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Cecoslovacchia, agosto 1968: cronaca di un’invasione illegale

Nell’agosto 1968 l’invasione della Cecoslovacchia fu preparata da lettere clandestine, provocazioni del KGB e complicità interne, usate da Mosca per costruire l’immagine di una controrivoluzione inesistente. Mentre il regime cercava una copertura politica, la radio, le fabbriche e le strade opposero una resistenza civile destinata a

Raffaele MagaldiRaffaele Magaldi21/08/2026Aggiornato 08/09/20268 min lettura1.678 parole

Nell’agosto 1968 l’invasione della Cecoslovacchia fu preparata da lettere clandestine, provocazioni del KGB e complicità interne, usate da Mosca per costruire l’immagine di una controrivoluzione inesistente. Mentre il regime cercava una copertura politica, la radio, le fabbriche e le strade opposero una resistenza civile destinata a sopravvivere ai suoi artefici.


Bratislava, 3 agosto 1968. Si è appena chiuso l’incontro dei dirigenti di sei partiti comunisti, l’ultimo tentativo di ricucire lo strappo fra Mosca e la dirigenza riformatrice di Alexander Dubcek. In un bagno pubblico della città, alla presenza di un ufficiale del KGB, Vasil Bilak, primo segretario della sezione slovacca del Partito comunista, consegna un foglio dattiloscritto a Petro Shelest, primo segretario dei comunisti ucraini, inviato dal Cremlino per tenere i contatti con quelle che Mosca chiama «le forze sane del partito cecoslovacco».

Il foglio è scritto in russo, non è datato e reca cinque firme; è una richiesta di aiuto contro una controrivoluzione che in Cecoslovacchia nessuno ha visto.

Diciotto giorni dopo, nella notte fra il 20 e il 21 agosto, le truppe di cinque Paesi del Patto di Varsavia entrano in Cecoslovacchia. Quel foglio passerà alla storia come zvaci dopis, la lettera d’invito. Resterà negli archivi sovietici per quasi un quarto di secolo.

Tre lettere per Breznev

I documenti che raggiungono Mosca in quell’estate sono almeno tre. Il primo nasce nello stabilimento «Praga» di Vysocany. Fra il 15 e il 17 luglio sessanta dipendenti, in prevalenza funzionari delle organizzazioni aziendali di partito e comandanti delle Milizie popolari, preparano un testo per la dirigenza sovietica; le firme dei familiari portano il totale a novantanove.

Il documento arriva all’ambasciata sovietica e il 30 luglio esce sulla Pravda di Mosca come voce autentica della classe operaia cecoslovacca, mentre a Cierna nad Tisou i gruppi dirigenti dei due Paesi stanno negoziando faccia a faccia. Novantanove firme suonano meglio di sessanta, e nessuno a Mosca ha interesse a spiegare da dove vengano le altre trentanove.

Il secondo documento lo scrive Antonin Kapek proprio durante i colloqui di Cierna nad Tisou. È una lettera personale in ceco, consegnata direttamente a Leonid Breznev. La sua esistenza rimarrà ignorata fino al 1992.

Il terzo documento è lo zvaci dopis dei cinque: Alois Indra, segretario del Comitato centrale; Kapek, candidato al Presidium; e tre membri del Presidium stesso, ovvero Kolder, Oldrich Svestka e Bilak. Auspicando che il testo resti coperto dalla massima segretezza, i cinque chiedono sostegno «con tutti i mezzi a vostra disposizione»: una formulazione abbastanza ampia da comprendere l’intervento militare senza nominarlo.

Il 18 agosto, a Mosca, i rappresentanti dei cinque Paesi che parteciperanno all’operazione si riuniscono, e Breznev presenta il materiale proveniente dalle «forze sane cecoslovacche», forse un ulteriore testo redatto due giorni prima a Orlik. La decisione politica sull’intervento è comunque già presa.

