Medio Oriente

Beirut, 4 agosto 2020: un fungo atomico sul Mediterraneo

Una delle più grandi esplosioni non nucleari della storia contemporanea devasta Beirut, uccide 218 persone e ne ferisce oltre 7.000. All’origine, 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio lasciate per sei anni nel porto tra omissioni, corruzione e responsabilità mai chiarite. A distanza di sei anni, il cratere

Beirut, 4 agosto 2020: un fungo atomico sul Mediterraneo
Luca LongoLuca Longo05/09/2026Aggiornato 17/10/202610 min lettura2.123 parole

Alle 18:08 del 4 agosto 2020, il porto di Beirut scompare.

Per qualche secondo la città osserva una colonna di fumo grigio sollevarsi dai magazzini del porto. Molti filmano con il cellulare, convinti di assistere all’ennesimo incendio industriale in una capitale già piegata dalla crisi economica, dalla pandemia e da un sistema politico paralizzato.

Trentatré secondi dopo, il Libano entra nella storia nel modo peggiore possibile.

Un lampo bianco attraversa l’orizzonte. Una sfera di fuoco arancione divora il molo. L’onda d’urto corre sul mare a oltre mille chilometri orari, polverizza i vetri, scaraventa via automobili e danneggia edifici fino a dieci chilometri di distanza.

Sopra la città compare una gigantesca nube a fungo, così simile a quella di un’esplosione nucleare da indurre milioni di persone a credere che sia scoppiata una bomba atomica.

Non lo è. È qualcosa di molto più inquietante: un disastro interamente costruito dall’uomo, senza uranio, senza plutonio e senza guerra. Soltanto burocrazia, incuria, corruzione e 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio dimenticate – oppure nascoste – nel posto sbagliato.

La nave che nessuno vuole

Dobbiamo riavvolgere il nastro della storia fino a sette anni prima.

Il 27 settembre 2013 il cargo MV Rhosus, battente bandiera moldava, salpa dal porto georgiano di Batumi diretto a Beira, in Mozambico. A bordo trasporta 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio, destinate a una società africana che produce esplosivi per l’industria mineraria.

Il proprietario della nave è legato a una società panamense, mentre la gestione effettiva viene attribuita all’imprenditore russo Igor Grechushkin, anche se successive inchieste internazionali ricostruiscono una catena proprietaria molto più complessa.

Il viaggio dovrebbe attraversare il Canale di Suez e raggiungere l’Africa orientale. Non ci arriverà mai.

Il Rhosus entra a Beirut il 21 novembre 2013. Secondo alcune ricostruzioni ha problemi meccanici; secondo altre, il proprietario non dispone del denaro necessario per pagare il pedaggio del Canale di Suez e tenta di imbarcare un carico supplementare di macchinari pesanti.

L’operazione danneggia le paratie della stiva e rende la nave non idonea alla navigazione. Le autorità portuali procedono quindi con il sequestro.

L’equipaggio rimane bloccato per quasi un anno a bordo, senza poter lasciare il Libano. Soltanto dopo una lunga battaglia legale i marinai vengono rimpatriati. La nave, invece, resta in porto.

Nel febbraio 2014 il tribunale ordina di scaricare il nitrato d’ammonio nel magazzino 12 del porto di Beirut. È un capannone affacciato sul mare, accanto ai giganteschi silos del grano che costituiscono la riserva alimentare strategica del Paese.

Nessuno immagina che quel deposito diventerà una bomba a orologeria, né che quei grandi silos passeranno alla storia come «lo scudo di Beirut».

Comincia così uno degli episodi più surreali della storia amministrativa contemporanea.

Tra il 2014 e il 2017 le autorità doganali inviano almeno sei lettere ai giudici libanesi. Chiedono sempre la stessa cosa: autorizzare la riesportazione del materiale, venderlo all’esercito o affidarlo a una società di esplosivi.

