Società, cultura, storia e idee
Antonio Gramsci e Charlie Chaplin: c’era una volta il fordismo…
Il fordismo non fu soltanto un sistema produttivo, ma un modello sociale capace di trasformare il lavoratore e le relazioni umane. Due anni dopo l’analisi di Gramsci, Chaplin ne rappresentò le costrizioni in Tempi moderni: un capolavoro che, attraverso l’inconsapevolezza politica di Charlot, restituisce tutta l’umiliazione

Nel 1934 Antonio Gramsci definiva il fordismo come «il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare, con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un nuovo tipo di lavoratore e di uomo» (Americanismo e fordismo).
In altri termini, il fordismo non era soltanto una tecnica di produzione e neppure un semplice modello di fabbrica, ma un organico modello sociale. Un modello nel quale si consuma una vera e propria mutazione antropologica, ossia l’estensione alla totalità delle relazioni umane dei metodi e dei valori della produzione di massa.
Nel 1936, due anni dopo la grande intuizione di Gramsci, un maestro del cinema come Charlie Chaplin firmava un memorabile affresco di quella mutazione, usando la catena di montaggio come simbolo delle costrizioni dei Tempi moderni.
Il film è un capolavoro nonostante la sua ambiguità politica, secondo Roland Barthes. Anzi, in qualche misura lo è proprio in virtù della sua ambiguità politica (Il povero e il proletario, in Miti d’oggi, Einaudi, 1994).
In estrema sintesi, la critica dell’eminente semiologo, uno dei principi delle lettere francesi, è la seguente. Chaplin ha sempre visto il proletario sotto le sembianze del povero. Per lui il proletario è ancora un uomo che ha fame, definito dalla natura immediata dei suoi bisogni e dalla sua alienazione totale nelle mani dei padroni e dei poliziotti.
La rappresentazione della fame è sempre epica: grandezza smisurata dei panini imbottiti, fiumi di latte, frutti che si gettano via con indifferenza appena morsi.
Schiavo della sua fame cronica, Charlot si situa sempre un gradino al di sotto della presa di coscienza politica. Lo sciopero per lui è una catastrofe, perché minaccia un uomo letteralmente accecato dalla fame. Quest’uomo non raggiunge la condizione operaia se non nel momento in cui il povero e il proletario vengono a coincidere sotto lo sguardo – e i colpi – della polizia.
Storicamente, Charlot riprende a un dipresso l’operaio della Restaurazione: il manovale in rivolta contro la macchina, disorientato dalle proteste sociali, dominato dal problema del pane – nel vero senso della parola – e ancora incapace di accedere alla conoscenza delle cause del proprio sfruttamento e all’esigenza di una strategia collettiva.
Ma proprio perché Charlot rappresenta una specie di proletario primitivo, sostiene Barthes, la sua forza rappresentativa è straordinaria:
«Nessuna opera socialista è ancora arrivata a esprimere la condizione umiliata del lavoratore con tanta violenza e generosità. […] Rappresentando l’operaio già impegnato in una lotta cosciente, inquadrato sotto la Causa e il Partito, le altre opere ci informano di una realtà politica necessaria ma senza forza estetica».
Il suo saggio risale alla metà degli anni Cinquanta.
A un certo punto, per esempio, Charlot, nella sua cella, vezzeggiato dai guardiani, con le gambe incrociate e immerso nella lettura del giornale sotto un ritratto di Lincoln, sembra condurre la vita ideale del piccolo borghese americano.
Ma anche allora la disinvolta sufficienza dell’atteggiamento lo scredita completamente e non nasconde la nuova alienazione di cui è vittima. La sua anarchia sarà pure discutibile politicamente, conclude Barthes, ma in arte rappresenta forse la forma più efficace della rivoluzione.
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