Italia: politica, istituzioni e società

Amatrice, 10 anni dopo. “Ora progettare il futuro”. Intervista a Sergio Pirozzi

Dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016, l’allora sindaco Sergio Pirozzi torna sulla notte che distrusse Amatrice e sulle scelte compiute nei mesi successivi. Il dolore, la solidarietà ricevuta, una ricostruzione ancora incompleta e la necessità di immaginare un futuro economico per un territorio

Filippo PipernoFilippo Piperno24/08/2026Aggiornato 08/09/20268 min lettura1.558 parole

Dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016, l’allora sindaco Sergio Pirozzi torna sulla notte che distrusse Amatrice e sulle scelte compiute nei mesi successivi. Il dolore, la solidarietà ricevuta, una ricostruzione ancora incompleta e la necessità di immaginare un futuro economico per un territorio che non può vivere soltanto di cantieri.


Per chi scrive, questa non è un’intervista come le altre. Sono per metà amatriciano e ad Amatrice ho trascorso tutte le estati della mia infanzia: ripercorrere con Sergio Pirozzi la notte del 24 agosto 2016 significa dunque tornare anche dentro una memoria personale. Dieci anni dopo, proviamo a capire che cosa è andato perduto ma soprattutto che cosa può ancora rinascere.

Quando ripensa alla notte del 24 agosto 2016, qual è l’immagine che ancora non riesce a togliersi dalla testa?

Questi sono giorni molto particolari per me. Il lutto è qualcosa di individuale, ma qui abbiamo vissuto un lutto collettivo. Ognuno ha cercato di affrontarlo e superarlo con tempi e modi diversi. Quando si avvicina il 24 agosto divento abbastanza intrattabile, perché si risveglia un dramma del quale, da sindaco, non avrei mai immaginato di diventare protagonista in prima battuta.

Le immagini sono tante. La polvere, prima di tutto. Era una notte di luna piena e la corrente era saltata. La prima luce, oltre a quella della luna, fu il grande faro di un mezzo dei vigili del fuoco arrivato dalla stazione di Posta. Illuminava il centro. Si sentivano le urla e si vedevano persone affacciate alle finestre di case quasi completamente distrutte.

Poi arrivò la seconda scossa, intorno alle 4.30. Non fu violenta come la prima, ma sollevò altra polvere. E molte delle urla che si sentivano prima non si sentirono più.

Con le prime luci dell’alba vidi tanti amici che si erano salvati, ma avevano perso la famiglia. Intanto bisognava organizzare i soccorsi. Amatrice ha 69 frazioni e tutti, inizialmente, arrivavano soltanto nel centro. Su un pezzo di carta segnai i luoghi dai quali i rappresentanti delle frazioni non rispondevano: capii che proprio lì la distruzione doveva essere stata maggiore. Il terremoto non aveva colpito soltanto Amatrice, ma anche frazioni come Saletta e Retrosi, con molti morti.

C’era poi la puzza del gas, il timore delle esplosioni, la necessità di contattare l’Enel e di riattivare l’elisuperficie. Il gasolio necessario fu portato da un uomo che aveva appena perso gran parte della propria famiglia. È difficile spiegare che cosa accadde sul piano umano: erano continuamente la vita e la morte, la vita e la morte. Dovevamo concentrarci sui vivi, metterli in sicurezza, ma il giorno dopo, insieme al mio assessore e amico Bruno Porro, dovetti anche riconoscere i morti.

La telefonata nella quale dissi che Amatrice non esisteva più sono riuscito a riascoltarla soltanto tre anni dopo.

Dopo i soccorsi arrivò una mobilitazione straordinaria. Quanto è stata importante la solidarietà ricevuta?

È stata decisiva. Grazie alla solidarietà abbiamo potuto sostenere chi aveva perso il lavoro o la propria attività. Molte delle strutture che oggi consentono alla comunità di continuare a vivere esistono grazie alle donazioni.

Prima del terremoto avevamo un cinema teatro; oggi abbiamo un cinema auditorium perché qualcuno ce lo ha donato. Lo stesso vale per il centro giovani, il centro anziani e gli impianti sportivi. Senza quegli interventi, mentre la ricostruzione pubblica rimaneva ferma, avremmo avuto la desertificazione.

Ricostruire le case è fondamentale, ma serve a poco se nel frattempo scompare l’economia. Grazie alla solidarietà, invece, i ristoranti che si trovavano nel centro distrutto tornarono a lavorare dopo undici mesi. Nello stesso tempo furono consegnati rapidamente anche gli spazi per i negozi.

E poi sono venute tante persone. Hanno comprato i prodotti del territorio e ci hanno aiutato anche psicologicamente. In due anni siamo inoltre riusciti a costruire una scuola definitiva, grazie soprattutto ai 6,5 milioni donati dalla Ferrari attraverso l’asta di una loro auto e alla compartecipazione pubblica.

Attraversando oggi Amatrice, vede una città che sta rinascendo oppure una comunità ancora prigioniera della ricostruzione?