Ogni volta la pratica viene respinta o rimane senza risposta, spesso per banali errori procedurali. La montagna di nitrato resta dov’è. Per sei anni. Al centro del porto di Beirut e nel cuore della capitale, a poche centinaia di metri da quartieri densamente abitati.

Il sale che nutre i campi e distrugge le città

Il protagonista invisibile di questa storia è una sostanza dall’aspetto assolutamente innocuo.

Il nitrato d’ammonio è un sale bianco, cristallino e ricchissimo di azoto. Da oltre un secolo rappresenta uno dei fertilizzanti più utilizzati al mondo, perché permette di aumentare notevolmente la produttività agricola. Milioni di tonnellate vengono distribuite ogni anno nei campi senza provocare incidenti.

Senza i fertilizzanti azotati, una parte considerevole dell’agricoltura contemporanea non sarebbe in grado di produrre abbastanza cibo per sostenere l’attuale popolazione mondiale.

Il problema nasce quando enormi quantità di questa sostanza vengono immagazzinate in condizioni inadeguate.

Il nitrato d’ammonio, oltre a essere uno dei fertilizzanti azotati più diffusi insieme all’urea, è anche una sostanza chimicamente instabile. Non è un esplosivo ad alta potenza come il TNT o l’RDX, ma è classificato come un potente ossidante.

Se bruciato, alimenta violentemente la combustione e, se sottoposto a temperature elevate, confinamento e contaminazione con altri materiali infiammabili, può decomporsi liberando enormi quantità di energia. Per questo viene impiegato anche nella produzione degli esplosivi industriali ANFO, largamente utilizzati nelle miniere e nelle grandi opere civili.

La storia conosce già tragedie simili. Nel 1947 l’esplosione del porto di Texas City provoca quasi 600 morti. Nel 2001 l’impianto chimico AZF di Tolosa uccide 31 persone. Nel 2015 Tianjin, in Cina, viene devastata dall’esplosione di un deposito di sostanze chimiche, con 173 vittime.

Beirut si colloca tra le più grandi esplosioni industriali mai avvenute.

Le 2.750 tonnellate immagazzinate nel magazzino 12 equivalgono teoricamente a circa 1.155 tonnellate di TNT. Le analisi sismiche successive stimano che l’energia effettivamente liberata sia compresa tra 0,5 e 1,1 chilotoni di TNT: una potenza paragonabile a quella di una piccola arma nucleare tattica, ma ottenuta esclusivamente attraverso una reazione chimica.

Trentatré secondi che cambiano il Libano

Alle 17:45 del 4 agosto alcuni operai stanno lavorando nella zona del magazzino 12. Poco dopo scoppia un incendio.

I primi video mostrano scintille e fuochi d’artificio che esplodono all’interno del deposito. Alle 17:55 arriva una squadra dei vigili del fuoco: nove pompieri e un paramedico della cosiddetta Platoon 5.

Via radio comunicano una frase diventata tragicamente celebre: «C’è qualcosa che non va. Il fuoco produce un suono pazzesco».

Non sanno che stanno entrando in uno dei luoghi più pericolosi del pianeta.

Alle 18:07 una prima esplosione, equivalente a circa due tonnellate di TNT, distrugge parte del magazzino. È probabilmente provocata dai fuochi d’artificio.

Trentatré secondi dopo arriva la detonazione principale.

Il fronte d’urto genera una pressione tale da creare una gigantesca nube bianca di condensazione: l’aria viene compressa così rapidamente da far condensare istantaneamente il vapore acqueo atmosferico. È lo stesso fenomeno osservato nelle grandi detonazioni e nei test supersonici.

La nube rossastra che segue non è fuoco nucleare. È biossido di azoto, prodotto dalla decomposizione del nitrato d’ammonio.

L’esplosione viene registrata come un terremoto di magnitudo 3,3 dallo United States Geological Survey; l’osservatorio sismologico giordano la stima equivalente a una scossa di magnitudo 4,5.

