Guerra ibrida e disinformazione
Soldi cinesi, reti di Hamas e bot iraniani: la saldatura tra propaganda propal e guerra ibrida
Sotto la bandiera palestinese, finanziamenti opachi, organizzazioni-schermo e campagne digitali collegano movimenti occidentali, reti vicine a Hamas e apparati di Cina, Iran e Russia. Interessi diversi convergono nella delegittimazione dell’Occidente. Non una regia unica, ma una guerra ibrida fondata sull’amplificazione di fratture, parole d’ordine e mobilitazioni



Sotto la bandiera palestinese, finanziamenti opachi, organizzazioni-schermo e campagne digitali collegano movimenti occidentali, reti vicine a Hamas e apparati di Cina, Iran e Russia. Interessi diversi convergono nella delegittimazione dell’Occidente. Non una regia unica, ma una guerra ibrida fondata sull’amplificazione di fratture, parole d’ordine e mobilitazioni già esistenti.
Esiste una convergenza, sotto la bandiera della Palestina, tra i nemici interni ed esterni dell’Occidente. È documentata da una serie di inchieste pubblicate nel 2026.
Da una parte ci sono movimenti, intellettuali e organizzazioni che combattono le democrazie liberali per odio ideologico e considerano capitalismo, Stati Uniti, Israele e ordine occidentale parti di un unico sistema da abbattere. Dall’altra ci sono regimi, apparati statali e reti legate a organizzazioni terroristiche che sfruttano quella militanza come strumento di guerra ibrida.
I primi offrono parole d’ordine, piazze e legittimazione culturale; i secondi denaro, strutture di copertura, media controllati e account falsi. La mobilitazione pro-Palestina è diventata il terreno d’incontro fra chi vuole delegittimare l’Occidente dall’interno e chi vuole indebolirlo dall’esterno.
Londra, la pista delle 250 mila sterline
Il 13 agosto il Telegraph ha rivelato che circa 250 mila sterline sarebbero arrivate a una società collegata alle attività britanniche di Code Pink attraverso imprese riconducibili alla rete di Neville Roy Singham. L’imprenditore americano, trasferitosi a Shanghai, è accusato dai repubblicani del Congresso di finanziare associazioni e media allineati alla propaganda cinese.
Code Pink, gruppo femminista e pacifista, nel Regno Unito ha promosso proteste davanti alle basi della Royal Air Force e diffuso la tesi secondo cui la politica di Londra sarebbe controllata dal sionismo.
La guerra ibrida non funziona con ordini timbrati dal Comitato centrale, ma attraverso intermediari, affinità ideologiche e finanziamenti indiretti. Il circuito vicino a Pechino non deve inventare il messaggio: finanzia capacità organizzativa e amplifica un odio già disponibile sul mercato politico occidentale.
La rete Singham sotto subpoena
A luglio la commissione Ways and Means della Camera ha emesso subpoena (la subpoena è un ordine giuridicamente vincolante che impone di consegnare documenti o testimoniare, n.d.r.) nei confronti di BreakThrough News, del Tricontinental Institute for Social Research e di The People’s Forum. Ha chiesto contratti, elenchi di finanziatori stranieri e comunicazioni con Singham. L’accusa è che decine di milioni di dollari abbiano raggiunto la rete attraverso società-schermo e fondi amministrati da terzi.
The People’s Forum è stato uno dei centri logistici delle proteste americane contro la guerra di Gaza. BreakThrough News offre la copertura mediatica; il Tricontinental Institute l’impalcatura intellettuale. I responsabili parlano di maccartismo e attacco alla libertà di parola. Ma una subpoena non impedisce di parlare: impone di mostrare i conti.
Il denaro proviene da un miliardario residente in Cina; le strutture finanziate operano nelle democrazie occidentali e usano il linguaggio dell’estrema sinistra. Risorse esterne e manovalanza ideologica interna.
La rete politica di Hamas
Nel rapporto annuale pubblicato nel 2026, l’AIVD, il servizio d’intelligence olandese, afferma che una decina di persone presenti nel Paese è collegabile a una rete politica europea di Hamas. La funzione individuata è propaganda, lobbying e raccolta di fondi. Nel 2025 la rete avrebbe partecipato anche a organizzazioni più ampie impegnate nelle proteste pro-Palestina e anti-Israele.
È il meccanismo delle scatole cinesi. Il nucleo ideologico entra in una coalizione più vasta e si mescola ad associazioni rispettabili. Hamas scompare dal manifesto, ma la sua propaganda continua a circolare. La maggioranza inconsapevole diventa lo scudo della minoranza organizzata.