Faccio ancora molta fatica. Amatrice è rimasta nell’animo dei suoi abitanti e nelle attività che hanno resistito, ma attraversare quella striscia d’asfalto che oggi occupa il luogo del centro, per me, non significa ancora niente. Non riesco a riconoscervi il paese che c’era.

Quanto tempo servirà perché Amatrice e le sue frazioni tornino a essere luoghi nei quali vivere davvero?

Visti i tempi, mi auguro che tra altri dieci anni, quando ci ritroveremo per il ventennale, Amatrice e le sue frazioni possano essere tornate materialmente a esistere.

Mi auguro anche che la tristezza che ci accompagna in questi giorni possa lentamente attenuarsi. Ci conforta vedere che molte delle persone arrivate qui subito dopo il terremoto continuano a tornare. Significa che quella solidarietà non si è esaurita nell’emergenza.

In questi dieci anni Amatrice ha perso abitanti, giovani e attività. Da dove può cominciare la rinascita?

Amatrice ha perso soprattutto economia. E senza economia non ci sono persone e non ci sono figli. Delle imprese presenti prima del terremoto ne è rimasta circa la metà. L’unico settore che mostra un piccolo segno positivo è l’agricoltura, anche grazie ai bandi destinati ai giovani agricoltori.

Naturalmente oggi è cresciuta l’occupazione nell’edilizia. Ma tra quindici anni la ricostruzione sarà terminata e quei cantieri non ci saranno più. Bisogna quindi investire sulla valorizzazione ambientale e naturalistica, sull’agricoltura e sulle produzioni di nicchia. Amatrice si trova nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga: occorre partire da questa ricchezza e costruire una filiera.

Vanno inoltre salvaguardate le attività che sono rimaste e che oggi rappresentano un presidio del territorio. Per questo considero importante il ritorno, per il 2027 e il 2028, della zona franca urbana, con le agevolazioni fiscali e contributive per le imprese colpite.

Le case, dunque, non sono sufficienti.

Ho sempre detto: prima il lavoro, poi le case e infine le chiese. La ricostruzione privata è importante, ma è stato fuorviante parlare quasi esclusivamente di quella.

Servono la scuola, l’ospedale, i servizi e una connessione digitale adeguata. La posa della fibra, anche nelle frazioni, è una scelta positiva. Se si mettono insieme il lavoro, la qualità della vita, l’ambiente, i servizi e la possibilità di lavorare a distanza, queste terre possono attrarre anche persone che oggi vivono in città sempre meno vivibili.

La comunità può ancora rinascere, ma non possiamo più permetterci di sbagliare. Bisogna avere il coraggio di scegliere una direzione.

Amatrice deve essere ricostruita com’era oppure avrebbe avuto senso progettare una città completamente nuova?

“Dov’era e com’era” non significa ricostruire ogni cosa esattamente come prima. Significa migliorare il paese conservandone però la struttura e l’identità: il corso, i vicoli, le piazze.

Sono stato a Gibellina, dove dopo il terremoto del Belice si decise di costruire un nuovo paese lontano da quello distrutto. Fu realizzato un luogo urbanisticamente completamente diverso e questo produsse un’ulteriore perdita di identità, soprattutto per gli anziani, che non riuscivano più a riconoscere il proprio paese.

Non vorrei che accadesse lo stesso ad Amatrice. Anche perché siamo in montagna e non esistono spazi illimitati nei quali immaginare una città completamente nuova.

La variante stradale può cambiare il volto del centro ricostruito?

La variante dovrebbe essere pronta nel giro di qualche anno e permetterà finalmente di liberare il centro di Amatrice dal traffico, soprattutto da quello pesante. È un progetto del quale si parlava da decenni e che avevo ripreso già prima del terremoto.

Può diventare una grande opportunità, ma deve essere accompagnata da una programmazione adeguata: parcheggi a basso impatto ambientale nelle zone di accesso e un centro storico nel quale si possa camminare. Se riusciremo a ricostruirlo in modo più sicuro, più bello e finalmente libero dalle automobili, Amatrice potrà ritrovare una parte importante della propria vocazione.

La pasta all’amatriciana è conosciuta in tutto il mondo. Può diventare qualcosa di più di un richiamo gastronomico?

L’amatriciana è un brand straordinario, ma non lo abbiamo ancora valorizzato abbastanza. Sono riuscito a ottenere il riconoscimento STG, attraverso un percorso cominciato nel 2017, ma poi sarebbe servito un consorzio capace di mettere insieme i ristoratori di Amatrice e quelli romani.

Credo inoltre che dovremmo superare la dimensione tradizionale della Sagra dell’amatriciana e immaginare un Festival delle eccellenze italiane, costruito intorno al marchio Amatrice e al riconoscimento STG.

Il territorio offre molto altro: le patate, i pecorini, il guanciale, le produzioni agricole e artigianali. I ristoratori dovrebbero costruire i loro piatti con questi prodotti e raccontarne la provenienza. Oggi chi viene a mangiare non cerca soltanto un piatto, ma anche una storia. E la storia di questa terra è straordinaria.

Amatrice ha un’occasione importante. Ma adesso deve fare lo scatto: non basta ricostruire ciò che è stato distrutto, bisogna progettare quello che verrà.


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