pervertita fino a rendere sospetto chi la ricorda, la realtà è stata rovesciata al punto che il gesto anomalo, quello che richiede coraggio, è oggi cantare per le vittime e negare che la risposta al massacro possa essere racchiusa senza appello nella parola “genocidio”.

Boy George ha detto che registrerà nuovamente il brano con la propria voce e troverà il modo di farlo uscire. Probabilmente ci riuscirà: le canzoni circolano, prima o poi. Ma il rimborso che davvero servirebbe non è quello degli acquirenti delusi. È quello di un Occidente che si è fatto sottrarre, un passaggio prudente alla volta, non soltanto la capacità di piangere tutti i morti, ma anche quella di discutere le parole con cui giudica la storia.

E questo nessuna piattaforma lo restituisce.


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