L’onda sonora attraversa il Mediterraneo e viene udita a Cipro, 240 chilometri più lontano. Persino la ionosfera terrestre mostra una perturbazione temporanea rilevata dai satelliti.

Il bilancio è devastante: 218 morti, oltre 7.000 feriti, circa 300.000 sfollati e danni economici superiori a 15 miliardi di dollari.

I grandi silos del grano, costruiti negli anni Sessanta per contenere 120.000 tonnellate di cereali, assorbono parte dell’onda d’urto e probabilmente salvano migliaia di vite nei quartieri occidentali della città.

Due anni più tardi, indebolita dalla detonazione e dagli incendi alimentati dai residui di grano fermentato, una parte del complesso di silos ribattezzato «lo scudo di Beirut» crolla definitivamente.

Incidente o qualcosa di peggio?

La versione ufficiale individua una concatenazione relativamente chiara.

Un incendio divampa nel magazzino 12, probabilmente durante alcuni lavori di saldatura su una porta. I fuochi d’artificio che un genio della logistica aveva pensato bene di stoccare accanto al nitrato provocano la prima esplosione, che a sua volta innesca la detonazione del fertilizzante.

Questa ricostruzione viene sostenuta dalle indagini libanesi e da numerosi studi di ingegneria forense.

Ma Beirut non è una città qualsiasi. È il centro di uno dei sistemi geopolitici più instabili del Medio Oriente e quasi immediatamente emergono ipotesi alternative.

La prima riguarda Hezbollah.

Nel settembre 2020 gli Stati Uniti accusano pubblicamente il movimento sciita di avere immagazzinato nitrato d’ammonio in diversi Paesi europei e sostengono che la rete logistica del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica iraniana abbia trasferito grandi quantità di questa sostanza verso il Libano tra il 2011 e il 2014.

Mentre il Libano piange i propri morti e sprofonda in una crisi politica culminata con le dimissioni del governo guidato da Hassan Diab, l’inchiesta sull’origine e sulla destinazione finale di quel carico apre scenari oscuri, che chiamano in causa equilibri geopolitici regionali e reti clandestine internazionali.

Documenti dei servizi d’intelligence occidentali e inchieste giornalistiche internazionali sollevano interrogativi sulla possibilità che quel quantitativo di nitrato d’ammonio si inserisse in una catena logistica più ampia, legata non soltanto alla milizia sciita Hezbollah, ma anche alla Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniani.

I rapporti investigativi evidenziano come, nello stesso periodo in cui il mercantile Rhosus solcava le rotte del Mediterraneo, i canali logistici iraniani avessero curato l’approvvigionamento e il trasferimento di ingenti quantitativi della stessa sostanza verso il Libano e altri Paesi europei.

Funzionari dell’intelligence statunitense e dossier pubblicati da testate come The Guardian e Die Welt ipotizzano che Hezbollah potesse utilizzare scorte analoghe per sostenere le operazioni belliche nel conflitto siriano al fianco del regime di Bashar al-Assad, dove materiali simili venivano impiegati per la fabbricazione di ordigni pesanti.

Un’altra possibile destinazione erano le infrastrutture militari sotterranee costruite lungo il confine meridionale contro Israele, il nemico di sempre.

Hezbollah, ovviamente, respinge ogni accusa e nega di avere utilizzato il porto per immagazzinare esplosivi. Nega inoltre di avere mai adoperato infrastrutture civili per ospitare armi o personale. Lasciamo perdere.

La seconda teoria – strettamente connessa alla prima, anzi, sua diretta conseguenza – compare quasi in tempo reale sui social network: sarebbe stato un attacco israeliano.

Israele ha nuovamente applicato la cosiddetta «dottrina Begin»? Si tratta della politica associata al primo ministro Menachem Begin dopo l’attacco israeliano del 1981 contro il reattore nucleare iracheno di Osirak.