Non sono le lettere a motivare l’invasione: forniscono semplicemente la copertura che permette di presentare l’intervento militare come risposta a una richiesta venuta dall’interno.

Le armi di Sokolov

Mentre la pressione politica cresce, il KGB si attiva su un secondo fronte: da mesi infiltra nel Paese agenti clandestini, molti dei quali si spacciano per occidentali. Le operazioni «PROGRESS» e «CHODOKI» hanno l’obiettivo di raccogliere informazioni e alimentare l’immagine di una controrivoluzione sostenuta dall’Occidente.

Il 12 luglio, nei pressi dei villaggi di Arnoltov e Mytina, in Boemia occidentale, gli agenti sovietici fanno trovare un deposito clandestino di armi, tra cui una ventina di mitra Thompson, di fabbricazione americana. Secondo la stampa sovietica si tratta della prova concreta di una minaccia armata contro il socialismo.

Quelle armi, però, risalgono alla Seconda guerra mondiale: un’inchiesta ufficiale del Ministero dell’Interno stabilisce che si tratta di una provocazione.

Il rapporto di quell’inchiesta resta però solo un documento interno. È la versione della Pravda a sopravvivere, ed è con quella versione che il 21 agosto vengono istruiti i soldati mandati in Cecoslovacchia: li aspetta una controrivoluzione armata.

La notte della polizia segreta e della radio

Nella notte dell’invasione anche una parte dell’apparato di sicurezza cecoslovacco si muove contro il proprio governo. A capo dell’operazione è Viliam Salgovic, viceministro dell’Interno e responsabile della StB, la polizia segreta, nominato da Dubcek il 1° giugno 1968 anche per rassicurare Mosca sulla lealtà di Praga.

Alle 00.55 del 21 agosto Salgovic ordina ai responsabili regionali della StB di mettere sotto sorveglianza le stazioni radio amatoriali e di permettere la trasmissione delle sole comunicazioni «amiche», che invitano alla calma.

Il piano, però, fallisce. Nel cuore della notte la redazione della radio di Stato cecoslovacca si rifiuta di leggere in onda un comunicato favorevole all’intervento e manda in onda la dichiarazione del Presidium che condanna l’invasione.

Il responsabile delle comunicazioni ordina allora di staccare i trasmettitori; nessuno, però, pensa alla filodiffusione, e attraverso quella le trasmissioni proseguono. Alle quattro e mezza i trasmettitori tornano attivi: i tecnici hanno chiamato Josef Smrkovsky, presidente dell’Assemblea nazionale, che dichiara ingiustificato l’ordine di spegnimento.

Da via Vinohradska parte allora l’appello che passerà alla storia: «Jsme s vami, budte s nami», siamo con voi, state con noi. La radio mette anche in guardia dall’emittente «Vltava», che dalla Germania Est giustifica l’occupazione in un ceco molto approssimativo. Intanto, davanti all’ingresso del palazzo, i praghesi costruiscono una barricata.

Il Paese che non collabora

La barricata di via Vinohradska è un altro problema che i sovietici non avevano previsto. L’invasione doveva accompagnarsi a un ribaltamento interno, con un governo favorevole all’intervento, ma quel governo non nasce.

Il 22 agosto, mentre Dubcek e altri dirigenti sono nelle mani dei sovietici, un congresso straordinario del partito si riunisce clandestinamente nella fabbrica CKD di Vysocany per condannare l’invasione e confermare l’appoggio alle riforme; le deliberazioni saranno poi annullate.

Sulle strade cecoslovacche la resistenza civile disarmata si scontra con le armi da fuoco. Secondo l’Istituto per la Memoria Nazionale slovacco sono almeno 108 i morti per cause legate all’occupazione tra il 21 agosto e il 31 dicembre 1968. La maggior parte cade nei primi due giorni, negli scontri diretti con le colonne in transito; gli altri nei mesi successivi.