Flottiglie e organizzazioni-schermo
Il 19 maggio il Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato quattro organizzatori collegati a una flottiglia diretta a Gaza. Tra loro figurano esponenti con base in Spagna, Belgio e Giordania legati al Popular Conference for Palestinians Abroad e a Samidoun.
Secondo l’Office of Foreign Assets Control, il primo organismo sarebbe stato creato con fondi dell’ufficio per le relazioni internazionali di Hamas; Samidoun opererebbe come piattaforma di propaganda e raccolta fondi per il Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
La flottiglia è la cornice perfetta: immagini emotive, retorica umanitaria e celebrità a bordo. Una struttura legata a un’organizzazione armata può così presentarsi come voce della diaspora o piattaforma per Gaza.
La fabbrica digitale iraniana
Dopo l’inizio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele del 28 febbraio, ricercatori della Clemson University hanno seguito reti di account attribuite a Teheran che fino al giorno precedente fingevano di occuparsi di politica britannica, irlandese o americana. Nel giro di poche ore quei profili si sono riconvertiti alla propaganda di guerra.
Il Guardian ha descritto immagini generate con l’intelligenza artificiale, falsi video di successi militari e messaggi rivolti contemporaneamente alla sinistra anti-israeliana e alla destra isolazionista americana. Alla prima viene offerta la lotta anticoloniale; alla seconda il rifiuto delle guerre straniere. Le parole cambiano, l’obiettivo è identico: dividere le società occidentali.
La stessa strategia passa attraverso HispanTV, il canale in lingua spagnola dell’emittente statale iraniana IRIB. Un rapporto dell’Anti-Defamation League lo accusa di diffondere verso il pubblico latinoamericano teorie antisemite e contenuti favorevoli a Hezbollah e Hamas.
I social network cancellano la distinzione tra propaganda straniera e discussione interna. Un contenuto prodotto da un apparato iraniano viene condiviso da un attivista, ripreso da un influencer e citato da un politico. Alla fine l’origine scompare e il messaggio acquista l’apparenza di un’opinione spontanea.
Un’internazionale senza tessera
A giugno Axios ha rivelato un rapporto del Dipartimento di Stato americano che accusa Iran, Russia e Cina di utilizzare propaganda antisemita, minacce e provocazioni per polarizzare le società occidentali.
I tre regimi lavorano per convergenza d’interessi. L’Iran deve legittimare la guerra contro Israele e proteggere Hamas e Hezbollah. La Cina vuole screditare gli Stati Uniti e frammentare l’Occidente. La Russia sfrutta ogni conflitto capace di dividere Europa e America. Dentro l’Occidente esiste già l’infrastruttura politica e culturale pronta a rilanciarne i messaggi.
Il palestinese reale finisce sullo sfondo. Al centro resta la funzione politica che gli è stata assegnata: accusare Israele, delegittimare gli Stati Uniti e trasformare le democrazie occidentali nell’imputato di ogni conflitto. La propaganda più efficace non crea una causa dal nulla: colonizza una causa reale e vi innesta denaro opaco, organizzazioni-schermo e contenuti manipolati.
Il risultato è una mobilitazione che offre agli avversari dell’Occidente strutture e legittimazione. Quelli interni vogliono demolirlo; quelli esterni indebolirlo. Sotto la bandiera della Palestina hanno trovato il modo di lavorare insieme.
Il quadro non è quello di una centrale unica della propaganda, ma di un sistema fondato sulla convergenza. Le potenze ostili non devono creare movimenti nelle società occidentali: individuano le fratture esistenti, le finanziano e ne amplificano i messaggi.
Le organizzazioni interne completano il lavoro, traducendo interessi stranieri e parole d’ordine di Hamas o Teheran nel linguaggio dei diritti e dell’anticolonialismo. La causa palestinese funziona da raccordo tra questi due mondi: garantisce una forte mobilitazione emotiva e rende politicamente costoso indagare su finanziamenti e collegamenti.
È questa divisione del lavoro a definire la guerra ibrida: non il controllo diretto di ogni corteo, ma la capacità di orientare reti autonome verso obiettivi compatibili. La risposta richiede trasparenza sui flussi finanziari, ricostruzione dei rapporti organizzativi e attribuzione delle campagne digitali.
Altrimenti l’Occidente continuerà a trattare come semplice conflitto politico interno ciò che nasce dalla convergenza fra un’ostilità ideologica autentica e potenze straniere interessate a sostenerla, orientarla e amplificarla.
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