Europa e Unione Europea
Anche la diplomazia in pensione si arruola contro Israele
Centodue ex diplomatici francesi e britannici chiedono sanzioni e l’isolamento economico e militare di Israele. Ma la somma delle firme non equivale a una sentenza della competenza: reti organizzate selezionano voci già concordi e trasformano il prestigio delle cancellerie in capitale politico per una campagna che



Centodue ex diplomatici francesi e britannici chiedono sanzioni e l’isolamento economico e militare di Israele. Ma la somma delle firme non equivale a una sentenza della competenza: reti organizzate selezionano voci già concordi e trasformano il prestigio delle cancellerie in capitale politico per una campagna che ha imparato a parlare il linguaggio dell’autorità.
Centodue ex diplomatici francesi e britannici hanno sottoscritto il 22 agosto una lettera congiunta indirizzata a Emmanuel Macron e al premier Andy Burnham.
Chiedono la sospensione degli accordi commerciali con Israele, il blocco della cooperazione militare, il divieto di commercio con gli insediamenti e sanzioni contro le imprese coinvolte nel progetto E1.1
La notizia non è soltanto ciò che chiedono. È chi lo chiede: cinquantadue ex diplomatici francesi e cinquanta britannici, fra i quali due già rappresentanti del Regno Unito alle Nazioni Unite e numerosi ex ambasciatori in Medio Oriente.
Non è un episodio isolato. Ad aprile sessanta ex ambasciatori britannici avevano chiesto misure contro Israele. A maggio una lettera sottoscritta da 448 ex dirigenti e diplomatici europei aveva sollecitato l’Unione europea a intervenire contro gli insediamenti.
I numeri non possono essere sommati, perché alcuni firmatari possono comparire in più appelli. La sequenza rivela però un fenomeno riconoscibile: la diplomazia in pensione è diventata uno dei principali serbatoi di autorevolezza della campagna per l’isolamento d’Israele.
Un ambasciatore in servizio deve distinguere l’analisi dalla preferenza politica. Quando lascia il servizio conserva il prestigio accumulato, ma cambia funzione. Può diventare consulente, commentatore o militante.
Per cui una lettera firmata da cento ex diplomatici non rappresenta il giudizio della diplomazia europea. Rappresenta il giudizio di cento persone che hanno lavorato nella diplomazia e che oggi aderiscono a una precisa iniziativa politica.
Nel Regno Unito uno dei circuiti che aggregano queste voci è il Britain Palestine Project, tra i cui fiduciari figura Vincent Fean, già console generale britannico a Gerusalemme e tra i firmatari dell’appello franco-britannico.
Il progetto organizza conferenze e seminari, pubblica documenti politici e promuove lettere aperte. Non deve convertire nessuno. Gli basta selezionare ex diplomatici, studiosi e funzionari che condividono già la sua posizione, metterli in relazione e offrire loro gli strumenti per intervenire pubblicamente.
Chi concorda entra nel circuito, firma e viene nuovamente coinvolto. Chi considera inefficaci le sanzioni o interpreta diversamente il conflitto rimane fuori.
Dopo alcune lettere, ciò che appare come consenso degli esperti è in realtà il consenso degli esperti selezionati da uno stesso ambiente.
La lettera del 22 agosto non si limita a criticare il governo Netanyahu. Sostiene che Israele non sia più considerato una vera democrazia, parla di «pulizia etnica» e propone un programma di isolamento economico e militare.
È una posizione politica che non acquista alcuna natura tecnica perché a sostenerla sono persone che hanno lavorato nelle ambasciate. Siamo davanti al solito manifesto antisraeliano.
Il problema non è che gli ex ambasciatori o gli ex panettieri prendano posizione. Il problema nasce quando l’accumulazione delle firme viene presentata come una sentenza della competenza: cento diplomatici lo chiedono, dunque la notizia acquisisce autorevolezza:”parla anche la diplomazia”.
Non ha parlato la diplomazia. Ha parlato una parte della diplomazia in pensione, aggregata da organizzazioni capaci di trasformare esperienze individuali in un fronte politico apparentemente unanime.
Questa notizia però conferma che la campagna per isolare Israele non parla più soltanto il linguaggio delle piazze e del boicottaggio militante. Ha imparato a impadronirsi del lessico e del prestigio delle istituzioni: l’advocacy prende il posto della militanza, la diplomazia quello dell’attivismo politico.
Non ha bisogno di nascondere la propria natura. Le basta renderla ambigua. E usare come capitale l’autorevolezza di incarichi presenti o passati per far apparire una campagna politica come il pronunciamento neutrale del diritto, della competenza e delle cancellerie.
- E1 è un’area della Cisgiordania tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim. Il progetto israeliano prevede la costruzione di circa 1.200 abitazioni; secondo i suoi oppositori, interromperebbe la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese. ?
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