Secondo questa dottrina, Israele si riserva la possibilità di compiere attacchi preventivi per impedire ai propri nemici di dotarsi di armi di distruzione di massa e scongiurare minacce esistenziali contro lo Stato o il popolo ebraico.

L’ipotesi dura pochissimo. Sia Israele sia Hezbollah la smentiscono immediatamente, fatto piuttosto raro nella storia dei rapporti fra i due nemici giurati. Le autorità israeliane escludono esplicitamente qualsiasi coinvolgimento.

In quelle ore Israele illumina con la bandiera libanese il municipio di Tel Aviv e offre assistenza umanitaria al Libano. Negli anni successivi nessuna indagine trova elementi a sostegno della tesi di un bombardamento.

Resta ancora insoluta la domanda più semplice, ma forse anche la più difficile: come può un materiale così pericoloso rimanere dimenticato per sei anni?

La risposta non riguarda la chimica, ma lo Stato.

Prima dell’esplosione, il Libano vive una delle peggiori crisi economiche della sua storia: il governo è in default sul debito sovrano, la lira libanese perde gran parte del proprio valore, oltre metà della popolazione scivola sotto la soglia di povertà e gli ospedali sono già saturi a causa della pandemia di COVID-19.

Il porto di Beirut rappresenta il principale punto d’ingresso delle merci nel Paese, ma è anche uno dei luoghi nei quali si concentrano clientelismo, competenze frammentate e responsabilità amministrative spesso sovrapposte.

In altre parole, nessuno decide. Quando nessuno decide, qualche incompetente – o anche qualche malintenzionato – può farlo al suo posto. E persino una montagna di fertilizzante può trasformarsi lentamente in una bomba.

Mentre l’ipotesi del coinvolgimento israeliano non trova alcun riscontro, le numerose indagini condotte in Libano finiscono nel nulla.

Fra cialtroneria organizzativa e deliberata omertà di istituzioni profondamente condizionate da Hezbollah, non vengono ricostruiti né il percorso esatto dei materiali pericolosi né, tantomeno, i nomi di tutti i responsabili che ne hanno richiesto o autorizzato il trasferimento.

Il fungo che cambia la città

L’esplosione di Beirut produce un effetto paradossale. Da una parte dimostra la straordinaria potenza distruttiva di una sostanza utilizzata quotidianamente nell’agricoltura mondiale. Dall’altra rivela quanto i grandi disastri industriali siano quasi sempre il risultato di una lunga sequenza di decisioni mancate, più che di un singolo errore.

Il nitrato d’ammonio continua ancora oggi a essere uno dei fertilizzanti più importanti per la sicurezza alimentare globale. Milioni di agricoltori lo utilizzano senza incidenti perché viene prodotto, trasportato e conservato secondo rigidi protocolli di sicurezza.

Beirut insegna che il problema non è la molecola in sé, ma l’accumulo incontrollato, la contaminazione con materiali infiammabili, l’eventuale presenza di altri esplosivi – mai accertata in via definitiva – e l’assenza di una gestione competente del rischio.

La città paga quel prezzo con una ferita ancora visibile. Interi quartieri vengono ricostruiti, i silos rimangono per anni come un monumento involontario alla tragedia e il procedimento giudiziario incontra ostacoli politici che impediscono ancora oggi di attribuire responsabilità definitive ai più alti livelli dello Stato.

Sei anni e un mese dopo

Oggi, a sei anni e un mese dalla catastrofe, mentre il tempo sembra scorrere invano tra rinvii e coperture istituzionali, il presidente libanese Joseph Aoun torna a scuotere le coscienze del Paese.

Aoun sollecita l’incriminazione dei vertici politici e dei funzionari ritenuti responsabili di negligenza criminale, affinché la giustizia riesca finalmente a spezzare il muro dell’impunità che protegge i responsabili degli errori colossali commessi prima di quel 4 agosto.

Il cratere lasciato dall’esplosione è stato riempito dal mare. Quello lasciato nelle istituzioni libanesi, molto meno.

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