A mezzogiorno del 21 agosto Danka Kosanova, di soli quindici anni, Jan Holik e Stanislav Sivak vengono uccisi davanti all’Università Comenius di Bratislava. Un altro studente, Jozef Bonk, muore a Poprad mentre la popolazione cerca di bloccare i mezzi militari con barricate.

A Kosice le truppe di occupazione soffocano le proteste sotto gli spari, uccidendo sette persone. A Zvolen Jozef Levak, autista dei servizi tecnici comunali e padre di quattro figli, si inginocchia davanti alla colonna militare: il mezzo si ferma, il comandante ordina di proseguire e lo travolge.

Trent’anni dopo

Mosca, 15 luglio 1992. Rudolf Pichoja, direttore dell’Archivio di Stato della Federazione Russa, scopre una busta sigillata datata 25 settembre 1968. Al suo interno c’è lo zvaci dopis di Bilak, Indra, Kapek, Kolder e Svestka.

Sulla busta Konstantin Chernenko, custode delle carte del Politburo e futuro segretario generale del PCUS, aveva annotato di suo pugno il divieto di aprirla senza autorizzazione. Pochi giorni dopo il ritrovamento un emissario di Boris Eltsin consegna a Vaclav Havel tutti i documenti, che vengono resi pubblici.

Le perizie stabiliscono l’autenticità delle firme di Indra, Kapek, Svestka e Bilak; per quella di Kolder parlano di altissima probabilità. Bilak però nega che la firma sia sua.

Il procedimento penale aperto nel 1991 non arriva mai a sentenza: nel 2014 la procura slovacca competente archivia il fascicolo, non potendo reperire testimoni né esaminare l’originale, perché quello fornito da Mosca era soltanto una copia.

Nessuno dei cinque viene mai condannato. Kolder muore nel 1972, il giorno prima del quarto anniversario dell’invasione, e Svestka nel 1983. Kapek si toglie la vita il 23 maggio 1990, dopo un primo tentativo fallito il 4 gennaio; Indra muore il 2 agosto dello stesso anno.

E sempre nel 1990, il 6 febbraio, si era già ucciso Salgovic, che sotto quella lettera non aveva firmato ma di quella notte era stato l’esecutore. Dei firmatari resta solo Bilak, che muore nel 2014 a novantasei anni.

Della resistenza di quei giorni resta invece un’immagine, scattata la mattina del 21 agosto in piazza Safarik a Bratislava dal fotoreporter di Smena Ladislav Bielik. Un uomo in camicia a righe si ferma davanti a un carro armato, si apre la camicia sul petto e grida qualcosa ai soldati. Poi se ne va. Non ne parlerà mai con nessuno, nemmeno in famiglia.

La fotografia esce il giorno dopo senza nome e fa il giro del mondo, con diverse attribuzioni e collocazioni erronee, come Praga o la Budapest del 1956.

Il nome emergerà solo dopo il 1989, quando Smena chiede aiuto ai lettori per rintracciare l’uomo in foto e si fa avanti la figlia, Emilia Gogova. Si tratta di Emil Gallo, idraulico di quarantaquattro anni, vedovo con quattro figli. Non era iscritto al partito e non si occupava di politica.

Secondo il racconto della figlia abitava nello stesso edificio di Alexander Dubcek, e nella stessa via viveva Vasil Bilak. Gallo si è tolto la vita nel 1971, senza spiegare a nessuno i motivi del suo gesto.

In quell’agosto del 1968 Salgovic era a capo della polizia segreta e Kapek firmava il documento che forniva a Breznev la scusa per mettere fine all’utopia di Dubcek, mentre Gallo, semplicemente, attraversava una piazza per andare al lavoro. Tutti e tre finiranno per uccidersi.

Di quei tre destini la memoria collettiva ha trattenuto un gesto di pochi secondi, compiuto da un uomo che per oltre vent’anni nessuno ha saputo nominare.


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